Anglotedesco

Anglotedesco

venerdì 30 aprile 2021

Un'orchestra di robot

 


di Fabio Belli

Ucraina: omaggio alle SS

 


di Gionata Chatillard

Biden: “Le azioni della Russia avranno conseguenze”

di Fabio Belli

Il Brasile boccia Sputnik V

 


di Margherita Furlan

La soluzione politica (di Marco Travaglio)

 



da IL FATTO QUOTIDIANO del 30 aprile 2021

Non so voi, ma io trovo lunare l’alato dibattito che s’è alzato alla notizia che finalmente la Francia ha arrestato alcuni nostri terroristi dopo averli protetti per decenni. Chi dice che oggi non sono più gli stessi di allora, chi rimpiange la “dottrina Mitterrand”, chi sostiene che catturarli è vendetta e non giustizia, chi invoca la pacificazione, la fine della guerra, la soluzione politica, chi tira in ballo la “riconciliazione” in Sudafrica, chi chiede “la verità” e propone liberazioni in cambio di confessioni. Ora, la verità su quei 12 assassini è scritta nelle sentenze definitive della Cassazione “in nome del popolo italiano”: basta leggerle. Chi vuole aggiungere qualcosa vada dal giudice e lo faccia, ma senza altri sconti oltre a quelli previsti dal Codice: Battisti ha sempre negato qualunque delitto e poi, appena arrestato ed estradato ha confessato tutto. Dalla cella. “Vendetta” è quando la vittima rende pan per focaccia al colpevole; quando il colpevole viene processato secondo le norme e le garanzie dello Stato di diritto, si chiama “giustizia”. La dottrina Mitterrand c’entra come i cavoli a merenda: per quanto assurda, prevedeva l’asilo a chi non si fosse macchiato di delitti di sangue e non avesse condanne definitive (oltre a rinnegare la lotta armata): due condizioni opposte a quelle dei 12 beccati o fuggiti l’altroieri. Dire che arrestarli oggi non ha senso perché sono cambiati è il classico nonsense. Ovvio che sono cambiati: nessuno resta uguale per 30 anni. Ma, se non fossero fuggiti 20 o 30 o 40 anni fa, avrebbero già scontato la pena e sarebbero fuori, visto il concetto elastico di “certezza della pena” vigente in Italia. È proprio perché a suo tempo si sottrassero alla giustizia e al carcere che finiscono dentro solo ora: colpa loro e di nessun altro.

Comodo darsi alla latitanza, fare la bella vita protetti dai governi e dagli “intellettuali” amici, raccontare balle su libri e giornali, e poi, quando finalmente arriva il redde rationem, strillare “non siamo più quelli di una volta”. Che cos’è, un macabro scherzo? Negli anni 70 in Italia, diversamente dal Sudafrica, non ci fu alcuna “guerra civile”: c’erano terroristi rossi e neri (a volte coperti o infiltrati da apparati deviati dello Stato) che ammazzavano a sangue freddo politici, magistrati, forze dell’ordine, giornalisti, sindacalisti, operai, gente comune. Chi dovrebbe pacificarsi con loro: i morti ammazzati? Gli orfani e le vedove? Il perdono è una scelta individuale: chi vuole lo dà, chi non vuole non lo dà. Ma lo Stato non deve pacificarsi con nessuno perché non ha dichiarato guerra a nessuno. Furono i terroristi a dichiararla unilateralmente allo Stato e ai suoi servitori. L’unica soluzione politica è chiudere bene a chiave le celle, perché non scappino un’altra volta.

La flotta britannica fa rotta verso l’Asia Johnson sfida Pechino

 



da LA REPUBBLICA del 30 aprile 2021.Gianluca Di Feo

“ Rule, Britannia! Britannia rule the waves ”. Con l’Europa alle spalle, Boris Johnson vuole restituire agli inglesi il sogno imperiale, quel canto che ha accompagnato la Royal Navy nella conquista degli oceani: “Domina, Britannia! Domina le onde”. Tra pochi giorni infatti prenderà il largo una flotta imponente, guidata dalla portaerei Queen Elizabeth: la più grande nave inglese di sempre, 280 metri di lunghezza e 65 mila tonnellate di dislocamento, con a bordo sedici caccia “invisibili” F-35 e quattordici elicotteri. Al suo fianco ci saranno altre sei unità da guerra e un sottomarino nucleare armato di missili cruise. Infine, una compagnia dei Royal Marines, considerate le migliori truppe da sbarco esistenti. «Sarà la più massiccia concentrazione di potere marittimo a muoversi dal Regno Unito da una generazione», ha detto il ministro della Difesa Ben Wallace. Uno schieramento del genere infatti non si vedeva dai tempi delle Falkland e della spedizione voluta dalla Thatcher per scacciare gli argentini dall’arcipelago dell’Atlantico meridionale. Questa volta però naviga verso l’altro capo del pianeta: fa rotta sulla Cina, puntando verso il nuovo crocevia delle tensioni e degli interessi mondiali.

Londra intende essere ancora protagonista, lanciando l’idea della Global Britain per «rivestire un ruolo attivo nel plasmare il sistema internazionale». Lo ha esplicitato il ministro Wallace: «Quando la nostra flotta salperà, farà volare la bandiera della Global Britain , proiettando la nostra influenza, testimoniando il nostro potere, unendoci ai nostri amici e riaffermando il nostro impegno a rispondere alle sfide della sicurezza». Quello che una volta si chiamava “mostrare la bandiera”: più che ai vascelli di Horatio Nelson trionfanti a Trafalgar, questa spedizione somiglia alle cannoniere di Sir Gordon Bremer che nel 1840 obbligarono il Celeste Impero ad aprire i porti cinesi alle merci inglesi. Abbandonata l’Unione europea, il premier Johnson infatti crede che il futuro vada cercato proprio nella regione indo-pacifica: il documento che definisce la politica estera e militare del dopo Brexit è tutto focalizzato su questo continente. India, Giappone, Corea del Sud, Indonesia, Vietnam sono le nuove terre promesse, i mercati che dovranno rimpiazzare le perdite comunitarie. Per questo nei prossimi sei mesi la Queen Elizabeth visiterà quaranta Paesi, trasmettendo lungo 26 mila miglia lo stesso messaggio: “Siamo tornati e vogliamo restare”. «La portaerei è la metafora di uno Stato che vuole pesare a livello globale – ha sottolineato il contrammiraglio Jerry Kyd, comandante della squadra navale –. La nostra ambizione è di essere assolutamente persistenti e rimanere nei mari dell’Indo-Pacifico ».

Non una toccata e fuga, quindi, ma una presenza costante. E una sfida faccia a faccia con Pechino negli stretti contesi dove scorre il traffico planetario, perché oggi Londra considera la Cina “il competitore sistemico”. La partenza della flotta rappresenta solo la mossa di apertura nella scacchiera del “Grande Gioco” asiatico: il disegno è più ampio e mira in prospettiva a inserirsi nell’accordo Quad, il patto tra Stati Uniti, India, Australia e Giappone rianimato dal presidente Biden.

Basterà una portaerei per tornare a essere dominatori dei mari? Gli analisti sono scettici: «Sarà un’operazione visibile ma irrilevante». Londra sogna di rendere stabile la sua “squadra asiatica”, magari costruendo una base in Giappone da aggiungere alle infrastrutture esistenti in Oman e a Singapore. Oggi però questi piani appaiono velleitari. Un ventennio di tagli ha ridotto la Royal Navy al minimo storico: dispone soltanto di 19 tra caccia e fregate mentre per i rinforzi promessi dal governo Johnson bisognerà aspettare il prossimo decennio. Numeri irrisori nel confronto con il Dragone cinese, che ha varato quaranta unità in un solo anno e adesso ne conta 360, più di quante ne schieri l’Us Navy. Certo, i caccia F-35 della Queen Elizabeth sulla carta non hanno rivali e surclassano gli intercettori di Pechino. Ma gli inglesi ne hanno ancora pochi, soprattutto del modello a decollo verticale: nella missione solo 8 saranno britannici, gli altri 10 verranno “prestati” dai Marines statunitensi. L’ammiragliato però guarda oltre e spera di fare da apripista ad altri Paesi che condividono gli stessi disegni, anche all’interno della Ue: non a caso, alla flotta si accoderà una fregata olandese. Bruxelles non ha né una politica estera né una forza armata. E Londra vuole sfruttare questo vuoto per imporre un suo ruolo da leader. Come ha sintetizzato Seth Crospey, ex sottosegretario americano alla Marina: «La squadra navale avrà un impatto modesto sul bilancio del potere in quella regione, ma lancerà un segnale diplomatico e politico importante».

Biden lancia il suo New Deal: “Pagheranno le imprese e i ricchi”

 


da LA REPUBBLICA del 30 aprile 2021.Federico Rampini

«Non saranno gli autocrati a conquistare il futuro, sarà l’America ». Joe Biden celebra i primi 100 giorni di governo lanciando un nuovo ambizioso programma di riforme, il terzo capitolo del suo New New Deal in tre mesi: American Families Plan. «Più istruzione gratuita per tutti, università inclusa. Più assistenza alle famiglie con figli, e asili nido». Si aggiunge al piano per la modernizzazione delle infrastrutture e le energie rinnovabili. Un terzo di queste manovre è già realizzato (1.900 miliardi), se le altre due passeranno al Congresso il volume di spesa pubblica aggiuntiva raggiungerà 6.000 miliardi di dollari, 20% del Pil (oltre 7 volte il Recovery Fund europeo), uno sforzo finanziario senzaprecedenti dalla II guerra mondiale. «Ma pagheranno solo le imprese e i ricchi», garantisce il presidente.

La campagna vaccinazioni aiuta la formidabile ripresa economica in atto: +6,4% del Pil. Con 220 milioni di vaccinazioni nei primi 100 giorni, più di metà della popolazione ha ricevuto almeno una dose e ora sono disponibili per tutti. “È un trionfo logistico straordinario. E quando la nostra disponibilità di vaccini sarà cresciuta fino a esaurire i nostri bisogni, diventeremo l’arsenale di vaccini per il resto del mondo”.

L’altro successo al suo attivo, l’American Rescue Plan da 1.900 miliardi, «ha fornito 1.400 dollari all’85% degli americani», accelerando una crescita che a fine anno dovrebbe superare quella della Cina. Ma «la competizione con la Cina per vincere nel XXI secolo impone di non fermarsi qui». Bisogna ricostruire “meglio”, riducendo a zero le emissioni carboniche. La seconda manovra, Build Back Better o American Jobs Plan, punta a investimenti massicci nelle infrastrutture. «Affrontare la crisi climatica vuol dire creare nuovi posti di lavoro. Non c’è motivo per cui le pale eoliche non possano essere fabbricate a Pittsburgh invece che in Cina». C’è anche un intento protezionista, la clausola Buy American per vincolare le commesse pubbliche. Biden accenna a un compromesso con i repubblicani, perché questo piano da 2.000 miliardi non avrà i loro voti.

«Cominciamo ad approvare quello su cui siamo tutti d’accordo»: allude a un progetto dell’opposizione per investimenti in infrastrutture che vale circa un terzo del suo. La terza manovra è l’American Families Plan, 4 riforme che evocano un Welfare di tipo europeo: allungare l’istruzione gratuita di due anni e laurea breve gratis nei Community College; asili nido “di qualità” a basso costo; 12 settimane di assenza malattia o maternità pagata; credito fiscale per figli a carico, 3.600 dollari per ogni figlio sotto i sei anni e 3.000 sopra i sei anni. Il problema è la ripresa: i repubblicani contestano che sia necessaria questa maxi-spesa pubblica aggiuntiva.

Il gioielliere e i banditi uccisi :«A rischio la vita, la mia o la loro»

 


da IL CORRIERE DELLA SERA del 30 aprile 2021.Andrea Pasqualetto Massenzio

«Ho dovuto scegliere tra la mia vita e la loro». Così Mario Roggero, il gioielliere che ha sparato e ucciso due rapinatori e ferito un terzo bandito. È indagato per omicidio colposo ed eccesso di legittima difesa.

«Ho visto GRINZANE CAVOUR uno dei banditi che picchiava il gioielliere vicino al negozio. Poi ho sentito due colpi e quell’uomo si è accasciato al centro della strada».

La testimonianza di Giordana Ristova, una delle due titolari del market di via Garibaldi, di fronte alla gioielleria di Grinzane Cavour, getta una nuova luce sulla tragica rapina di mercoledì. Mario Roggero avrebbe sparato almeno due proiettili fuori dal negozio, anche se la commerciante dice di non aver visto il revolver e aver sentito prima un altro colpo. Il suo racconto andrà verificato dal Procuratore di Asti Alberto Perduca, che ha indagato il gioielliere per omicidio colposo ed eccesso di legittima difesa.

Un atto dovuto, fanno sapere dalla Procura, mentre i carabinieri cercano di ricostruire la dinamica dell’assalto messo a segno dal torinese Giuseppe Mazzarino, 58 anni, Andrea Spinelli, 45, di Bra e Alessandro Modica, 34enne di Alba, vecchie conoscenze delle forze dell’ordine. Spinelli e Mazzarino sarebbero entrati in negozio fingendosi clienti e costringendo la moglie di Roggero, Mariangela e la figlia Laura ad aprire la cassaforte e consegnare due contenitori di gioielli. Le minacciano con un coltello e una pistola giocattolo senza tappo rosso: Mariangela è colpita con un pugno, Laura legata. Le urla fanno accorrere dal laboratorio il gioielliere, che finge di consegnare l’incasso e prende il revolver: 4 spari, 3 colpi a segno, uno sul finestrino dell’auto dei banditi. A terra restano Spinelli e Mazzarino, Modica ferito al ginocchio fugge e raggiunge, con l’aiuto di un amico che potrebbe rispondere di favoreggiamento, l’ospedale di Savigliano. È ricoverato in stato di fermo, oggi l’udienza di convalida: le sue parole e le telecamere possono fare chiarezza.

Furti

Erano stati quelli denunciati dalle gioiellerie del nostro Paese nel 2018: i dati dell’anno successivo mostrano un calo del 39,1 per cento

Per cento

La quota dei furti nelle gioiellerie italiane nel 2019 sul totale di quelli denunciati da esercizi commerciali, locali pubblici, farmacie, banche, tabaccherie e uffici postali

Verbali segreti consegnati a Davigo. La nuova faida nella magistratura

 



da IL CORRIERE DELLA SERA del 30 aprile 2021.Luigi Ferrarella e Florenza Sarzanini

Atti giudiziari coperti da segreto, lettere anonime, calunnie: c’è un nuovo scandalo che rischia di investire il Consiglio superiore della magistratura. E di avvelenare ulteriormente il clima già rovente in alcune Procure, prima fra tutte Milano. Perché è stato proprio un pm di questo ufficio, Paolo Storari, a consegnare i verbali ancora segreti all’allora consigliere del Csm Piercamillo Davigo. Un anno fa. Senza informare i propri capi, a cominciare dal procuratore Francesco Greco, e anzi allo scopo di tutelarsi da essi.

La segretaria indagata

I verbali, tuttora segretati, sono quelli resi in cinque occasioni nel 2019 da Piero Amara, l’avvocato siciliano arrestato nel 2018, indagato per i depistaggi dell’inchiesta Eni e per vari episodi di corruzione di giudici, 2 anni e 8 mesi di patteggiamento, e coinvolto anche nelle vicende dell’ex pm romano Luca Palamara, radiato dalla magistratura e accusato d’aver pilotato nomine in cambio di regali e favori. Pochi mesi dopo che i verbali erano stati consegnati da Storari a Davigo, e mentre le indagini erano in corso, alcuni giornali iniziarono a riceverli con una missiva anonima che ne sollecitava la pubblicazione. A spedirli — scopre ora la Procura di Roma — fu Marcella Contrafatto, impiegata del Csm nella segreteria dell’allora consigliere Davigo, ora indagata per calunnia, perquisita a casa e in ufficio due settimane fa dai pm che nel computer hanno trovato copie degli atti spediti. Per conto di chi si è mossa? Qual era il suo reale obiettivo?

Le rivelazioni

Tutto comincia nel dicembre 2019 quando Amara viene interrogato a Milano sui suoi rapporti con giudici, funzionari di Stato, politici, alti prelati, alti ufficiali delle forze dell’ordine, imprenditori. L’avvocato fa i nomi di magistrati che gli avrebbero chiesto aiuto per ottenere promozioni. Poi sostiene di aver “raccomandato” l’avvocato Giuseppe Conte per fargli ottenere nel 2012 e 2013 consulenze dal Gruppo Acqua Marcia Spa per 400mila euro. E soprattutto racconta di essere membro di una fantomatica loggia “Ungheria” di cui farebbero parte numerose toghe, tra cui l’ex consigliere del Csm Sebastiano Ardita. Amara è un teste controverso, i pm procedono con circospezione, anche se storicamente nelle stesse settimane i vertici ne utilizzano un de-relato (su vaghi commenti di legali Eni circa il presidente del processo Eni-Nigeria poi conclusosi con assoluzione) e lo trasmettono alla Procura di Brescia (che archivia a ignoti), mentre i pm del processo Nigeria provano (senza esito) a chiedere Amara come teste in extremis.

La lettera anonima

Nell’ottobre 2020 nelle redazioni di alcuni giornali arriva un plico con la copia dei verbali e una lettera: «Milano fa finta di niente». La ricevono anche i giornalisti de Il Fatto quotidiano che, convinti di essere finiti al centro di ricatti incrociati, decidono di informare proprio la Procura milanese. Non sanno che già dall’aprile del 2020 quei verbali “segretati”, cioè non depositati dai pm milanesi in alcun procedimento, sono al Csm nell’ufficio di Davigo.

La consegna di Storari

Cosa era accaduto? Secondo quanto il Corriere ha potuto ricostruire ieri tra più fonti, Davigo nell’aprile 2020 ha ricevuto i verbali segretati di Amara proprio da uno dei pm milanesi, Paolo Storari, che con il procuratore aggiunto Laura Pedio (una dei vice di Greco con l’allora dirigente del pool di cui faceva parte Storari, Fabio De Pasquale) avevano interrogato Amara tra dicembre 2019 e gennaio 2020. E Storari glieli ha portati proprio per tutelarsi da possibili conseguenze disciplinari di comportamenti che, nel trattamento di quei verbali, riteneva non corretti nei vertici della Procura. Il punto di frizione sembra essere stata, nei primi mesi del 2020, la necessità o meno di avviare accertamenti formali sulle gravi accuse che Amara rivolgeva ai componenti di quel gruppo di formidabile pressione denominato “Ungheria”. Storari premeva perché si procedesse a iscrizioni formali, ravvisando che gravissimi potessero essere i fatti se veri, e gravissima la calunnia se si fossero rivelati falsi; Greco, De Pasquale e Pedio ritenevano invece più opportuno attendere o non procedere ad iscrizioni formali. E per questo, passati alcuni mesi, Storari (che in seguito avrà dai capi l’ok all’avvio di accertamenti, poi trasmessi per competenza a Perugia e Roma), avrebbe scelto di confidarsi con una figura istituzionale come il consigliere Csm Davigo. Il Corriere ha chiesto a Davigo se dunque sia vero che Storari gli abbia confidato le divergenze in Procura e portato i verbali con la motivazione di volersi tutelare dai colleghi: «Sì, è vero», risponde asciutto Davigo. Ma non è una violazione del segreto su quei verbali? «Il segreto non è opponibile ai componenti il Csm. E io ho subito informato chi di dovere». Cioè il vicepresidente Ermini o l’ufficio di presidenza del Csm? «Ho ho informato chi di dovere». Greco, interpellato, non commenta.

Tajani “L’Italia in giallo non è merito di Salvini Protesta, ma non romperà”




da LA REPUBBLICA del 30 aprile 2021.Intervista di Emanuele Lauria

Il centrodestra si è spaccato su coprifuoco e sfiducia a Speranza.Secondo Giorgia Meloni avete scelto di sostenere «una gestione fallimentare della pandemia».

Come giudica queste parole il vicepresidente di Fi Antonio Tajani?

«Noi siamo stati i grandi fautori del governo di unità nazionale. Restiamo diversi dalle altre forze della maggioranza, ma crediamo non abbia senso introdurre elementi divisivi nella coalizione».

Significa che avete votato contro la sfiducia ma non condividete l’operato di Speranza?

«Abbiamo criticato a lungo l’azione del suo ministero. Poi è arrivato Draghi e il cambio di passo si è visto, basti per tutti l’arrivo del generale Figliuolo. Detto ciò, se vuole sapere se a parer mio Speranza sia cambiato, le dico di no. Ci sono stati da parte sua atteggiamenti troppo rigidi, preconcetti sulle chiusure. Ma la nostra fiducia è riposta nel premier».

La Lega di Salvini, nel frattempo, non ha votato quel provvedimento e comunque si attribuisce il merito di aver riportato l’Italia in giallo.Lettura corretta?

«Direi di no, Fi ha svolto un ruolo determinante. E anche buona parte del Pd spingeva per allentare le restrizioni»

Ma lei avrebbe promosso una petizione contro il coprifuoco, cioè contro un atto del governo di cui fa parte?

«No, ma quello fa parte del linguaggio politico di Salvini. Dopo di che, ripeto, tutto ciò si sarebbe potuto evitare senza quell’irrigidimento sul coprifuoco alle 22».

Lei ha da poco incontrato Salvini.Pronto a mettere la mano sul fuoco che non mollerà il governo?

«Salvini non romperà mai. Ha preso un impegno e lo manterrà. Intende solo affermare la sua identità. Lo fa anche Letta, rilanciando questioni divisive come Ius soli e legge Zan».

A proposito: voterete la legge Zan?

«No. Suvvia, non c’è bisogno di una legge come questa, in un momento di emergenza come l’attuale».

Vero che vi avviare a costituire gruppi comuni di Lega e Fi?

«Abbiamo posto le basi per una collaborazione più stretta fra le forze del centrodestra di governo. Con Salvini ci incontreremo più spesso.Esattamente come accade fra Conte e Letta. Le altre ipotesi, come la federazione fra i gruppi del centrodestra, era un’idea di Meloni.Non più attuata».

Beh, non accadrà ora che siete separati dal sostegno a Draghi.Sicuro che questa scelta stia pagando?

«Da fuori non si cambiano le cose.Senza Fi e Lega avremmo ancora Arcuri e Bruxelles avrebbe detto che il Recovery plan dell’Italia è inadeguato. Invece stiamo incidendo anche sul rilancio dell’economia.Vogliamo difendere le piccole imprese in crisi e batterci, questa è la novità, anche perché da questa crisi nascano nuove pmi, nuove start-up. I soldi non mancano».

Intanto, i sondaggi premiano la scelta di Meloni stare all’opposizione.

«Premiano tutto il centrodestra.Un’indagine che abbiamo appena commissionato dice che Fi è in crescita e che c’è un ringiovanimento del nostro elettorato».

Con Fdi vi ritroverete, lei dice.

«Mi sembra inevitabile, e il mio appello è a presentare candidati comuni alle amministrative. A Torino il nome di Damilano non è in discussione, Bertolaso a Roma l’abbiamo proposto noi. Albertini è già stato un eccellente sindaco, in Calabria c’è il nostro Occhiuto».

Questa legge elettorale, per le Politiche, vi favorisce.

«È vero, e non credo che cambiarla sia una priorità. Puntiamo a costruire un centrodestra unito e aperto a forze civiche».

Renzi e Calenda vi strizzano l’occhio.

«Sono espressione del centrosinistra».

Il modello Ursula, un’alleanza dal Pd a Fi, è una suggestione o qualcosa in più?

«Quell’alleanza nasce a Bruxelles impedire che la commissione Ue avesse un presidente socialista. Non è importabile in Italia».

Fra dieci mesi si voterà per il Quirinale. Draghi sarà in campo?

«Presto per dirlo. Certo, non si potrà eleggere un capo dello Stato contro l’opinione del centrodestra. Io ho un sogno nel cassetto...».

Mi lasci indovinare: un imprenditore ed ex premier.

«Un uomo del Nord che ama il Sud (ride). Ma è un sogno, appunto. Per rispetto verso Mattarella, non parliamo dell’argomento per ora».

Letta e Conte, nel futuro c’è l’alleanza .Ma per le comunali è già troppo tardi


da LA REPUBBLICA del 30 aprile 2021.Giovanna Vitale

La linea, manca la linea. Non quella politica, su cui anzi Giuseppe Conte ed Enrico Letta registrano «un’importante convergenza ». A lasciare a desiderare — nel corso del primo confronto pubblico tra i leader dei due principali partiti di centrosinistra (appartenenza che l’avvocato rivendica come mai prima) — è la connessione telefonica del grillino, che salta per ben due volte, costringendolo infine alla resa senza neanche un saluto. L’ultima mentre in tono solenne scandiva: «Il M5S c’è e ci sarà, con il suo Dna». Parole che l’inquilino del Nazareno coglie e rilancia, testualmente, a suggello dell’alleanza (competitiva) per le Politiche 2023: è quello il traguardo, visto che i patti nelle città languono. Le amministrative derubricate da «banco di prova» a «tappa intermedia», impossibile in pochi mesi fare miracoli.

È Goffredo Bettini ad officiare su Zoom il debutto di «un cammino comune», spiega Letta interpretando Conte finito in blackout. «La convergenza fra Leu, M5S e Pd è avvenuta prima sull’azione di governo », sottolinea il segretario, «ora invece sarà anche di pensiero, sapendo che pur nelle differenze dovremo ricostruire il Paese, riprendere in mano la bussola e cominciare un viaggio insieme». Reso più agevole dalla inedita collocazione data al Movimento. Pur prendendola alla larga — «Destra e sinistra hanno perso le loro originarie connotazioni» — l’avvocato pugliese schiera infatti i 5 Stelle contro i sovranisti, anche a costo di deformare la realtà: «Con me i porti non sono mai stati chiusi», afferma l’ex premier, “dimenticando” i decreti Salvini approvati dall’esecutivo gialloverde. Un dettaglio da oscurare perché non in sintonia col nuovo corso. «Guardando alla dicotomia progresso e conservazione, il M5S può dirsi una forza di sinistra per la sua carica innovatrice», incalza Conte. «Se guardiamo ai principi egualitario e gerarchico, anche qui il M5S è di sinistra, avendo sempre messo in atto politiche anti-elitarie». Persino le vecchie parole d’ordine subiranno un upgrade: «Uno vale uno, ma uno non può valere l’altro », precisa il professore, «competenza e capacità contano».

Non tutti, nel corpaccione stellato, sembrano però d’accordo. «Il rischio scissione non è remoto», avverte a sera la deputata Vita Martinciglio durante la riunione online con i capi-commissione 5S. «Potresti ritrovarti con una forza politica che non sarà più la prima in Parlamento», il senso del ragionamento. Che tuttavia Conte decide di ignorare: i tempi per la rifondazione del Movimento «sono maturi », annuncia, assicurando che nei prossimi giorni «sarà fissato un grande evento in cui coinvolgeremo tutti gli iscritti, discuteremo sul nuovo statuto, di una carta di principi e valori per dare una chiara identità politica» ai 5Stelle.

Una metamorfosi a cui pure Letta crede, convinto che si possa costruire un «campo largo di forze progressiste e ambientaliste» che «si tengono per mano e si stimano »: solo così «i cittadini potranno darci fiducia», declina il leader dem la sua ricetta. Che passa pure per il «sostegno leale al governo Draghi», da Conte mai citato, e «all’Europa». Quella che lunedì verrà celebrata al Nazareno con la grande reunion della famiglia socialista. Fra gli ospiti del segretario, i commissari Timmermans, Gentiloni e Schmit, David Sassoli, la capogruppo di S&D, Romano Prodi. Guest star, il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani e soprattutto Luigi Di Maio. Un modo per farlo conoscere meglio e propiziare l’ingresso dei 5Stelle nel gruppo dove il Pd è seconda forza. Ulteriore viatico di un’alleanza destinata a durare.

Scintille in maggioranza su Durigon. Lui minaccia querele. Il M5S: «Lasci»

 


da IL CORRIERE DELLA SERA del 30 aprile 2021.Claudio Bozza

«Il generale che fa le indagini lo abbiamo messo noi». A pronunciare questa frase, secondo una video-inchiesta di Fanpage, è stato Claudio Durigon, sottosegretario all’Economia e soprattutto uno degli uomini più fidati di Matteo Salvini. Il riferimento del leghista, che nella sequenza sembra usare un tono di vanto, è all’inchiesta sui 49 milioni di fondi pubblici della Lega spariti, su cui stanno lavorando due procure, quelle di Genova e di Milano, che hanno sequestrato i conti del Carroccio. E parlando dell’inchiesta il sottosegretario si lascia andare a queste considerazioni su un dirigente della Guardia di finanza.

Ma al di là delle eventuali conseguenze giudiziarie delle affermazioni di Durigon, il contraccolpo politico è immediato e molto forte. Il sottosegretario al Mef è finito subito nell’occhio del ciclone degli alleati, che chiedono al leghista «chiarezza e trasparenza», creando imbarazzo a Palazzo Chigi. Sia da Pd, sia dal Movimento, le pressioni sono diventate martellanti. La richiesta è chiara: «Dimissioni». Mentre Durigon fa sapere che non ci pensa nemmeno. Anzi «continua a lavorare tranquillamente», riferiscono dal partito, e in merito al video ha già dato mandato al suo avvocato di procedere con almeno «dieci querele». Da via Bellerio si parla di «killeraggio mirato e ideologico». Il sottosegretario non è infatti «indagato», rimarcano, l’unico processo che si sta svolgendo è sulle basi di immagini rubate, montate ad arte per insinuare conclusioni che non hanno fondatezza investigativa. Per Salvini è una vicenda «surreale», e attacca: «Secondo me il M5S si sta agitando tanto per nascondere i problemi in casa Grillo, su cui non do giudizi».

L’attacco a Durigon, già sottosegretario al Lavoro nel Conte I e pedina chiave di «Quota 100», è alimentato anche dalla sua vicinanza a Salvini: il sottosegretario è infatti uno dei pochi fedelissimi che passa le giornate a bordo piscina al Papeete accanto al «Capitano». I Cinque Stelle, in un post al vetriolo, chiedono «chiarezza» in quanto «le parole di Durigon sono comunque incompatibili col ruolo che ricopre». A tal punto che inizia l’ipotesi su una mozione di revoca, a cui sta lavorando Alternativa c’è (gruppo composto da ex M5S). Nel caso specifico potrebbe infatti anche bastare il solo «invito al ministro al ritiro delle deleghe al suo sottosegretario», per cui servono sicuramente meno firme rispetto alla sfiducia individuale al titolare di un dicastero (32 al Senato e 63 alla Camera). «Per ora», rimarcano fonti di Palazzo Chigi, il premier Draghi non intende intervenire. Infine, il procuratore aggiunto di Milano Fusco e il pm Civardi rimarcano «piena fiducia» nella guardia di finanza che ha dimostrato «professionalità», «rigore» e «tempestività» nelle indagini su Lombardia Film Commission e sui sospetti fondi neri per la Lega.

Recovery, il piano oggi a Bruxelles. Per l’Italia il nodo delle riforme




da IL CORRIERE DELLA SERA del 30 aprile 2021.Marco Galluzzo

In Conferenza unificata è stato il ministro dell’Economia Daniele Franco a presentare lo schema di decreto sul Fondo complementare. Mario Draghi alla fine della riunione del governo era molto soddisfatto: «È un ottimo passo avanti, dobbiamo essere tutti soddisfatti, anche del rapporto con il Parlamento e le regioni».

Già a luglio la Commissione europea potrebbe autorizzare l’Italia alla spesa della prima tranche dei fondi del Recovery, circa 25 miliardi di euro. Ma nei prossimi sei anni i fondi a disposizione del nostro Paese saranno molti di più dei 191, 5 miliardi di euro del Pnrr, cui si aggiungono i 30 del Fondo complementare.

«I 30 miliardi del Fondo complementare e i 10 miliardi per l’alta velocità, rappresentano un grande investimento al quale si aggiunge il Fondo Sviluppo e Coesione e i quasi 80 miliardi dei Fondi Comunitari 2021-2027. Tutte le risorse aggiuntive ai fondi del Recovery seguiranno la sua stessa impostazione e principi», ha riassunto il ministro delle Infrastrutture, Enrico Giovannini.

Soddisfazione per l’approvazione del Pnrr sia da parte di Regioni ed enti locali sia da parte dei ministri. Antonio Decaro, presidente dell’Anci, sprona l’esecutivo sulle semplificazioni amministrative, oggetto di un prossimo decreto legge a maggio: «Dobbiamo cambiare i criteri per le assegnazioni delle risorse, vanno accelerate le procedure di autorizzazione con termini perentori, e se uno non si esprime c’è il silenzio assenzo». Mentre Stefano Bonaccini, presidente dell’Emilia Romagna, rimarca il passaggio in questo modo: «Complessivamente è un piano Marshall, un’occasione storica formidabile per il nostro Paese: non la possiamo perdere».

Luigi Di Maio, ministro degli Esteri, enfatizza dopo l’approvazione la posta per il Sud, «circa 100 miliari, per permettere a tutti gli italiani di avere le stesse opportunità». Per Mara Carfagna, ministro per il Sud, c’è « l’orgoglio di essere entrati nel gruppo di testa dei Paesi europei, di averlo fatto in appena dieci settimane di lavoro intensissimo».

giovedì 29 aprile 2021

Ancora una ventina di latitanti tra brigatisti e neofascisti


Sono una ventina i terroristi - rossi e neri - ancora latitanti in Europa e non solo. In francia e in SvizzeraAnche Simonetta Giorgieri e Carla Vendetti, che avrebbero avuto una parte come nuove brigatiste rosse - la cosiddetta «colonna toscana» - nei delitti D'Antona e Biagi, condannate all'ergastolo nel processo Moro ter, camminano libere sotto la Torre Eiffel. Alcuni sono invece deceduti - tra cui l'ex Br Enrico Villimburgo, suicidatosi a ottobre 2019 - per altri è scattata la prescrizione, come per Ermenegildo Marinelli, ex Movimento comunista rivoluzionario. Sempre in Francia, l'autorità giudiziaria ha respinto la richiesta di estradizione di Paolo Ceriani Sebregondi, condannato all'ergastolo per omicidio. Tra gli ex brigatisti c'è Alvaro Lojacono, diventato cittadino svizzero, dopo periodi di latitanza in Brasile e Algeria. È coinvolto nella strage di via Fani a Roma (1978) . In INGHILTERRAIn fuga dal 1982, risulta irreperibile alla giustizia italiana anche se vive in un lussuoso appartamento a Londra, l'ex militante dei neofascisti Nuclei armati rivoluzionari Vittorio Spadavecchia. A Roma quasi 30 anni fa partecipò all'assalto della sede dell'Olp e per questo dovrebbe ancora scontare una pena di 12 anni. FUORI DALl'EUROPAUno dei casi più eclatanti è quello di Alessio Casimirri, ex br condannato a sei ergastoli per la strage di via Fani. Vive in Nicaragua, dove gestisce un ristorante. Il 14 marzo 2019 il Parlamento europeo ha adottato un emendamento sul Nicaragua per ottenerne l'estradizione. In Nicaragua trovò rifugio Manlio Grillo, ricercato per il rogo di Primavalle, nel quale morirono i fratelli Mattei. Latitante anche il suo compagno di Potere Operaio Achille Lollo, scappato in Brasile. Per entrambi, però, le condanne a 18 anni sono cadute in prescrizione. Si troverebbe in Perù il militante di Prima Linea Oscar Tagliaferri, condannato tra l'altro per il triplice omicidio di via Adige (nel 1978) . Di Maurizio Baldassenori, latitante in Sudamerica, si sono perse le tracce da anni e per lui i parenti hanno chiesto la dichiarazione di morte. Diverso il caso di Delfo Zorzi, ex Ordine Nuovo (neofascista) , ricercato in relazione alle stragi di piazza Fontana a Milano e di piazza della Loggia a Brescia, accuse dalle quali poi è stato assolto. Vive in Giappone con un nome nuovo - Roi Hagen - ed è diventato imprenditore di successo. 

La resa dei terroristi in fuga

 


Dopo i sette arresti di mercoledì, altri due dei tre ex terroristi sfuggiti al fermo si sono costituiti alla giustizia francese. Luigi Bergamin e Raffaele Ventura hanno così posto fine alla loro fuga dall'Italia. Sia a loro che agli altri sette latitanti arrestati mercoledì - il fondatore di Lotta Continua Giorgio Pietrostefani, gli ex brigatisti Enzo Calvitti, Giovanni Alimonti, Roberta Cappelli, Marina Petrella e Sergio Tornaghi, più Narciso Manenti dei Nuclei Armati contro il Potere territoriale - è stata concessa la libertà vigilata in attesa dei processi davanti alla Corte di Appello d Parigi che dovranno valutare la richiesta di estradizione avanzata dall'Italia. A questo punto solo Maurizio Di Marzio, cinque anni residui da scontare per il sequestro del vicequestore Nicola Simone, è ancora ricercato. Bergamin, appartenente a Prima Linea, deve scontare la pena residua di 16 anni, 11 mesi e un giorno inflitta con sei condanne definitive per banda armata, rapina aggravata, associazione per delinquere e omicidio per la morte dell'agente della Digos di Milano Andrea Campagna, avvenuto nel capoluogo lombardo il 19 aprile 1979, e per l'uccisione del maresciallo degli agenti di custodia Antonio Santoro, commesso a Udine nel 1978. Ventura, appartenente alla organizzazione eversiva Formazioni comuniste combattenti, dal 31 gennaio 1986 ha acquisito la cittadinanza francese confermata il 14 agosto 1986 dal ministero degli Affari sociali transalpino. Deve espiare la pena di 24 anni e 4 mesi di reclusione per l'omicidio del brigadiere Antonio Custra, banda armata, rapine, detenzione e porto illegale di armi, poiché colpito da ordine di carcerazione, emesso il 16 febbraio dalla procura generale della Repubblica di Milano. «Questa vicenda si protrae da oltre quattro decenni. Dietro questa svolta c'è un lavoro che ha coinvolto negli anni vari soggetti a più livelli», ha spiegato in un'intervista al Corriere della Sera la ministra della Giustizia Marta Cartabia a proposito degli arresti dei terroristi italiani ieri in Francia. «Nessun ordinamento giuridico può permettersi che una pagina così lacerante della storia nazionale - prosegue Cartabia - resti nell'ambiguità, e resti irrisolta. La storia offre numerosi esempi di giudizi celebrati e di vicende giudiziarie portati a compimento a molti anni di distanza. La nostra volontà di riproporre la richiesta delle estradizioni non risponde nel modo più assoluto a una sete di vendetta, che mi è estranea, ma a un imperioso bisogno di chiarezza, fondamento di ogni reale possibilità di rieducazione, riconciliazione e riparazione, fini ultimi e imprescindibili della pena». Di riconciliazione che passi attraverso la giustizia ha parlato anche il sindaco di Milano Beppe Sala a margine delle celebrazioni per l'anniversario della morte di Sergio Ramelli, il diciottenne militante del Fronte della Gioventù che perse la vita per l'aggressione subìta di un gruppo di Avanguardia operaia. «Nessun piacere - ha detto Sala - a vedere persone anziane in carcere ma la giustizia, pure a distanza di tanto tempo, deve fare il suo corso. Poi sarà il momento della riconciliazione».

Balneari allarmati:nel decreto niente proroghe alle concessioni

 



I balneari sono preoccupati per il mancato inserimento delle concessioni balneari nel decreto legge Proroghe approvato dal Consiglio dei ministri. A dare voce ai timori della categoria è Cna balneari. «La norma - sottolinea il sindacato - è necessaria per dare certezze ai titolari di concessione la cui durata è stata prorogata fino al 2033 con la legge di bilancio 2018 e poi confermata con i decreti Rilancio e Agosto. L'estensione è stata messa in discussione dalla Commissione europea con una lettera di messa in mora dell'Italia mentre migliaia di imprese balneari sono ancora in attesa dell'estensione della concessione scaduta nel 2020 per effetto di sentenze dei Tar». A giudizio di Cna Balneari, pertanto, è urgente la conferma della estensione delle attuali concessioni al 2033, avviare la riforma del demanio marittimo e concludere positivamente una querelle aperta con l'Unione europea da oltre dieci anni che tiene nell'incertezza oltre trentamila imprese tra stabilimenti balneari, alberghi con spiagge e attività commerciali operanti sul demanio. La risposta del governo è arrivata immediata dal ministro del turismo Massimo Garavaglia che ha sottolineato che non serve alcuna proroga perché la proroga di fatto c'è già, quella decisa dal decreto Centinaio - che l'Italia continua a ritenere valida - con cui è stata allungata fino al 2033 la durata delle concessioni in essere. Rimane dunque fuori dal decreto proroghe l'intervento sulle concessioni balneari, questione che malgrado le pressioni di alcune rappresentanze della categoria (Federbalneari e Sib-Confcommercio hanno espresso posizioni diverse da Cna balneari) il governo non intende affrontare subito anche perché al momento tutte le concessioni sono congelate per via dell'emergenza Covid. Resta comunque, ribadiscono dall'esecutivo, l'obiettivo di una riforma che richiederà necessariamente tempi più lunghi. Nel decreto Proroghe sono contenute invece alcune novità importanti. Addio all'obbligo di far lavorare da remoto un dipendente pubblico su due, ci sarà più tempo per l'esame di teoria della patente, senza dover pagare nuovamente la domanda, e per rinnovare la carta d'identità. E viene esteso fino al 31 dicembre il regime rafforzato del golden power nei settori considerati di rilevanza strategica.

MARIO PISTELLO:"Le varianti hanno preso il sopravvento ecco come possiamo"


Intervista di Martina Trivigno

«Il ceppo originario del virus non esiste più. Oltre il 90 per cento dei contagi, in Italia, è oggi provocato dalla variante inglese». Il professor Mauro Pistello, direttore dell'unità operativa di biologia dell'Azienda ospedaliero-universitaria pisana, spiega che in pochi mesi la situazione è cambiata. Moltissimo, su tutto il territorio nazionale. E che ad avere preso il sopravvento sul virus originario - quello che si è affacciato in Italia, per la prima volta, più di un anno fa - è soprattutto lei: la variante inglese. Con qualche presenza - ancora sparuta, però - di variante brasiliana. E la comparsa, che ora un po'preoccupa, dell'indiana. Perlomeno questo è ciò che raccontano i casi analizzati dal primario e la sua squadra. Che, nei giorni scorsi, hanno spedito i risultati della loro ricerca all'Istituto superiore di sanità. I dati parlano chiaro con alcune certezze di fondo: l'incidenza della variante inglese è aumentata molto velocemente. Sì perché soltanto un paio di mesi fa si attestava soltanto intorno al 20 per cento. Poi, di recente, l'improvvisa accelerazione, ben oltre il 90. 

Professore, perché dice che il ceppo originario del virus è stato cancellato dalla variante inglese? 

«Non c'è da meravigliarsi, è un aspetto normale per i virus a Rna come il Sars-CoV-2. Perché si replicano moltissime volte e, di conseguenza, mutano. Ormai il virus originario non circola quasi più: è la variante inglese ad aver preso il sopravvento». 

E quella brasiliana? 

«È meno presente, ma si sta diffondendo comunque. In alcune zone d'Italia è rimasto più sotto traccia con alcune eccezioni. In Toscana, tanto per fare un esempio, ha fatto la sua comparsa nella zona dell'Aretino, dove si è sviluppato maggiormente, nella zona al confine con l'Umbria». 

Ora, poi, i conti vanno fatti anche con la variante indiana. 

«Sì. Quello che possiamo dire al momento è che si diffonde molto rapidamente e che si è già insediata. Ora l'aspettiamo al varco per capire quale sia il suo reale potenziale patogeno. E comprendere, di conseguenza, se i vaccini siano in grado di contrastarla comunque». 

Quali sono le differenze tra le varianti e il virus originario? 

«Le varianti sono molto più contagiose e hanno una maggiore capacità di diffondersi».

Se la variante inglese è ormai predominante, perché la quarantena per i contatti di un caso positivo con variante è di 14 giorni anziché 10 come per il virus originario? 

«C'è un dibattito in corso e l'ipotesi non è stata esclusa a priori. Ma, alla fine, prevale sempre l'estrema cautela. E dunque è stato preferito fissare, in ogni caso, il periodo di quarantena a due settimane. Uno scrupolo ulteriore, in sostanza». 

E i vaccini come stanno rispondendo alla circolazione delle varianti? 

«Stanno facendo il loro dovere, rinfrescando la risposta immunitaria. Certo, non mancano i casi di re-infezione anche dopo la somministrazione del vaccino. Ma la buona notizia è che le conseguenze del virus, in quelle persone che lo contraggono dopo aver ricevuto il siero, sono di gran lunga inferiori rispetto a chi non è stato vaccinato. Nessuno dei contagiati, infatti, è ricorso alle cure dell'ospedale». 

Che dire invece delle terapie a base di anticorpi monoclonali? 

«Soltanto a Pisa, con i colleghi del reparto di Malattie infettive, sono state sottoposte al trattamento una cinquantina di persone. Purtroppo, abbiamo avuto un riscontro chiaro: chi è stato contagiato dalla variante brasiliana ha risposto molto meno alla terapia. Una buona risposta, invece, c'è stata sul fronte della variante inglese. Questo vale sia per i vaccini che per la terapia a base di monoclonali». 

Qual è il consiglio che dà soprattutto agli abitanti di quelle regioni in cui le restrizioni sono diminuite? 

«Di non abbassare la guardia e continuare a stare attenti. Soprattutto ora che le disposizioni si sono allentate. È fondamentale rispettare il distanziamento interpersonale e continuare a indossare la mascherina, oltre a tutte le altre regole che, in più di un anno, abbiamo imparato a conoscere. Solo con una cura scrupolosa, sommata alla vaccinazione, potremo contrastare il virus. Che, ora, assume le sembianze delle varianti».

Le terapie intensive sotto la soglia critica



Superati i quattro milioni di casi di coronavirus in Italia, ma arriva un segnale positivo dall'Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali perché il tasso di occupazione delle terapie intensive è sceso sotto la soglia critica del 30 per cento. Sono 4.009.208 i contagi in totale in virtù dei 14.320 emersi nelle ultime ventiquattro ore e i morti sono stati 288, in calo rispetto ai 344 di mercoledì, per un totale di 120.544 dall'inizio della pandemia. Ammontano a 330.075 i test, fra tamponi molecolari e antigenici rapidi, analizzati nelle ultime 24 ore in Italia e il tasso di positività sale leggermente dal 4 al 4,3 per cento. È la variante indiana a destare preoccupazione nel nostro Paese. Il ministro della Salute Roberto Speranza ha firmato un'ordinanza con cui si estendono le misure di divieto di ingresso, previste per India e Bangladesh, anche allo Sri Lanka. Il rientro sarà consentito solo a chi ha cittadinanza italiana. Nella stessa ordinanza, si prorogano di quindici giorni le misure di contenimento relative agli arrivi dai paesi europei.Nel giorno in cui continuano a calare i ricoveri negli ospedali, il monitoraggio dell'Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali fissa la percentuale di riempimento dei posti in rianimazione al 29 per cento (meno uno per cento rispetto a mercoledì), un punto sotto la soglia critica. Per i posti in area medica, invece, il tasso di occupazione è del 30 per cento mentre la soglia critica è a quota 40. Intanto sono 71 in meno rispetto a mercoledì i ricoverati in terapia intensiva (2.640 in tutto) e calano quelli nei reparti Covid (meno 509 ieri, 19.351 in tutto). 

Vaccini,tocca agli over 65

 



di Andrea Capello

L'Italia e la corsa dei vaccini per arrivare «entro metà luglio» ad avere «il 60 per cento della popolazione immunizzata con prima e seconda dose». Il generale Francesco Paolo Figliuolo alza l'asticella consapevole di come una vaccinazione di massa possa permetterci di passare «un'estate un po'più tranquilla ma sempre seguendo le regole». OBIETTIVO: over 65al sicuro al più prestoDopo le "licenze" iniziali prese da parte delle Regioni la linea tracciata dal commissario è chiara: si va avanti per classi di età con poche deroghe. Il prima possibile infatti bisogna mettere in sicurezza gli over 65, anche solo con una prima dose. È la «linea di frattura» sotto la quale si potrà «dare la disponibilità alle aziende di vaccinare il personale e permettere così uno slancio economico al Paese». Un discorso che potrebbe essere affrontato «a partire da fine maggio». MEZZO MILIONEDI DOSI AL GIORNOIntanto Figliuolo sostiene che il target delle 500mila dosi giornaliere, previsto proprio per fine aprile, è stato praticamente raggiunto. «I dati del pomeriggio mi portano una proiezione di una forbice fra le 480mila e le 520mila dosi», rivela nel salotto televisivo di Porta a Porta. «La macchina organizzativa è pronta - aggiunge - ora abbiamo anche la benzina». ALTRI TRE MAXI LOTTISONO IN ARRIVOEd è proprio sotto l'aspetto dell'approvigionamento che negli ultimi giorni sono stati compiuti i progressi maggiori. Entro queste ore giungeranno all'interno dell'aeroporto militare di Pratica di Mare circa due milioni e mezzo di dosi che fanno parte di tre lotti distinti. Oltre 2 milioni di Vaxzevria (AstraZeneca) , più di 270mila di Moderna e circa 160mila di Janssen (Johnson&Johnson) , che verranno ripartiti e poi distribuiti nei prossimi giorni alle Regioni e alle Province autonome. Un carico che, unito ai 2,2 milioni di dosi Pfizer avvenuto lunedì scorso, «permetterà alle Regioni di consolidare il trend in crescita delle somministrazioni dall'inizio della campagna vaccinale nazionale», sottolineano dalla struttura commissariale. L'auspicio futuro del commissario Figliuolo è quello di arrivare a 6-700mila dosi giornaliere per giungere alla fine di settembre «all'ottanta per cento di immunizzazioni». vaccini pronti ancheper gli adolescentiIntanto dalla Germania, dove si è toccata quota 1,1 milioni di somministrazioni in sole ventiquattro ore, l'amministratore delegato di BioNTech, Ugur Sahin, fa sapere che tra poche settimane i ragazzi in età compresa fra dodici e quindici anni potrebbero essere vaccinati. Probabilmente dall'inizio di giugno. Ovviamente sarà necessaria l'autorizzazione da parte dell'Agenza europea per il farmaco ma ciò «può accadere rapidamente» visto che la valutazione dei test «dura in media dalle quattro alle sei settimane». 

La lunga marcia di Joe Biden verso un welfare europeo



da IL CORRIERE DELLA SERA del 19 aprile 2021.Giuseppe Sarcina

Cento giorni di governo, 200 milioni di americani vaccinati. È la copertina del primo discorso di Joe Biden, tenuto ieri sera (notte fonda in Italia) davanti alle due Camere del Congresso, riunite in sessione plenaria. Il presidente americano ha presentato il robusto resoconto dei suoi tre mesi alla Casa Bianca. Ma soprattutto ha rilanciato con un altro piano da 1.800 miliardi di dollari, l’American Families Plan che contiene misure di grande impatto sulla scuola, sulle giovani coppie, sul sistema fiscale.

Finora Biden ha messo in campo tre manovre per un ammontare totale di 6.000 miliardi di dollari, tra spesa pubblica e agevolazioni tributarie. Il leader degli Stati Uniti ha corso per settimane su tutti i fronti. Ha accelerato la campagna di immunizzazione. Ha preparato il piano di infrastrutture (2.300 miliardi) ancora da discutere al Congresso; ha riportato gli Usa nell’Accordo di Parigi.

E, ora, indica la prossima tappa, che inizia dall’istruzione. Sono pronti ben 200 miliardi di dollari per mandare all’asilo tutti i bambini americani dai 3 ai 4 anni. Altri 190 miliardi serviranno per offrire due anni gratis nei «community college», istituti che possono abilitare a una specializzazione, perfezionabile, poi, con altri due anni negli altri atenei. Inoltre 80 miliardi rifinanzieranno i «Pell Grants», le borse di studio a favore dei giovani universitari più meritevoli e bisognosi. In totale sono 470 miliardi sulla scuola, cui vanno aggiunti 9 miliardi per il reclutamento, la formazione e l’aggiornamento degli insegnanti. Una cifra impressionante. Tutti questi provvedimenti saranno calibrati per favorire afroamericani, latinos e, in generale, le fasce meno abbienti.

Biden sta costruendo, pezzo dopo pezzo, un welfare che si avvicina a quello europeo. Per esempio, con robusti sostegni a favore delle donne lavoratici. Verrà introdotto un congedo retribuito per la natalità che arriverà fino a 12 settimane, con un rimborso fino a 4 mila dollari al mese e comunque non inferiore ai due terzi della paga settimanale. Saranno stabilizzati i crediti di imposta per le famiglie con figli a carico, già introdotti con il Rescue Plan. E così via. Un ultimo dettaglio: 45 miliardi di dollari per migliorare l’alimentazione scolastica dei bambini, estendendola anche nel periodo estivo per aiutare le famiglie in difficoltà.

Il passaggio più difficile, però, riguarda le tasse. Il presidente ha già messo in conto di recuperare circa 1.000 miliardi di dollari in 10 anni con l’aumento delle imposte sulle imprese.

Ora punta a incamerare altri 1.500 miliardi di dollari, sempre nella prossima decade, con interventi sui redditi delle persone fisiche. Innanzitutto riportando al 39,6% l’aliquota sullo scaglione oltre i 400 mila dollari all’anno, ridotta al 37% da Trump. Ottanta miliardi in 10 anni serviranno per rafforzare l’apparato dei controlli, specie sui più ricchi. Inoltre, i contribuenti oltre il milione di dollari verseranno un prelievo pari al 39,6% anche sui «capital gains», le plusvalenze di Borsa; per tutti gli altri l’aliquota resta al 20%.

Il dinamismo di Biden, però, dovrà ora affrontare la strettoia del Senato, dove l’ostruzionismo dei repubblicani sta già bloccando altre due riforme dei primi «cento giorni»: comportamento della polizia e controllo sulla diffusione delle armi.

M5S, i vertici delusi dal Pd «Con le primarie nelle città l’alleanza è a rischio»

 



da IL CORRIERE DELLA SERA del 29 aprile 2021.Emanuele Buzzi

L’alleanza tra Pd e M5S scricchiola già prima di essere ufficialmente varata. La fase di incertezza del Movimento insieme all’urgenza dei dem di dare risposte alle diverse istanze locali stanno mettendo a dura prova il fronte in vista delle Amministrative. Oggi potrebbe esserci già un «momento di confronto» tra Enrico Letta e Giuseppe Conte a margine dell’incontro online «Verso le Agorá» promosso dal think tank di Goffredo Bettini. Da parte dei vertici M5S infatti c’è «molta delusione nel caso il Pd decida di correre da solo a Torino».Il candidato della Mole è — insieme al Campidoglio — una nota dolente dei rapporti trai due partiti. Il Pd ha annunciato l’intenzione di fare le primarie. «I dem lascino perdere l’idea dei gazebo, altrimenti consegnano la città alla destra», dicono fonti qualificate M5S. E rincarano la dose: «Se chiudiamo accordi solo in una città o due, allora tanto vale mettere in discussione anche l’alleanza per le Politiche. Se è un problema allearsi, noi rimarremo ago della bilancia».

Parole di fuoco, perché il fronte del Nord targato M5S è a dir poco sul piede di guerra sia nei confronti dei dem sia dei big M5S. Oltre a Torino, anche a Milano e a Bologna — gli altri capoluoghi di Regione interessati dal voto — Pd e M5S sono sul punto di imboccare strade diverse. In Lombardia Beppe Sala ha fatto capire che preferisce andare da solo, il Movimento gli contrapporrà probabilmente o Simona Nocerino o Gianluca Corrado. In EmiliaRomagna, l’alleanza si è arenata sul ruolo di Italia viva, che punta su Isabella Conti. «Possiamo raccontarcela come vogliamo, autonoma e libera, ma è una candidatura di Matteo

Renzi», dice Max Bugani.

Lo stallo fa crescere i malumori in Parlamento. «A ottobre cosa resterà in mano a Conte e al neosegretario del Pd Enrico Letta, che più di tutti si sono spesi per questa alleanza? Guardiamo in faccia la realtà: le elezioni d’autunno non sono comunali qualsiasi, ma delle vere e proprie consultazioni di medio termine», scrive il deputato Sergio Battelli. Che poi incalza: «Conte allora abbandoni i box e acceleri». L’ex premier viene difeso da Stefano Buffagni e Lucia Azzolina. Ma il nodo per Conte non è solo il Nord, ma anche la Capitale, vero terreno di scontro tra Pd e Cinque Stelle. Una parte

La critica sulla scelta dei gazebo a Torino A Bologna intesa arenata sui renziani dei vertici è pronta a sacrificare Virginia Raggi, che però gode del favore della base M5S e di un appoggio trasversale che va da Beppe Grillo ad Alessandro Di Battista. Non solo. Sono sempre più i parlamentari, compresi quelli romani, che si sono schierati con la sindaca (che secondo i rumors M5S avrebbe dalla sua anche dei buoni numeri nei sondaggi). Insomma, un quadro difficile per un patto.

Maggiori sono le possibilità, invece, per le Regionali in Calabria e — soprattutto — per le Comunali a Napoli. Qui il M5S dovrà trovare una quadra anche con il governatore Vincenzo De Luca. «Il tavolo è aperto a prescindere dai nomi», dicono i pentastellati. In realtà in pole position per la corsa a sindaco il Movimento vede il presidente della Camera Roberto Fico.

«Stufo di polemiche. C’è gente che ha capacità eccezionali nel contraddirsi»

 



da IL CORRIERE DELLA SERA del 29 aprile 2021.Alessandro Trocino

Massimo Galli e Matteo Bassetti, infettivologi diventati volti noti della tv ma divisi da quasi tutto. Il primo è un campione del rigore, sempre preoccupato dalle riaperture che considera premature, visti i ritardi della campagna vaccinale; il secondo, da sempre aperturista, che definisce «illiberale e irrazionale» il coprifuoco, giudica Matteo Salvini un politico «di buon senso» e non si dice preoccupato dal diffondersi delle varianti al coronavirus.

Come sta?

«Se non sentissi troppi giornalisti starei meglio». Ecco, in effetti il professor Massimo Galli ne sente molti. Spesso in tv, è diretto, ironico e affilato come una lama.

I suoi duelli con il professor Bassetti sono sempre più frequenti.

"Non me ne faccia parlare, non vorrei perdere più tempo. Ne ho piene le scuffie di far polemica con quella gente lì».

Voi esperti dovreste rassicurarci con la vostra autorevolezza, ma litigate spesso, dicendo cose diversissime.

«È un argomento delicato. Cosa devo dire, che io ho ragione e altri dicono corbellerie solenni? Diciamo che alcuni hanno avuto una notevole capacità di contraddirsi, altri praticamente mai. Io non ero nella compagine ristretta ma chiassosa di chi, l’estate scorsa, diceva che il virus era clinicamente morto. Né in quelli dell’immunità di gregge».

Le sarà capitato di sbagliarsi.

«Sì e mi è rimasto sul gozzo. Ricordo che mi facevo la barba e mi sono detto: come faccio a dire ai politici, dopo due turisti malati di Covid, di chiudere tutto, quando per la Sars 1 abbiamo avuto solo quattro casi?».

Una volta è stato smentito anche dal suo ospedale.

«Dissi che eravamo invasi dalla variante inglese, loro negarono perché avevano dati non aggiornati. È stato molto disturbante essere smentito, ma oggi l’86 % degli isolamenti è per la variante inglese».

Per Bassetti siamo alla fine del Covid e le varianti non devono fare paura.

«Guardi, la variante inglese pesta giù duro. A differenza di quanto pensavamo, il tasso di mortalità è superiore».

A Bonaccini ha detto che hanno barattato «centinaia di morti» con le riaperture.

«Me l’ha tirato fuori lui. Mi ha detto che ero nervoso: argomento usato da politicanti non di livello per sminuire dialetticamente gli altri».

Difende, invece, Speranza.

«Sì, ho dato più volte l’endorsement alla sua serietà. Peccato che, come il Calvino del Visconte dimezzato, anche a lui hanno dimezzato il potere. Cambiare cavallo ora sarebbe sbagliatissimo».

In questi giorni hanno accusato anche Speranza e Ranieri Guerra per il piano pandemico non aggiornato.

«Non conosco il dettaglio, ma se devono andare nei pasticci anche quelli bravi, allora questo è un Paese che non risparmia davvero nessuno».

Il governo ha riaperto e lei non è d’accordo.

«Tra noi e la Gran Bretagna c’è un gap di 30 milioni di dosi di vaccino. Nelle migliori delle ipotesi ci aspettano 60 giorni di passione».

Le tappe per il coprifuoco alle 23 Il 14 maggio controllo decisivo

 



da IL CORRIERE DELLA SERA del 29 aprile 2021.Florenza Sarzanini

Due monitoraggi con la curva epidemiologica in discesa e il terzo che conferma l’abbassamento dell’indice di contagiosità. È questa la condizione per allungare almeno alle 23 l’orario del coprifuoco, il compromesso raggiunto dalla maggioranza di governo per modificare il decreto entrato in vigore il 26 aprile. Con una data chiave fissata al 14 maggio quando sarà chiaro se le riaperture di bar e ristoranti all’aperto e dei luoghi dello spettacolo abbiano influito sull’andamento dei contagi e sulla tenuta delle strutture sanitarie. Il dibattito è in corso sia all’interno dell’esecutivo sia nei partiti, con posizioni talvolta distanti. Anche dentro la Lega le sensibilità sulle scelte del governo in tema di riaperture sono diverse. Se Matteo Salvini raccoglie le firme per abolire il coprifuoco, il ministro Giancarlo Giorgetti si dimentica, si fa per dire, di firmare la petizione.

Il decreto

Nel provvedimento che scade il 31 luglio è specificato che le misure in vigore saranno rimodulate seguendo i dati che ogni settimana misurano l’epidemia, ma anche il risultato della campagna vaccinale nelle diverse regioni. Il coprifuoco è però una misura nazionale, quindi dovrà essere fissato in maniera che possa valere in tutta Italia, dunque tenendo conto anche delle aree dove l’incidenza è ancora alta tanto che il valore dell’Rt — l’indice di contagiosità — incrociato con gli altri indicatori fissa la permanenza nella fascia arancione o rossa.

Il doppio monitoraggio

Il primo monitoraggio per valutare la situazione è quello di domani, anche se si tratta di dati antecedenti all’entrata in vigore del nuovo decreto che non forniscono la fotografia istantanea perché si basano su rilevamenti della settimana precedente. Ma consentono comunque all’Istituto superiore di sanità e al ministero della Salute di individuare le aree di maggior rischio. Davvero indicativo sarà invece il bollettino del 7 maggio, a 15 giorni dall’entrata in vigore del decreto che ha riportato il 70 % degli studenti in presenza, con un maggior affollamento sui mezzi pubblici e soprattutto una circolazione dei cittadini nelle regioni gialle che dalle 5 alle 22 non prevede alcuna limitazione. E terrà conto del fine settimana del 1° maggio durante il quale sarà inevitabile un affollamento nelle località di mare e di vacanza, così come nei ristoranti e nei bar, sia pur esclusivamente all’aperto.

La cabina di regia

Nella settimana successiva sarà convocata la cabina di regia e le forze di maggioranza si confronteranno sull’opportunità di spostare alle 23 o addirittura alle 24 l’orario per il divieto di circolazione. Una misura che il leader della Lega Matteo Salvini, Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni e una parte di Forza Italia — appoggiati dai governatori del centrodestra — premono perché sia addirittura abolita. Una scelta che al momento non sembra possibile, finora si è parlato soltanto di un «ritocco». La decisione sarà comunque presa guardando i dati del 14 maggio e se davvero si tratterà di numeri positivi già il 17 maggio sarà possibile rimanere più a lungo in giro. Intanto le Regioni si attrezzano in vista delle nuove scadenze e ieri hanno consegnato al governo i protocolli messi a punto per le attività che ripartiranno dal 15 maggio.

Piscine e spiagge

Quel giorno in fascia gialla sarà possibile andare in piscina all’aperto e negli stabilimenti balneari. Le misure proposte dai governatori prevedono di «assicurare un distanziamento tra gli ombrelloni (o altri sistemi

Le Regioni: 10 metri quadrati per ogni ombrellone, un metro tra lettini e sdraiodi ombreggio) in modo da garantire una superficie di almeno 10 metri quadrati a postazione». Tra lettini e sedie a sdraio «quando non posizionate nel posto ombrellone» dovrà invece essere «garantita una distanza di almeno 1 metro». Vietati i giochi di gruppo, mentre «gli sport individuali (i racchettoni) o in acqua (nuoto, surf, windsurf, kitesurf) possono essere regolarmente praticati, nel rispetto delle misure di distanziamento». Consentiti il beach-volley e il beach-soccer ma seguendo «le disposizioni delle istituzioni competenti».

Bar e ristoranti

Il 1° giugno via libera, sempre in zona gialla, ai ristoranti al chiuso dalle 5 alle 18. Ultimo passaggio prima delle riaperture già previste a partire dal 1° luglio di eventi, fiere e congressi. Ma sempre tenendo sotto controllo la curva dei contagi per scongiurare il rischio di tornare indietro nel pieno dell’estate.

Lega e FI votano per Speranza No alla sfiducia





da IL CORRIERE DELLA SERA del 29 aprile 2021. Paola Di Caro ,Monica Guerzoni,Marco Cremonesi

Respinta con 221 «no» contro 29 «sì» la mozione di sfiducia al ministro della Salute, Roberto Speranza, presentata dal partito di Giorgia Meloni. Lega e Forza Italia votano con la maggioranza e «isolano» FdI.

Il giorno dopo la spaccatura nel voto sugli ordini del giorno di FdI per abolire il coprifuoco — che ha portato Pd, M5S e Leu a votare contro e Lega e FI ad astenersi dal voto — la maggioranza si ricompatta e respinge le mozioni di sfiducia contro il ministro della Salute, Roberto Speranza, presentate sempre da FdI ma anche da componenti del Gruppo Misto.

Non ha funzionato stavolta la «tenaglia» del centrodestra che tanto aveva fatto infuriare il resto della maggioranza, portando martedì all’approvazione da parte del governo di un Odg che impegna a valutare entro maggio la riduzione o l’abolizione del coprifuoco, se i dati lo permetteranno. E questo perché lo stesso centrodestra si è spaccato. Da una parte il partito della Meloni, che sfidava di fatto Salvini — molto critico nei giorni scorsi su Speranza — a passare dalle parole ai fatti. Dall’altra FI, Lega, Cambiamo e Noi per L’Italia che, con una dichiarazione comune a nome del «centrodestra di governo», hanno annunciato il no alla sfiducia ma anche la proposta di una «commissione parlamentare sulla pandemia». Proposta che è stata depositata ieri assieme ad un’altra di Italia Viva per indagare sulla gestione complessiva dell’emergenza Covid.

«Noi proporremo — ha annunciato infatti Salvini — un disegno di legge per istituire una commissione di inchiesta sul piano pandemico e sul comportamento del ministero della Salute e del ministro Speranza. Conto che gli amici di FdI ci diano una mano. Questo vale dieci volte di più di una mozione». E se la Meloni accusa i partiti di aver sostenuto «la gestione opaca e fallimentare di Speranza», Renato Schifani, per FI, ribatte: «Il nostro no alla sfiducia significa responsabilità. Non è il momento di far degenerare la polemica in instabilità».

In pratica, è quello che ha detto al Senato Speranza nel suo intervento, accolto da lunghi applausi dei senatori di Pd, M5S e Leu, tutti in piedi, e anche di alcuni esponenti del centrodestra. Chiari segnali che per la mozione non c’era il clima politico né la possibilità per alcuno di tenersi le mani libere (alla fine sono stati 221 i no contro 29 sì, è la seconda sfiducia personale meno votata dopo una contro Andreotti del Msi), pena una crisi di governo.

«La politica non è un gioco d’azzardo sulla pelle dei cittadini», aveva attaccato Speranza, insistendo sul punto che mette d’accordo tutti i partiti dell’ex maggioranza: «In un grande Paese non si fa politica su una grande epidemia». Senza mai nominare Salvini, il ministro si è sfogato contro il «linguaggio d’odio» che sente ogni giorno addosso, ha rimproverato alla destra — di opposizione e di governo — di «sfruttare l’angoscia degli italiani per miopi interessi di parte». Poi ha cercato di sgombrare il campo dalle accuse, dalla mancanza di un piano pandemico al presunto coinvolgimento del ministero della Salute nell’inchiesta di Bergamo: se il piano mancava la responsabilità è di «sette precedenti governi», ma «ora c’è», e quello che bisogna fare è «combattere il virus restando uniti». In questo passaggio, ci si è riusciti: «La maggioranza è compatta, fine del teatrino», chiosa il ministro del M5S Stefano Patuanelli.

Giorgio, il duro di Lotta continua



da IL CORRIERE DELLA SERA del 29 aprile 2021.Aldo Cazzullo

Quando, per gioco, i capi di Lotta continua si divertivano a immaginare la composizione del governo dopo che fossero andati al potere, il ministero dell’Interno veniva invariabilmente assegnato a Giorgio Pietrostefani. Un po’ perché era figlio di un prefetto. Un po’ perché lo chiamavano Pietrostalin, per la sua durezza. Un giorno disse a una futura leader del femminismo italiano, che era entrata nella stanza delle riunioni senza preavviso: «Adesso esci, bussi, chiedi permesso, ed entri». E a una scrittrice di successo intimò di non presentarsi più in collant, «che mi distrai gli operai».

In carcere, al don Bosco di Pisa dove era rinchiuso con Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani indossava una tuta con un maglione verde, e gli accadeva di passare ore in parlatorio a raccontare la sua storia. All’Aquila era compagno di scuola di Bruno Vespa. Era arrivato a Pisa da studente a 19 anni, nel 1962. Si iscrisse al Pci e ne fu radiato: troppo di sinistra. «I momenti più attesi erano quando arrivavano i tre santoni: Mario Tronti, Alberto Asor Rosa, Toni Negri. Non si faceva altro che parlare di classe operaia, l’operaio era Dio fatto uomo, ma non ne vedevamo uno. Gli operai veri, anima e sangue, li incontrammo un paio di anni dopo, quando irruppe nella nostra vita Adriano Sofri. A Pisa vivevamo a casa sua: c’erano due bambini, quindi tutto funzionava regolarmente, il frigorifero era sempre pieno, si mangiava tre volte al giorno...».

«L’inizio di tutto fu la Bussola. Avevamo stampato in mezza Toscana manifesti a lutto con la scritta: “Il 31 dicembre a Viareggio faremo la festa ai padroni”. Adriano si arrabbiò molto con me per quella che gli pareva una caduta di stile. La notte di San Silvestro del 1968 ci tesero una trappola. Noi strappavamo i papillon ai malcapitati che andavano a festeggiare il capodanno, qualcuno aveva riempito sacchetti di vernice rossa (altri, esagerando, di escrementi) che lanciava contro le signore in lungo. E tiravamo sassi ai carabinieri schierati di fronte alla Bussola. D’un tratto, su una di quelle barricate improvvisate, cadde un ragazzo. Vedevamo le fiammate delle pistole, qualcuno gridò: “Sappiamo che sparate a salve, non ci fate paura!”. Invece erano proiettili veri. Soriano Ceccanti rimase paralizzato. Io mi salvai nascondendomi in un cespuglio».

Nel 1969 Pietrostefani è a Milano. «Non avevamo i soldi per mangiare, un giorno un compagno, Tonino Lucarelli, che era un po’ acrobata, cominciò a camminare sulle mani, e io feci la questua con il cappello. Quando esplose la rivolta di Mirafiori andai a Torino, dove c’era già Sofri, che viveva a casa di Luigi Bobbio, il figlio di Norberto: corso Turati 63. Suonammo, ma non rispose nessuno. Allora Tonino si arrampicò lungo la parete e mi aprì. Il frigo era pieno. Lo saccheggiammo. Poi arrivò Adriano che distribuì i compiti: lui a Mirafiori, Tonino al Lingotto, io a Rivalta. In fondo a un manifesto scrissi: “Vinceremo”. Adriano si arrabbiò moltissimo. Io mi difesi dicendo che pure il Che finiva così i suoi appelli. Lui invece volle che si scrivesse sempre: “La lotta continua”».

«A Milano tutto ruotava attorno al bar Magenta, che era il bar della Cattolica, dei trafficanti e della polizia. Il proprietario era missino ma gli stavamo simpatici, ci dava il seminterrato per incontrarci. Infiltrarci era un gioco da ragazzi, infatti le nostre riunioni erano piene di poliziotti. Due si sedevano sempre accanto a me, alle manifestazioni erano puntualissimi, con spranga ed elmetto. Un giorno li feci seguire e scoprimmo che la sera andavano a dormire in caserma a Sant’Ambrogio. Li presi da parte e gli dissi: “Ragazzi vi abbiamo beccati, non venite più”. Quasi ogni settimana venivo convocato dal questore Allitto Bonanno, che mi trattava con grande cortesia, forse perché mio padre era prefetto in carica, ad Arezzo. Il commissario Allegra preparava il caffè e Allitto mi chiedeva: “Allora, sabato cosa succede?”. Fino a quando, il 12 dicembre 1972, arrivammo allo scontro. Volevamo manifestare a piazzale Loreto per il secondo anniversario di Piazza Fontana. Allitto fu durissimo: “Potete fare un comizio a Città Studi. Ma attorno ci metterò tanta di quella polizia che non uscirete neanche con i carri armati”. All’uscita sfilammo in colonna, fotografati uno a uno. Un disastro».

A Milano c’è anche Renato Curcio, fondatore delle Brigate Rosse. Nel libro-intervista scritto con Mario Scialoja, «A viso aperto», Curcio racconta di aver incontrato nel 1971 Pietrostefani, che gli avrebbe proposto di far confluire la sua organizzazione in Lotta continua. A un secondo incontro sarebbe stato presente anche Alberto Franceschini, ma la trattativa sarebbe finita in una rissa. Al processo Calabresi, Pietrostefani ha negato, Franceschini ha nicchiato: «Giorgio è più grosso di me, se mi avesse messo le mani addosso me ne ricorderei...». Ma quando le Br sequestrano e fotografano con una pistola puntata sul viso e un cartello al collo Idalgo Macchiarini, dirigente della Sit-Siemens, il comitato milanese di Lc scrive un volantino di approvazione. Mandato di cattura per tutti, che devono partire latitanti.

Il 17 maggio 1972 viene assassinato il commissario Luigi Calabresi. Nell’estate 1988 saranno arrestati Ovidio Bompressi, Leonardo Marino, Sofri e Pietrostefani; che stava per diventare amministratore delegato di un’azienda dell’Iri. A Parigi è arrivato il 24 gennaio 2000, alla vigilia della nona sentenza, quella della condanna definitiva. «Ho quasi sessant’anni e mi tocca giocare a nascondino» diceva. Lo incontrai nell’agosto 2002. Pantaloni bianchi, camicia azzurra, giacca blu, occhiali di tartaruga. Si era avvicinato alla fede, si definiva «quasi credente», diceva che «la sinistra in Italia è rappresentata da Cofferati e dal Papa», che era ancora Wojtyla: «Sono gli unici a occuparsi dei deboli». Aveva un bel ricordo di D’Alema: «A Pisa era sempre nel movimento. In minoranza, magari, ma c’era: alle assemblee, alle manifestazioni. Ma non è vero quello che ha raccontato: D’Alema non ha mai tirato una molotov, perché di molotov nel ’68 a Pisa non ce n’erano. Al massimo uno dava una spinta a un poliziotto e l’altro si metteva gattoni dietro di lui per farlo cadere».

Il passato gli era venuto dietro. In quei giorni stava leggendo un libro di Dürrenmatt, «Il sospetto», che parla della morte di un commissario di polizia. Ma qui le strade divergevano. Perché Pietrostefani, alle domande sull’omicidio, rispondeva che «la verità storica non esiste». Dürrenmatt sostiene invece, ne «La morte della Pizia», che la verità esiste, eccome; e «resiste in quanto tale se non la si tormenta».

Il colloquio con Draghi e la svolta decisa da Parigi

 


da IL CORRIERE DELLA SERA del 29 aprile 2021.

Le parole che molti italiani attendevano da decenni arrivano poche ore dopo gli arresti, quando una fonte dell’Eliseo spiega il senso della svolta: «È una presa di coscienza da parte della Francia, dopo anni di tentennamenti e anche di una certa compiacenza, della realtà storica dell’Italia, cioè il trauma costituito dagli anni di piombo, dalla serie di attentati, omicidi, rapimenti. Questo bisognava riconoscerlo, ed è questo atto coraggioso che il presidente ha deciso di compiere».

Il governo francese rompe con 40 anni di indulgenza nei confronti dei protagonisti della lotta armata in Italia, di sufficienza nei confronti della giustizia italiana, e di quell’assurdo clima culturale che faceva assimilare i brigatisti ad affascinanti combattenti della libertà, paragonabili ai rifugiati cileni in fuga dai torturatori di Pinochet. È un cambiamento storico ed è «un momento storico», dicono all’Eliseo, a proposito del livello delle relazioni franco-italiane, oggi ottime dopo gli scontri del primo governo Conte, quando il ministro Di Maio disse «non mollate!» ai gilet gialli che volevano rovesciare la presidenza francese.


Dalle Brigate rosse alle Lc.I sette arrestati in Francia

 



da IL CORRIERE DELLA SERA del 19 aprile 2021.Stefano Montefiori

La svolta attesa da tempo è arrivata. Ed è passata anche da una telefonata, avvenuta nelle scorse settimane, tra il premier italiano Mario Draghi e il presidente francese Emmanuel Macron. Sette condannati per episodi di terrorismo, tra cui appartenenti alle Brigate Rosse, ai Nuclei armati per il contropotere territoriale e un ex militante di Lotta continua, sono stati arrestati ieri mattina in Francia su richiesta dell’Italia. Altri tre sono in fuga e vengono ricercati. L’annuncio è stato dato dall’Eliseo. I dieci sono accusati di omicidi e altri fatti di sangue, tutti risalenti agli anni Settanta e Ottanta. Gli ex terroristi finiti in cella sono Marina Petrella, Giovanni Alimonti, Enzo Calvitti, Roberta Cappelli, Giorgio Pietrostefani, Sergio Tornaghi e Narciso Manenti. In fuga sono Raffaele Ventura, Maurizio Di Marzio e Luigi Bergamin.

C’è un pezzo di storia del terrorismo e dell’estremismo di sinistra degli anni Settanta dietro i nomi dei condannati italiani che vivevano liberi in Francia da decenni, ma improvvisamente richiamati a fare i conti col proprio passato. Sette arrestati e tre ricercati nell’operazione chiamata «Ombre rosse», avviata in sordina a fine 2019, dopo la ratifica della Convenzione sulle estradizioni siglata dagli Stati membri dell’Unione europea, poi bloccata per vari problemi e ripresa nell'ultimo mese. Dopo il «via libera» seguito ai colloqui tra i ministri della Giustizia Marta Cartabia e Eric Dupond-Moretti, e poi tra il premier Mario Draghi e il presidente francese Emmanuel Macron, le polizie dei due Paesi hanno ricominciato a lavorare per organizzare il blitz al quale però sono sfuggiti tre dei dieci rifugiati; non erano più ai loro indirizzi probabilmente già da qualche giorno, dopo che s’era ricominciato a parlare delle possibili estradizioni.

Si tratta di nomi più o meno noti, non di prima fila ma protagonisti di episodi importanti del lungo e tormentato periodo della lotta armata in Italia, tra i Settanta e gli Ottanta. Il più famoso è forse Giorgio Pietrostefani, che però non apparteneva a una formazione terroristica bensì a Lotta continua, gruppo extra-parlamentare che agiva alla luce del sole. A 77 anni compiuti, è il più anziano tra gli arrestati. Con altri tre compagni d’un tempo (tra cui il pentito che 16 anni dopo i fatti ha accusato gli altri militanti) è stato condannato per l’omicidio del commissario di polizia Luigi Calabresi, assassinato il 17 maggio 1972 perché additato da Lotta continua come colpevole della morte dell’anarchico Pinelli, volato da una finestra della questura milanese il 15 dicembre 1969, all’indomani della strage di piazza Fontana. Un delitto politico, consumato prima che le Brigate rosse cominciassero a rivendicare i loro omicidi, nel 1974.

Delle Br fecero parte cinque delle persone fermate ieri, mentre un’altra è riuscita a scappare: si tratta del sessantenne Maurizio Di Marzio, il più giovane del gruppo, a cui restano da scontare 5 anni e 9 mesi di carcere. La sua pena si prescriverà fra pochi giorni, se non sarà preso entro il 10 maggio sarà definitivamente libero. In carcere sono finite invece le ergastolane Marina Petrella e Roberta Cappelli, entrambe 66 anni, militanti della «colonna romana» e condannate, fra l’altro, per l’omicidio del generale Enrico Galvaligi, ucciso la sera del 31 dicembre 1980.

Petrella è stata coinvolta anche nel sequestro del giudice Giovanni D’Urso, rapito a dicembre ‘80 e rilasciato il mese successivo, e già nel 2008 fu arrestata e giunse a un passo dall’estradizione. Solo all’ultima tappa l’ex presidente francese Nicolas Sarkozy decise di non riconsegnarla all’Italia, in considerazione delle sue condizioni di salute e per l’interessamento diretto della cognata del presidente, l’attrice italiana Valera Bruni Tedeschi, che era andata a visitarla in carcere. Roberta Cappelli è stata condannata pure per l’omicidio dell’agente di polizia Michele Granato, assassinato nel novembre ‘79; poche settimane dopo, nella cosiddetta «campagna dei marescialli» lanciata dalle Br, caddero altre due poliziotti, Domenico Taverna e Mariano Romiti.

Le due donne sono state giudicate responsabili anche del ferimento del vice-questore della Digos di Roma Nicola Simone, colpito il 6 gennaio 1982, un attentato in cui è rimasto coinvolto un altro degli arrestati: è Giovanni Alimonti, anche lui sessantaseienne, a cui restano da scontare 11 anni e mezzo di prigione. Tra i brigatisti presi ieri figurano pure Enzo Calvitti, condannato a 18 anni e 7 mesi di detenzione per associazione sovversiva e banda armata, e il milanese Sergio Tornaghi, 63 anni, già militante della «colonna Walter Alasia», che deve scontare l’ergastolo per l’omicidio di Renato Briano; era il direttore generale della «Ercole Marelli», venne ucciso la mattina del 12 novembre 1980 all’interno della metropolitana, men

L’ultimo degli arrestati è Narciso Manenti, pure lui sessantatreenne, condannato all’ergastolo per l’assassinio dell’appuntato dei carabinieri Giuseppe Gurrieri, freddato a Bergamo il 13 marzo 1979, nella sala d’aspetto del medico dove aveva accompagnato il figlio di 10 anni, per una visita. L’attentato fu rivendicato da Guerriglia proletaria, una delle sigle considerate vicino a Prima linea.

Anche gli altri due ricercati hanno fatte parte di gruppi contigui a Pl. Uno è Luigi Bergamin, 72 anni, al quale restano da scontare 16 anni e 11 mesi per vari reati, tra cui gli omicidi dell’agente della Digos milanese Andrea Campagna e del maresciallo della polizia penitenziaria Antonio Santoro; sono due dei quattro delitti consumati dai Proletari armati per il comunismo confessati da Cesare Battisti al suo rientro in Italia, seguito alla cattura avvenuta a gennaio 2019, dopo una lunga latitanza vissuta proprio in Francia, e poi in Brasile.

L’ultimo della lista è il settantunenne Raffaele Ventura, già appartenente alle Formazioni comuniste combattenti, condannato a 24 anni e 4 mesi per l’omicidio del brigadiere di polizia Antonio Custra ucciso a Milano il 14 maggio 1977, durante i furiosi scontri di piazza in cui fu scattata la famosa foto del giovane incappucciato armato di pistola che prende la mira ad altezza d’uomo; un’immagine divenuta simbolo degli «anni di piombo», icona di una stagione dove si sono mescolati violenza politica diffusa, delitti pianificati da formazioni clandestine e guerriglia urbana.

Inizialmente l’elenco dei rifugiati in Francia era più lungo, ma tra pene prescritte, pronunce irrevocabili di giudici francesi e morti sopravvenute si è assottigliato nel tempo fino a questi ultimi nomi e indirizzi, dove la polizia francese è andata a bussare l’altra notte.