Anglotedesco

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venerdì 26 febbraio 2021

"Qui comandano i predoni" .Nella strada senza legge dell’agguato agli italiani

 



da LA REPUBBLICA del 26 febbraio 2021.Pietro Del Re

Il primo colpo d’occhio è un paesaggio primordiale e accattivante, l’ultimo che hanno visto Luca Attanasio, Vittorio Iacovacci e il loro autista Mustapha Milambo, con fazzoletti di foresta equatoriale sopravvissuta alle motoseghe, ampie radure di un verde stupefacente e in lontananza, quando il vento delle alture riesce a spostare le nubi che li nascondono, i maestosi vulcani Virunga. Ma la realtà affiora in fretta, e rivela brutalmente il dramma di una regione insanguinata da un conflitto iniziato nel 1994, quando l’arrivo in massa nel Congo Orientale degli interahamwe, le milizie hutu ruandesi in fuga dopo aver massacrato a colpi di machete quasi un milione di tutsi, segnò l’avvio di una sequela di morti e sciagure. Tanto che dopo più di un quarto di secolo, Félix Tshisekedi, l’attuale presidente della Repubblica Democratica del Congo, dal suo palazzo della capitale Kinshasa che da qui dista quasi 2500 chilometri non è ancora riuscito a pacificare quest’area del Paese dove imperversano decine di gruppi armati, spesso manipolati dai vicini Burundi, Ruanda e Uganda, che tramite loro si combattano per procura.

La Route Nationale 2, la strada statale dove è stato attaccato il convoglio del World Food Programme sul quale viaggiava il nostro ambasciatore è lunga più di 1400 chilometri, e in buona parte non asfaltata. Dopo la malconcia periferia di Goma, sulla carreggiata si aprono buche profonde come tombe. Ai suoi lati, come fossero grossi cippi, sono ovunque accatastati grossi sacchi di carbone, unico combustibile della regione, ottenuto abbattendo i preziosi alberi di una giungla sempre più ristretta. Ci fermiamo dopo qualche chilometro, all’altezza di Rukoko: poche baracche tra le quali saltellano galline sporche, e dove un piccolo chiosco vende banane, radici di manioca e carte telefoniche. Una volta dichiarata la nostra nazionalità, tutti quelli che incontriamo assumono un atteggiamento mesto e silenzioso, come in segno di cordoglio per i morti italiani.

Il primo a parlare è Joseph Labou, un contadino sessantenne, ingobbito dalla zappa. «È terribile quello che hanno fatto, un massacro al quale purtroppo siamo abituati, poiché siamo le prime vittime di quei criminali. Ogni giorno dei civili vengono uccisi, delle mucche rubate e dei villaggi incendiati. Ma non si parla mai delle violenze che c’infliggono, perché noi siamo soltanto povera gente. Lo scorso ottobre, a Rugari, a una trentina di chilometri da qui, la popolazione ha bloccato la strada con le barricate perché stufa degli attacchi e dell’assenza dello Stato. Una volta ogni tre mesi, la polizia organizza rappresaglie, arrestando giovani a caso, spesso innocenti, che rimangono in galera per anni».

Quando chiediamo a Labou chi sono stati i responsabili dell’eccidio di quattro giorni fa, sul ciglio della strada sfila una processione di donne con sulla testa bidoni d’acqua, ceste cariche di frutta o pesanti fasci di legna. Il contadino alza le spalle, poi aggiunge: «Che importa, assetate di soldi, sangue e potere, ormai le bande si somigliano tutte. Quelli che hanno ucciso i suoi connazionali non li troveranno mai, perché sanno di aver fatto una sciocchezza e in questo momento saranno già molto lontani da qui».

La tratta più pericolosa della Route Nationale 2 è quella che costeggia il lago Kivu e che da Goma prosegue verso Nord, proprio dove è stato compiuto il triplice omicidio: hic sunt leones, ossia gruppi armati, la maggior parte senza più né un’ideologia né una strategia politica ma che per affermarsi e sopravvivere depreda e uccide chiunque incontri. Le bande occupano posizioni fluide, senza una spartizione del territorio, sempre pronte a tendere un’imboscata a un camion carico di merce, un pullman di linea, una jeep di turisti o un convoglio umanitario. «Negli ultimi sei mesi, in un raggio di cinquanta chilometri attorno al luogo dell’agguato del 22 febbraio sono stati compiuti sessanta rapimenti. Molti dei quali finiti nel sangue, con morti e feriti», ci dice Jean-Pierre Kalemba che lavora per la Kivu security tracker, un’organizzazione che registra gli attacchi delle bande armate nella regione. «Compiono parecchi mass kidnapping, sequestri di massa, perché spesso le famiglie dei rapiti possono pagare solo piccoli riscatti, che però aggiunti gli uni agli altri raggiungono somme ragguardevoli».

A Kigali, da dove siamo partiti ieri mattina per raggiungere Goma, incontriamo Roberto Chiavon, security manager per molte aziende internazionali che da anni lavori nella regione dei Grandi Laghi. Dice Chiavon: «Un ambasciatore che si muove intorno a Goma dovrebbe contare soltanto sul proprio apparato di sicurezza, e non dovrebbe fidarsi di quelli degli altri, siano essi del Wfp o della polizia congolese. Prima di muoversi in un contesto del genere, controllato da criminali e dove non c’è nessun tipo di governance, era necessario valutare i rischi e studiare la situazione sul terreno in modo maniacale. Purtroppo, però, la missione non è stata minimamente pianificata, e il nostro ambasciatore si è messo in macchina protetto soltanto da un uomo armato. Se il convoglio avesse inviato un elemento di ricognizione avanzata, e cioè una scorta che l’avesse preceduto di una quindicina di chilometri, i tre sarebbero probabilmente ancora vivi».

Secondo un lungo censimento dei gruppi armati nel Congo orientale, sempre realizzato dalla Kivu Security Tracker, il luogo dell’attacco è oggi occupato da quattro bande, tra le quali i battaglioni del M23, la feroce coalizione di milizie CMC e gli ex genocidari hutu delle Forces démocratiques de liberation du Rwanda, questi ultimi immediatamente indicati come responsabili dell’agguato da parte delle autorità di Kinshasa, perché i più numerosi nel Nord del Kivu. Tutti trovano riparo nella foresta del parco nazionale del Virunga, loro roccaforte e santuario degli ultimi gorilla di montagna, uccisi con il kalashnikov quando serve carne per sfamare le truppe.

Nonostante i miliardi di dollari spesi dalla sua creazione nel 1999, la Monusco, la missione delle Nazioni Unite in RDC, i cui effettivi nella regione aumenteranno quest’anno, non riesce né a limitare gli omicidi né proteggere i civili, dei quali, dal 2017, ne sono stati massacrati più di diecimila. Quanto allo sgangherato esercito congolese, in più occasioni si è esso stesso reso colpevole di gravi violazioni dei diritti umani. Come se non bastasse, questa terra ricchissima di oro, diamanti e del rarissimo coltan, dal 2018 al 2020, è stata funestata da grave un’epidemia di Ebola che ha ucciso più di duemila persone. Ieri, Médecins sans frontières ha denunciato in quell’area maledetta la scoperta di un nuovo focolaio del virus delle febbri emorragiche.

È sera quando raggiungiamo al telefono l’ostetrico Denis Mukwege, premio Nobel per la Pace nel 2018, che a Bukavu, sulle sponde meridionali del lago Kiwi, a duecento chilometri da qui, ventitré anni fa ha fondato un ospedale specializzato nella chirurgia per le vittime di stupri. Anche Mukwege fu il bersaglio di un agguato, ma si salvò per miracolo. Con l’ambasciatore Attanasio si erano recentemente conosciuti. Al telefono ha la voce rotta dall’emozione, e pronuncia solo queste poche parole: «Sono addolorato perché Luca voleva bene al mio popolo. Ha pagato con la vita il suo impegno per gli altri. È morto da eroe».

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