Anglotedesco

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domenica 28 febbraio 2021

Pierbattista Pizzaballa “Il Papa porterà fiducia nelle terre che l’Isis ha distrutto”

 



da LA REPUBBLICA del 28 febbraio 2021.Intervista Paolo Rodari

Dice che se anche la visita del Papa «non porterà a soluzioni immediate» è comunque «una forte iniezione di fiducia » non solo per l’Iraq, ma anche per la Siria. Francesco, infatti, visiterà le terre distrutte dall’Isis «le cui ferite sono ancora aperte e dolorose» e su cui è pesante l’influenza di Turchia, Iran, Paesi arabi, Russia e in generale dell’Occidente. Pierbattista Pizzaballa, 55 anni, patriarca latino di Gerusalemme, commenta con Repubblica l’arrivo di Francesco (5-8 marzo) in Iraq soffermandosi anche sulla situazione mediorientale dopo l’elezione a Washington di Biden. In Israele l’unica soluzione possibile è quella dei due Stati, spiega: «Non si può dire a 4 milioni di palestinesi che il loro futuro è di vivere ospiti nella loro terra ».

Monsignore, l’Iraq da trent’anni è sotto pressione. Dal 5 all’8 marzo arriva il Papa. Cosa può significare questo viaggio per il Paese?

«Ha una grande importanza per tutto il Paese e soprattutto per la comunità cristiana. L’Iraq ha bisogno di tutto, ma soprattutto di essere riconosciuto nella sua dignità. Trent’anni di invasioni, capovolgimenti istituzionali, di divisioni settarie, di dittature religiose, corruzione e quant’altro, hanno distrutto il Paese, decimato la popolazione cristiana e rese sempre più flebili le speranze di un reale cambiamento e della possibilità di mettersi questo orribile passato alle spalle. La visita del Papa è una forte iniezione di fiducia e di riconoscimento. Certo, non cambierà nulla nella situazione politica e non porterà soluzioni immediate, ma sarà un grande incoraggiamento per tutti, in particolare per ciò che resta della comunità cristiana, ridotta di due terzi e bisognosa più che mai di una parola di sostegno».

Si può dire che con questo viaggio Francesco vuole dare un messaggio politico a Siria e Iraq insieme? Per l’Isis quel territorio sembra essere unico. È così?

«Certamente. La tragedia dell’Isis ha coinvolto pesantemente i due Paesi. La Siria, forse, è in una situazione ancora più grave dell’Iraq. Il Papa visiterà le terre e le chiese distrutte dall’Isis, che ha lasciato dietro di sé macerie fisiche e umane enormi. Visitando quei luoghi ancora solo parzialmente ricostruiti, manderà un messaggio di fiducia anche ai siriani, le cui ferite sono ancora aperte e dolorose».

Ma manderà anche un messaggio di sfida a chi ha fatto dell’islam una religione di estremisti. È d’accordo?

«C’è in una certa parte dell’Islam un insegnamento a considerare il non musulmano come realtà minore. I movimenti estremisti si nutrono di quell’insegnamento. I movimenti islamici oggi sono in forte crisi, soprattutto in Siria ed in Iraq, dove hanno portato solo macerie e morte. All’interno delle comunità islamiche ci sono oggi molte divisioni e dibattiti su questi temi. L’Incontro di Abou Dhabi tra papa Francesco e l’Iman Al Tayyeb mostra anche che vi è un’anima desiderosa di confrontarsi serenamente con tutti. In Giordania abbiamo esperienze simili. È su questo che dobbiamo puntare, anche se non dobbiamo farci illusioni di cambiamenti repentini».

Su Libano e anche Siria pesano a suo avviso le interferenze del presidente turco Recep Tayyip Erdogan?

«Non c’è dubbio. Forse più Siria che Libano. Ma non è solo la Turchia ad essere presente. Sono tanti gli attori esterni in questa regione. Iran, Paesi arabi, Russia, Occidente... Sono però anche convinto che i Paesi esterni avrebbero molta più difficoltà ad interferire, se questi Paesi fossero internamente uniti e solidali. Sono le divisioni interne a permettere l’interferenza esterna».

In generale il Medio Oriente vive ancora una stagione di instabilità. In Israele la soluzione dei due Stati resta ancora quella migliore secondo il suo punto di vista?

«Per quanto tecnicamente sempre più difficile da realizzare, resta l’unica soluzione idealmente possibile. Non si può dire a 4 milioni di palestinesi che il loro futuro è di vivere ospiti nella loro terra».

Ritiene che il cambio alla guida dell’amministrazione a Washington possa giovare ai processi di pace?

«Come ho già detto, la comunità internazionale può aiutare e sostenere, ma non può sostituirsi agli attori principali. Se le parti in causa, sia nella questione israelo-palestinese, che in Iraq, non saranno in grado di confrontarsi seriamente e serenamente, anche la migliore amministrazione americana non potrà fare molto».

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