Anglotedesco

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giovedì 25 febbraio 2021

NINO CARTABELLOTTA:«Il contagio cresce più veloce.Ci sono tanti casi nelle scuole»



Intervista di Francesco Rigatelli 

«Si conferma che il virus passa dai giovani. La variante inglese è circolata nelle scuole e ora contagia genitori e nonni». Nino Cartabellotta, medico presidente della Fondazione Gimbe di Bologna, analizza i dati della pandemia. 

Dottore, ci risiamo? 

«Da 4 settimane eravamo su un altopiano ingannevole e nell'ultima i contagiati hanno cominciato a salire con una media nazionale del 10% e punte del 90 in alcune province. Le regioni più colpite sono Molise, Abruzzo e Marche». 

Basteranno le zone rosse locali? 

«Sono un freno utile, ma vanno decise rapidamente altrimenti il virus passa, anche perché ora è più contagioso». 

E l'ondata della variante inglese o quella stagionale? 

«La crescita è più rapida di un anno fa e se non si interviene si rischia un'evoluzione peggiore. A Brescia le misure sono arrivate con una settimana di ritardo, mentre a Perugia si sono mossi per tempo e già si vedono i risultati». 

Insomma, c'è speranza? 

«Sì ed è quella che presidenti di regione e sindaci agiscano senza paura di risultare impopolari. Ora tra l'altro sono previsti i ristori anche se non è il governo a chiudere». 

Eviteremo il lockdown? 

«Gli italiani non lo sopporterebbero, per cui bisogna tentare interventi precoci e severi. Se le autorità locali esiteranno si arriverà al lockdown». 

Aveva ragione Ricciardi, bisognava chiudere prima? 

«Il suo discorso era logico, ma se il sistema del tracciamento, dei tamponi, delle applicazioni tecnologiche, dei trasporti e dei vaccini non è adeguato a conservare i risultati di un simile sacrificio meglio provarle tutte prima di chiudere». 

Vuole chiedere un minuto di silenzio per l'app Immuni? 

«Ne abbiamo parlato mesi senza usarla. Non siamo un Paese tecnologico, ma attorno serviva un sistema di tracciamento e tamponi che funzionasse». 

Che idea si è fatto del ritardo dei vaccini? 

«L'Ue e le case farmaceutiche hanno sottovalutato i problemi di produzione. Entro il 31 marzo dovevano arrivare 15 milioni di dosi e ne è arrivato un terzo. La speranza è che entro giugno arrivino gli arretrati. Molto dipenderà dall'approvazione di Johnson&Johnson». 

Il governo ha colpe? 

«Ha fatto stime improbabili. Il vaccino Curevac ha cominciato la sperimentazione di fase 3 a metà dicembre e il piano ne prevedeva due milioni entro marzo». 

Ritardi nella campagna? 

«La fase in ospedali e Rsa ha funzionato, ma sul territorio si sono visti i limiti delle regioni su anagrafe vaccinale, prenotazioni e logistica. Solo Toscana, Lazio, Valle d'Aosta e Bolzano si sono distinti. Delle forniture Pfizer si è usato il 90%, di Moderna il 50, e si conservano per la seconda dose, ma di AstraZeneca solo il 15». 

AstraZeneca sconta qualche diffidenza? 

«Non risulta e va dato senza remore alle categorie più a rischio fino a 65 anni. La verità è che si va a rilento: degli over 80 solo il 3% ha avuto la seconda dose di Pfizer e Moderna. Di questo passo rischiamo di finire dopo l'estate la protezione degli over 60». Si fa strada la produzione italiana, che ne pensa? «Utile per il futuro, soprattutto se avremo necessità di rivaccinarci, ma non risolve i problemi immediati perché richiederà mesi». 

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