Anglotedesco

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martedì 27 aprile 2021

I dubbi dell'economista Giovanni Dosi:"I soldi sono tanti il problema sarà riuscire a spenderli"


di Matteo Scardigli

Il presidente del Consiglio Mario Draghi ha presentato il Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza alla base del Recovery Fund. Abbiamo chiesto una valutazione del documento al professor Giovanni Dosi, ordinario di Economia e direttore dell'Istituto di economia alla Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa. Che rapporto c'è fra il Piano di Draghi e la bozza preparata dal governo Conte? 

«La mia impressione è che il Piano di Draghi sia uguale a quello di Conte ma con più soldi per le imprese: lo ha reso più amico di Confindustria. Il Piano di Conte non era male ma aveva delle debolezze, Draghi le ha accentuate aumentando i trasferimenti a pioggia alle imprese mentre rimane abbastanza carente quanto a integrazione e sostegni ai redditi». 

I punti scanditi dal primo ministro sono attuabili con le risorse a disposizione? 

«Vedo importanti proclami di principio, ma manca il dettaglio operativo: l'arrosto c'è ma non si capisce chi lo mangia. I 248 miliardi di cui parla Draghi sono costituiti in parte da soldi che c'erano già e per il resto da stanziamenti europei in parte a fondo perduto e in parte sotto forma di prestiti a tassi favorevoli. Da quel lato non ci sono grossi ostacoli, il problema è spenderli». 

Qual è il problema? 

«In Italia si crede ancora che la disoccupazione sia dovuta a un mancato incontro fra domanda e offerta sul mercato del lavoro, ciò che manca è invece la domanda aggregata; altrimenti si ricade nella stessa idiozia dei navigator di due governi fa. Bisogna ricostruire la domanda di lavoro attraverso grandi piani finanziati ed eventualmente organizzati dallo Stato senza comunque ricadere nella falsa alternativa secondo la quale se si sbloccano i cantieri entra la mafia, mentre se si controlla niente si muove. Facciamo grandi piani ma siamo incapaci di intervenire sul tessuto industriale. La sburocratizzazione di cui parla Draghi va fatta e le procedure stile ponte Morandi dovrebbero diventare la norma». 

La digitalizzazione è proprio l'incipit della prima mission del Piano. Funzionerà? 

«Ci vorrebbero mission di lungo periodo finalizzate anche alla costituzione di grandi oligopoli europei e italiani nell'ampia area dell'information processing incluse infrastrutture per salvaguardare le nostre informazioni e allo stesso tempo politiche in campo digitale che proteggano la società dal saccheggio di informazioni su tutti noi. Poi c'è la questione delle politiche industriali: sono anni che non siamo in grado di ricostruire le industrie di alta tecnologia ma bravissimi nel distruggere quelle che poche che abbiamo nella foga privatista che ha permeato il discorso politico degli ultimi 30 anni. Draghi sembra volere invece incentivare gli investimenti esteri quando dovrebbe proteggere i "gioielli della corona" e porre fine a una stagione che ha visto le varie Ansaldo, Magneti Marelli e Parmalat uscire dall'Italia. E serve un uso strategico di Cassa depositi e prestiti per fare tale politica industriale». 

Altro tema fondamentale in tempo di pandemia è la sanità. Qual è la situazione nel Piano? 

«Gli stanziamenti per la sanità sono ridicoli. L'Italia è un Paese che ancora non ha un'Agenzia per la ricerca, bisogna crearne una che eroghi finanziamenti uscendo fuori dalla logica emergenziale. Le mission in sanità vanno fatte su vaccini, antibiotici e immunoterapie oncologiche: bisogna metterci dei soldi e garantirne la continuità. Costruire nuovi ospedali poi è doveroso ma bisogna far funzionare quelli vecchi (specialmente al Sud) , assumendo a tempo indeterminato medici e infermieri portando la percentuale al livello di Paesi più sviluppati. La telemedicina va bene ma servono prima di tutto i medici sul territorio, che riducono notevolmente il tasso di ricovero degli infettati». 

In definitiva cosa dobbiamo aspettarci? 

«Questa è una nuova fase di sviluppo. Dobbiamo approfittare del fatto che per la prima volta non abbiamo più le maestrine tedesche che impongono l'austerità, e finita l'emergenza dobbiamo evitare di tornarci. Abbiamo anche l'opportunità di agire sulla redistribuzione del reddito e degli orari di lavoro, ma dubito che la cosa piaccia a Confindustria». 

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