Anglotedesco

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giovedì 29 aprile 2021

Dalle Brigate rosse alle Lc.I sette arrestati in Francia

 



da IL CORRIERE DELLA SERA del 19 aprile 2021.Stefano Montefiori

La svolta attesa da tempo è arrivata. Ed è passata anche da una telefonata, avvenuta nelle scorse settimane, tra il premier italiano Mario Draghi e il presidente francese Emmanuel Macron. Sette condannati per episodi di terrorismo, tra cui appartenenti alle Brigate Rosse, ai Nuclei armati per il contropotere territoriale e un ex militante di Lotta continua, sono stati arrestati ieri mattina in Francia su richiesta dell’Italia. Altri tre sono in fuga e vengono ricercati. L’annuncio è stato dato dall’Eliseo. I dieci sono accusati di omicidi e altri fatti di sangue, tutti risalenti agli anni Settanta e Ottanta. Gli ex terroristi finiti in cella sono Marina Petrella, Giovanni Alimonti, Enzo Calvitti, Roberta Cappelli, Giorgio Pietrostefani, Sergio Tornaghi e Narciso Manenti. In fuga sono Raffaele Ventura, Maurizio Di Marzio e Luigi Bergamin.

C’è un pezzo di storia del terrorismo e dell’estremismo di sinistra degli anni Settanta dietro i nomi dei condannati italiani che vivevano liberi in Francia da decenni, ma improvvisamente richiamati a fare i conti col proprio passato. Sette arrestati e tre ricercati nell’operazione chiamata «Ombre rosse», avviata in sordina a fine 2019, dopo la ratifica della Convenzione sulle estradizioni siglata dagli Stati membri dell’Unione europea, poi bloccata per vari problemi e ripresa nell'ultimo mese. Dopo il «via libera» seguito ai colloqui tra i ministri della Giustizia Marta Cartabia e Eric Dupond-Moretti, e poi tra il premier Mario Draghi e il presidente francese Emmanuel Macron, le polizie dei due Paesi hanno ricominciato a lavorare per organizzare il blitz al quale però sono sfuggiti tre dei dieci rifugiati; non erano più ai loro indirizzi probabilmente già da qualche giorno, dopo che s’era ricominciato a parlare delle possibili estradizioni.

Si tratta di nomi più o meno noti, non di prima fila ma protagonisti di episodi importanti del lungo e tormentato periodo della lotta armata in Italia, tra i Settanta e gli Ottanta. Il più famoso è forse Giorgio Pietrostefani, che però non apparteneva a una formazione terroristica bensì a Lotta continua, gruppo extra-parlamentare che agiva alla luce del sole. A 77 anni compiuti, è il più anziano tra gli arrestati. Con altri tre compagni d’un tempo (tra cui il pentito che 16 anni dopo i fatti ha accusato gli altri militanti) è stato condannato per l’omicidio del commissario di polizia Luigi Calabresi, assassinato il 17 maggio 1972 perché additato da Lotta continua come colpevole della morte dell’anarchico Pinelli, volato da una finestra della questura milanese il 15 dicembre 1969, all’indomani della strage di piazza Fontana. Un delitto politico, consumato prima che le Brigate rosse cominciassero a rivendicare i loro omicidi, nel 1974.

Delle Br fecero parte cinque delle persone fermate ieri, mentre un’altra è riuscita a scappare: si tratta del sessantenne Maurizio Di Marzio, il più giovane del gruppo, a cui restano da scontare 5 anni e 9 mesi di carcere. La sua pena si prescriverà fra pochi giorni, se non sarà preso entro il 10 maggio sarà definitivamente libero. In carcere sono finite invece le ergastolane Marina Petrella e Roberta Cappelli, entrambe 66 anni, militanti della «colonna romana» e condannate, fra l’altro, per l’omicidio del generale Enrico Galvaligi, ucciso la sera del 31 dicembre 1980.

Petrella è stata coinvolta anche nel sequestro del giudice Giovanni D’Urso, rapito a dicembre ‘80 e rilasciato il mese successivo, e già nel 2008 fu arrestata e giunse a un passo dall’estradizione. Solo all’ultima tappa l’ex presidente francese Nicolas Sarkozy decise di non riconsegnarla all’Italia, in considerazione delle sue condizioni di salute e per l’interessamento diretto della cognata del presidente, l’attrice italiana Valera Bruni Tedeschi, che era andata a visitarla in carcere. Roberta Cappelli è stata condannata pure per l’omicidio dell’agente di polizia Michele Granato, assassinato nel novembre ‘79; poche settimane dopo, nella cosiddetta «campagna dei marescialli» lanciata dalle Br, caddero altre due poliziotti, Domenico Taverna e Mariano Romiti.

Le due donne sono state giudicate responsabili anche del ferimento del vice-questore della Digos di Roma Nicola Simone, colpito il 6 gennaio 1982, un attentato in cui è rimasto coinvolto un altro degli arrestati: è Giovanni Alimonti, anche lui sessantaseienne, a cui restano da scontare 11 anni e mezzo di prigione. Tra i brigatisti presi ieri figurano pure Enzo Calvitti, condannato a 18 anni e 7 mesi di detenzione per associazione sovversiva e banda armata, e il milanese Sergio Tornaghi, 63 anni, già militante della «colonna Walter Alasia», che deve scontare l’ergastolo per l’omicidio di Renato Briano; era il direttore generale della «Ercole Marelli», venne ucciso la mattina del 12 novembre 1980 all’interno della metropolitana, men

L’ultimo degli arrestati è Narciso Manenti, pure lui sessantatreenne, condannato all’ergastolo per l’assassinio dell’appuntato dei carabinieri Giuseppe Gurrieri, freddato a Bergamo il 13 marzo 1979, nella sala d’aspetto del medico dove aveva accompagnato il figlio di 10 anni, per una visita. L’attentato fu rivendicato da Guerriglia proletaria, una delle sigle considerate vicino a Prima linea.

Anche gli altri due ricercati hanno fatte parte di gruppi contigui a Pl. Uno è Luigi Bergamin, 72 anni, al quale restano da scontare 16 anni e 11 mesi per vari reati, tra cui gli omicidi dell’agente della Digos milanese Andrea Campagna e del maresciallo della polizia penitenziaria Antonio Santoro; sono due dei quattro delitti consumati dai Proletari armati per il comunismo confessati da Cesare Battisti al suo rientro in Italia, seguito alla cattura avvenuta a gennaio 2019, dopo una lunga latitanza vissuta proprio in Francia, e poi in Brasile.

L’ultimo della lista è il settantunenne Raffaele Ventura, già appartenente alle Formazioni comuniste combattenti, condannato a 24 anni e 4 mesi per l’omicidio del brigadiere di polizia Antonio Custra ucciso a Milano il 14 maggio 1977, durante i furiosi scontri di piazza in cui fu scattata la famosa foto del giovane incappucciato armato di pistola che prende la mira ad altezza d’uomo; un’immagine divenuta simbolo degli «anni di piombo», icona di una stagione dove si sono mescolati violenza politica diffusa, delitti pianificati da formazioni clandestine e guerriglia urbana.

Inizialmente l’elenco dei rifugiati in Francia era più lungo, ma tra pene prescritte, pronunce irrevocabili di giudici francesi e morti sopravvenute si è assottigliato nel tempo fino a questi ultimi nomi e indirizzi, dove la polizia francese è andata a bussare l’altra notte.

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