Anglotedesco

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lunedì 31 maggio 2021

Economia, politica, giustizia Un intreccio lungo decenni

  



Il centro siderurgico di Taranto venne inaugurato nel 1965 dal presidente Saragat. La scelta del sito fu essenzialmente politica, preferendosi il Sud alla realtà già esistente di Piombino e a Vado Ligure. Nei decenni è stato un susseguirsi di battaglie, economiche e ambientali, che hanno portato il più grande siderurgico d'Europa al centro delle cronache giudiziarie. In generale, Ilva negli ultimi dieci anni ha portato con sé un intrico di piani giuridici, societari, ambientali e giudiziari, di gestione di privati e di intervento pubblico. Al centro c'è il Gruppo Riva, fondato da Emilio Riva nel 1954 assieme al fratello Adriano, per commercializzare rottami di ferro destinati alle acciaierie. Il Gruppo ha una forte crescita soprattutto partecipando alle privatizzazioni degli anni Novanta, quando in casa entra l'Ilva, ex Italsider, diventando un pezzo importante di storia della siderurgia italiana. Emilio Riva è morto nel 2014 a 88 anni. Il caso Ilva inizia a diventare tale da un punto di vista giudiziario nel 2012, quando la magistratura dispone il sequestro senza facoltà d'uso dei sei impianti dell'area a caldo. Il 26 luglio 2012, dopo indagini sull'operato dei Riva, il gip di Taranto dispone infatti il sequestro per gravi violazioni ambientali. Emilio Riva, il figlio Nicola Riva e l'ex direttore dello stabilimento di Taranto, Luigi Capogrosso, sono arrestati con accuse che andavano dal disastro colposo all'inquinamento atmosferico. Con il decreto ministeriale del 21 gennaio 2015 si apre la procedura di amministrazione straordinaria, con una triade di commissari. L'obiettivo della gestione era risanare e trovare un acquirente. Dopo una lunga ricerca e la pubblicazione del bando, nel giugno 2017 il colosso anglo-indiano Arcelor Mittal si aggiudica la gara pubblica per il controllo parziale dell'acciaieria. In totale il piano di investimenti previsto era di 2,1 miliardi. A fine giugno 2018 è prorogato di tre mesi il commissariamento, mentre a luglio il governo giallo-verde con il nuovo titolare del Mise Luigi Di Maio chiede di fare luce sulla regolarità della gara. Il 5 novembre 2019 ArcelorMittal annuncia l'intenzione di recedere dal contratto di affitto e il 14 novembre rende nota la volontà di chiudere gli impianti di Taranto. Tale decisione è stata impugnata - e di fatto bloccata - in sede giudiziaria dai commissari straordinari dell'Ilva e dal governo. Dopo una lunga querelle giudiziaria, si è arrivati a un'intesa industriale tra governo e Mittal, siglata nel dicembre 2020. Nelle operazioni della filiale italiana è quindi subentrata una nuova società costituita da Am InvestCo Italy. Ad aprile 2021, dopo l'entrata dell'agenzia governativa Invitalia nel capitale della società, l'assemblea straordinaria ha deciso l'aumento di capitale riservato ad Invitalia e ha sancito la modifica della ragione sociale di Am InvestCo Italy e delle sue controllate. Una è divenuta Acciaierie d'Italia Holding, mentre ArcelorMittal Italia è diventata Acciaierie d'Italia. 

MICHELE EMILIANO:"Ora il governo deve decidere il destino di questi impianti"

 



Parla di una sentenza di svolta presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano: «La giustizia ha finalmente fatto il suo corso accertando che i cittadini di Taranto hanno dovuto subire danni gravissimi da parte della gestione Ilva facente capo alla famiglia Riva. La sentenza è un punto di non ritorno che deve essere la guida per le decisioni che il Governo deve prendere con urgenza sul destino degli impianti». E ha aggiunto che «i delitti commessi sono assimilabili a reati di omicidio e strage, non a caso di competenza della Corte d'Assise al pari di quelli per i quali è intervenuta la pesantissima condanna».Cauto il commento del ministro dello sviluppo economico Michele Giorgetti: «Rispettiamo la sentenza, manca la pronuncia del Consiglio di Stato per avere il polso della situazione - ha detto -. A quel punto sarà possibile capire in che quadro giuridico lo Stato, in qualità di azionista, potrà operare. Servono certezze per dare una prospettiva di crescita e sviluppo a Ilva e all'acciaio in Italia»È invece furioso l'ex presidente della Puglia, Nichi Vendola, condannato per concussione: «Mi ribello a una giustizia che calpesta la verità. È come vivere in un mondo capovolto, dove chi ha operato per il bene di Taranto, viene condannato senza ombra di una prova». Sono parole piene di amarezza e incredulità, quelle di Vendola, che parla di una «giustizia profondamente malata che ha offerto a Taranto non dei colpevoli, ma agnelli sacrificali». Vendola annuncia che «contro questa carneficina del diritto e della verità» è pronto a combattere.

Ilva,la sentenza è una stangata



di Stefania De Cristofaro

L'applauso e gli occhi lucidi. Aspettavano giustizia i genitori dei bambini di Taranto, rimasti fuori dalla Scuola sottufficiali della Marina militare, dove per 11 giorni i giudici sono stati in camera di consiglio. Per disastro ambientale, la Corte d'Assise ha condannato i principali imputati nel processo "Ambiente svenduto" e ha disposto la confisca dell'area a caldo dell'ex Ilva e di 2,1 miliardi. Le pene più severe sono state inflitte agli ex proprietari, a distanza di 5 anni dalla prima udienza: 22 anni a Fabio Riva, a fronte dei 28 richiesti dai pm, e 20 al fratello Nicola, rispetto ai 25 invocati. Condannati il responsabile delle relazioni istituzionali, Girolamo Archinà, a 21 anni e 6 mesi, e l'ex direttore dello stabilimento Luigi Capogrosso, a 21. Agli ex dirigenti ritenuti fiduciari della famiglia Riva, Lanfranco Legnani (definito dall'accusa direttore ombra del sito), Alfredo Ceriani, Giovanni Rebaioli e Agostino Pastorino sono stati inflitti 18 anni e 6 mesi. Quindici anni all'ex consulente della procura, Lorenzo Liberti. Condannato anche l'ex presidente della Puglia Nichi Vendola, per concussione aggravata a 3 anni e 6 mesi, rispetto ai 5 anni chiesti dai pm, secondo cui avrebbe fatto pressioni sull'ex direttore generale dell'Agenzia regionale per la protezione ambientale della Puglia, Giorgio Assennato, al quale sono stati inflitti 2 anni per favoreggiamento nei confronti di Vendola. Condanna a 4 anni per l'ex direttore dello stabilimento Adolfo Buffo, attuale direttore generale di Acciaierie Italia. Condannati anche l'ex presidente della Provincia di Taranto, Gianni Florido, e l'ex assessore provinciale all'ambiente Michele Conserva, entrambi a 3 anni. Assoluzione per l'ex prefetto Bruno Ferrante, ex presidente Ilva, per il quale i pm avevano chiesto 17 anni, per l'ex assessore pugliese e deputato di Si Nicola Fratoianni e per l'attuale assessore regionale Donato Pentassuglia. Assoluzione infine, per l'ex sindaco di Taranto Ippazio Stefano.Le condanne sono raccolte in 83 pagine: la presidente Stefania D'Errico ne ha dato lettura per oltre un'ora e mezzo. Il processo è iniziato il 17 maggio 2012, dopo l'inchiesta che portò al sequestro dell'area a caldo e agli arresti il 26 luglio 2012. La confisca degli impianti sarà esecutiva dopo la Cassazione. Disposta una provvisionale di 100mila euro per il comune di Taranto e la Regione Puglia. Le parti civili sono 902 tra persone fisiche, sindacati, associazioni ed enti locali. Ci sono anche i ministeri dell'Ambiente e della Salute. La Corte d'Assise ha condannato gli imputati per i quali è stato riconosciuto il disastro ambientale al risarcimento in solido tra loro e con i responsabili civili, «mediante il ripristino della integrità dell'ambiente inquinato e danneggiato dalla condotta degli impianti» oppure «in caso di impossibilità, al risarcimento del danno per equivalente, nell'importo da liquidarsi in separato giudizio civile». 

In Europa (non in Italia) si rilasciano pass di viaggio

 


Sarà operativa da oggi la piattaforma europea Gateway e gli Stati dell'Unione europea potranno cominciare a connettersi per produrre i certificati digitali, il cosiddetto "green pass" per spostarsi all'estero. Ma non l'Italia. Bisognerà aspettare almeno la seconda metà di giugno prima che il nostro Paese abbia trasferito i dati dei 60milioni di italiani sulla piattaforma europea. Un ritorno alla libertà di spostarsi, soprattutto in vista dell'estate, ma in sicurezza, con un "freno d'emergenza" se la situazione epidemiologica peggiorasse rapidamente. È il doppio binario su cui si muove la Commissione europea nella sua proposta di aggiornamento delle raccomandazioni sulla circolazione nell'Unione. A chi ha il certificato Covid Ue, niente test prima di mettersi in viaggio o quarantena a partire da 14 giorni dall'ultima dose di vaccino, che può essere singola o con richiamo a seconda del siero ricevuto. Per chi è guarito, il certificato è valido per 180 giorni dopo il test molecolare positivo. Per consentire di viaggiare in famiglia in serenità, anche i minori dovrebbero essere esentati dalla quarantena se lo sono i genitori, e nessun test di viaggio per i bambini sotto i 6 anni. Per tutti gli altri che si devono invece sottoporre a tampone, la Commissione propone un periodo di validità standard di 72 ore per i test molecolari e, se lo Stato membro li accetta, di 48 ore per gli antigenici rapidi. «Gli europei dovrebbero godersi un'estate sicura e rilassante. Con l'avanzare della vaccinazione, proponiamo di allentare gradualmente le misure di viaggio in modo coordinato», commenta la presidente della Commissione Ursula von der Leyen. E si apre anche ai viaggiatori vaccinati in arrivo da fuori i confini. «Dovrebbero poter avere il certificato europeo per viaggiare nell'Unione. È quello che stiamo chiedendo agli Stati membri - rimarca il commissario alla Giustizia, Didier Reynders - sarebbe un peccato chiedergli un altro documento, per esempio per andare a un concerto. Libero movimento nell'Unione europea è ciò che chiediamo». Se però i casi dovessero aumentare o fosse segnalata un'elevata incidenza di varianti preoccupanti, gli Stati membri dovrebbero poter reintrodurre restrizioni agli spostamenti, a seconda dei "colori" delle aree comunicate dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie». 

Visco: «Ora il Pil è in ripresa Puntare decisi sul Recovery»

 



La campagna vaccinale e il Piano nazionale di ripresa e resilienza aprono la strada alla fine della crisi. E quest'anno l'espansione del Pil potrebbe superare il 4 per cento. Di fronte al Paese, ha ammonito il governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, nelle sue "Considerazioni finali", c'è «una formidabile sfida» ed «è essenziale che a essa partecipino con convinzione e fiducia imprese e famiglie», perché «non è pensabile un futuro costruito sulla base di sussidi e incentivi pubblici», sebbene per ora sia «necessario mantenere il sostegno a chi perde il lavoro». Anche l'Europa è chiamata a fare la sua parte. «La gravità della crisi - ha osservato l'inquilino di via Nazionale - ha fatto superare dubbi e inerzie. Anche se non risolvono il problema dell'incompletezza dell'Unione economica e monetaria», ha aggiunto, «quanto più saranno utilizzati con efficacia tanto più i programmi varati nell'ultimo anno potranno costituire un punto di riferimento per il disegno di meccanismi di natura permanente e dal funzionamento più agile». A partire dalla «possibilità di una stabile emissione di debito, garantita da fonti di entrata autonome». Alla Bce Visco ha chiesto di mantenere una politica accomodante. Le prospettive dell'inflazione a medio termine, ha affermato il governatore, restano "deboli" e «l'esperienza maturata dopo la crisi finanziaria globale del 2008-09 mostra che una riduzione prematura dello stimolo monetario accresce i rischi per l'economia e per la stabilità dei prezzi» . Secondo il governatore, «assicurare nella fase di ripresa dell'attività economica il mantenimento, prolungato nel tempo, dello stimolo monetario potrà favorirne un più solido recupero, con effetti positivi sull'occupazione e sui redditi e una più salda tenuta delle aspettative di inflazione» . L'Italia ha il dovere di non sprecare l'occasione. Il Recovery, ha incalzato Visco, «ci offre la possibilità di migliorare il funzionamento dell'apparato pubblico e di stimolare l'iniziativa privata, di modernizzare l'economia. Senza eccesso di enfasi» , ha proseguito, «si può concordare con la tesi che dal successo delle riforme e degli interventi del Piano nazionale di ripresa e resilienza che dà attuazione al programma nel nostro paese dipenderanno le opportunità che l'Italia potrà offrire alle nuove generazioni». Anche perché prima o poi gli aiuti finiranno e, a quel punto il Paese dovrà essere in grado di camminare da solo. «È certo» , ha avvertito Visco, «che verrà meno lo stimolo, in parte artificiale, che oggi proviene da politiche macroeconomiche straordinarie ed eccezionali. Cesseranno quindi il blocco dei licenziamenti, le garanzie dello Stato sui prestiti, le moratorie sui debiti. E andrà, gradualmente ma con continuità, ridotto il fardello del debito pubblico sull'economia» . Per questo, ha concluso il governatore, «bisogna essere preparati ai cambiamenti di cui abbiamo contezza e pronti per rispondere agli eventi e agli sviluppi inattesi, come dolorosamente ci insegna l'epidemia che ci ha tutti colpito». Le parole scelte sono quelle scritte da Alessandro Manzoni sugli eventi connessi con la terribile peste del Seicento: «Spegnere il lume è un mezzo opportunissimo per non veder la cosa che non piace, ma non per veder quella che si desidera».Commenti positivi da parte dei partiti sia pur con sfumature diverse, alle parole del Governatore della Banca d'Italia nella sua relazione annuale.Un po' da tutti gli esponenti dei partiti che formano la larga maggioranza sono arrivate parole di apprezzamento perVisco, che porta una ventata di fiducia in vista dei prossimi mesi e anni, che non saranno privi di sacrifici ma neanche di leve da azionare per lo sviluppo del Paese. Da parte dei sindacati si chiede un patto sociale, mentre le categorie economiche chiedono che l'uscita dagli aiuti sia graduale e permetta alle imprese di lasciarsi alle spalle la crisi. 

PAPA FRANCESCO.Accesso ai vaccini per tutti.Così si esce dalla pandemia

 



Vaccini per tutti, prima possibile. Per uscire tutti insieme dalla pandemia. Nel rosario che chiude il mese di maggio e recitato per la fine della pandemia, Papa Francesco prega per una ricerca scientifica autenticamente solidale che vada oltre gli interessi economici. «Per intercessione di Maria ti preghiamo, Signore, di sciogliere il nodo della malattia e dell'incertezza per restituire la forza della salute e l'impegno solidale per la ricerca scientifica - recita il pontefice durante la preghiera nei Giardini vaticani - Gesù Cristo, la luce delle genti, che contempliamo nella sua presentazione al tempio, sappia illuminare l'umanità, perché siano sanate le piaghe della malattia e del dolore e perché, anche nel campo medico e sanitario, cessi l'egoismo che porta solo interessi economici e la conquista della ricerca scientifica sia patrimonio di tutte le persone, soprattutto i più deboli e poveri». Il rosario nei Giardini vaticani è l'atto conclusivo della maratona spirituale indetta per il mese di maggio: trentuno giorni, avviati dal Papa il primo del mese nella Basilica di San Pietro, durante i quali i fedeli si sono radunati anche virtualmente nei santuari più importanti dei loro Paesi. 

Massimo Galli vede in autunno in rosa:"Il Covid non si riprenderà"

  



di Sabrina Chiellini

«Credo che la durata delle protezione vaccinale vada ben al di là dei sei mesi che sono stati prospettati e ci consentirà di partire con un zoccolo duro di protezione che renderà più improbabile una ripresa dell'infezione in autunno comparabile a quanto abbiamo vissuto lo scorso autunno». Il professor Massimo Galli, direttore del reparto di malattie infettive dell'ospedale Sacco di Milano, non si è mai risparmiato durante la prima e la seconda fase della pandemia (che ha causato solo in Italia oltre 125mila vittime) nel dare spiegazioni ai cittadini ma anche nel lanciare allarmi. Ora i numeri dei contagi e dei ricoveri negli ospedali sono in netto miglioramento in tutto il Paese. Dopo la campagna vaccinale, partita con molte incertezze e con l'incognita dell'approvvigionamento delle dosi, il professore cambia atteggiamento rispetto al passato. «La campagna vaccinale ha comportato una svolta, che non sarà temporanea. I vaccini stanno facendo da scudo per morti e ricoveri - ripete Galli - Inoltre l'immunizzazione ha funzionato meglio nel nostro Paese rispetto altrove, in proporzione ai vaccini fatti». I vaccini funzionano almeno per evitare che la malattia diventi grave, ha spiegato Galli che ieri ha preso parte a un incontro, organizzato a Villa Bertelli a Forte dei Marmi, insieme al professor Andrea Crisanti, professore ordinario di Microbiologia all'Università di Padova e al sindaco Bruno Murzi, cardiochirurgo pediatrico. «Si può guardare ai prossimi mesi con ottimismo a meno che non si diffonda una nuova variante più aggressiva, in grado di eludere la risposta vaccinale. Oggi sappiamo che si possono aggiornare rapidamente i vaccini, se dovesse essere necessario». La battaglia da fare oggi «è quella per capire, a spese dello Stato, se i vaccinati hanno sviluppato gli anticorpi necessari», ha aggiunto Galli, rispondendo alle domande di Paolo Barberi, che ha organizzato l'incontro. Ma quanto sia efficace la copertura dei vaccini, anche rispetto alle mutazioni del virus, lo vedremo solo nei prossimi mesi. «I vaccini che abbiamo adesso - ha ricordato Galli - sono stati impostati su un virus che girava a Wuhan nel marzo del 2020». Chi ha avuto la malattia a gennaio e febbraio «ha anticorpi più attuali e più efficienti rispetto a quelli che possono essere sollecitati dal vaccino. Sono più rispondenti a quanto ancora sta circolando». Ora l'obiettivo è capire la risposta e sapere, valutando gli anticorpi, «quanto dura la copertura fornita dai vaccini che probabilmente è ben superiore a sei mesi ma molto dipende dalla risposta che è sempre individuale». Galli ha inoltre ricordato che «nel nostro Paese è stata acquistata una grande quantità di anticorpi monoclonali che non è stata oggettivamente utilizzata in gran numero. Tanto che mi auguro che molto presto vengano trasferiti in larga misura nell'immunizzazione passiva delle persone pi a rischio che non hanno risposto al vaccino». Di fronte all'ipotesi dei virus "sfuggito" da un laboratorio cinese, Crisanti si è dimostrato scettico. «Non credo che ci siano elementi per dire che il virus sia stato ingegnerizzato in laboratorio, e non mi preoccupo se il virus possa essere uscito da un centro di ricerca». L'ingegnerizzazione, secondo il virologo, «porta delle cicatrici che sono leggibili a livello di sequenza, ce ne accorgeremo immediatamente. Mi preoccupa di più il fatto che i cinesi abbiano mentito sul numero dei casi, sull'origine del virus, sul numero degli asintomatici e anche su cosa ha fatto l'Organizzazione mondiale della sanità quando è stata a Wuhan, piuttosto che una possibile fuga del virus stesso».

Si vaccinano gli adolescenti

 



di Martina Trivignoroma

L'Aifa, l'Agenzia italiana del farmaco, ha detto sì: il vaccino prodotto da Pfizer-BioNTech potrà essere somministrato anche ai ragazzini di età compresa tra i 12 e i 15 anni. Ieri, il comitato tecnico scientifico di Aifa si è riunito e, alla fine, ha deliberato, «accogliendo pienamente il parere espresso dall'Ema, l'Agenzia europea dei medicinali». Che ha studiato l'efficacia del vaccino su circa 2. 250 bambini di età compresa tra i 12 e i 15 anni. E l'esito dello studio - secondo quanto divulgato dall'Ema - sottolinea che dei 1. 005 giovanissimi a cui è stato somministrato il vaccino (i restanti 1. 245 hanno ricevuto, invece, il placebo), nessuno ha sviluppato il Covid-19. Sul fronte degli effetti collaterali più comuni - evidenzia lo studio dell'Agenzia europea dei medicinali - negli adolescenti di età compresa tra 12 e 15 anni sono molto simili a quelli riscontrati nelle persone dai 16 anni i su: stanchezza, dolore al sito di iniezione, mal di testa, dolori muscolari e articolari, brividi e, in alcuni casi, febbre. Significa, in sostanza, che il l'asticella pende più sui benefici che sui rischi. E anche l'Aifa, ora, ha avvalorato la tesi, spiegando che «i dati disponibili dimostrano l'efficacia e la sicurezza del vaccino anche per i soggetti compresi nella fascia di età 12-15 anni». E anche la commissione europea ha approvato l'utilizzo del vaccino per i più giovani: l'ha annunciato la commissaria alla Salute, Stella Kiyriakides. «Gli Stati membri possono ora decidere di estendere la loro campagna vaccinale ai più giovani - spiega -. Per mettere fine all'emergenza, ogni dose conta». Si riparte dai bambini, dunque. E dalla necessità di immunizzare anche le fasce più giovani della popolazione. Lo sottolinea, anche il ministro dell'Istruzione, Patrizio Bianchi, a Genova. «I vaccini sono la sola strada per uscire dalla pandemia, anche per i giovani - sottolinea -. Noi ripartiamo oggi, la nostra scuola ripartirà a settembre. E lo farà in presenza e in sicurezza. Ma, per farlo, è fondamentale che ci siano i vaccini. Anche per i più giovani». Ancora non è stato stabilito come si svilupperà la campagna di vaccinazione degli adolescenti, dicono dal ministero dell'Istruzione. Anche se, con ogni probabilità, si affiderà ai pediatri di libera scelta. Ma, già nelle prossime ore sarà convocato un tavolo intorno al quale, oltre al ministro Bianchi, siederanno il ministro della Salute, Roberto Speranza, e anche il generale Francesco Paolo Figliuolo, commissario straordinario per l'emergenza Covid-19. Per il ministero dell'Istruzione, la vaccinazione della fascia d'età 12-15 anni è fondamentale. Anche perché - spiegano sempre dal ministero - nelle scuole italiane si sono registrati molti casi di contagi con conseguenze pesanti per la diffusione dell'infezione: genitori e anche nonni positivi, a loro volta, al coronavirus. «L'obiettivo è quello di ripartire in sicurezza, garantendo comunque le lezioni in presenza - aggiunge Bianchi -. I vaccini, infatti, sono il modo con cui mettiamo al sicuro non solo la singola persona, ma l'intera comunità. Tutto parte da un'idea: vivere assieme che, prima di tutto, vuol dire condividere. Stiamo riaprendo e innovando, anche grazie all'arrivo di nuovi fondi. Tutto questo per garantire non solo la sicurezza dal punto di vista sanitario, ma anche psicologico». «Abbiamo fatto un grande piano per l'estate, tutte le scuole italiane hanno aderito», conclude il ministro dell'Istruzione. La palla, ora, passa al generale Figiuolo e alle Regioni, anche. Per stabilire come vaccinare in fretta gli adolescenti. Magari prima del suono della campanella di settembre. 

L'era Netanyahu verso la fine.Grande alleanza contro di lui

 



Dopo dodici anni al potere, Benjamin Netanyahu potrebbe lasciare la carica di premier in Israele mentre su di lui pende ancora un processo per corruzione. Artefice del tramonto di Bibi è il suo ex alleato, Naftali Bennet. Il leader del partito di destra Yamina ha annunciato, in un'attesa conferenza stampa, che proverà a formare un governo di unità nazionale con il leader di Yesh Atid, Yair Lapid, e la coalizione anti-Netanyahu.«Farò del mio meglio per formare un governo insieme al mio amico Lapid», ha affermato Bennett spiegando di aver preso la decisione per evitare che il Paese torni al voto per la quinta volta in due anni. I leader hanno tempo fino a mercoledì per finalizzare un accordo che dovrà poi ricevere il via libera dalla Knesset, il parlamento monocamerale di Israele.A niente è servito l'appello lanciato da Netanyahu che fino all'ultimo ha cercato di convincere l'ex alleato a non voltargli le spalle. «Ha tradito la destra israeliana», ha detto il premier, esortando i nazionalisti a non istituire quello che ha definito un governo di sinistra che sarebbe a suo avviso «un pericolo per la sicurezza di Israele, e per il futuro dello Stato». Il Likud di Netanyahu è stato il partito che ha ottenuto più voti alle elezioni di marzo e il presidente Reuven Rivlin ha affidato inizialmente l'incarico di formare il governo proprio a Bibi che però non è riuscito a cementare una coalizione per arrivare ai 61 seggi necessari per avere la maggioranza alla Knesset. Il presidente ha quindi affidato l'incarico all'oppositore Lapid che ha portato avanti le trattative, interrotte durante gli 11 giorni di conflitto tra Tel Aviv e Hamas. Secondo quanto riportano i media israeliani, Bennett e Lapid avrebbero raggiunto un'intesa secondo cui il primo ricoprirà l'incarico di premier fino al 2023 e il secondo fino alle prossime elezioni del 2025. La formazione di una coalizione è tuttavia complicata dall'eterogeneità delle forze di opposizione che vanno da partiti di sinistra a partiti nazionalisti di destra, tra cui appunto Yamina, e molto probabilmente comprenderà anche la Lista araba unita. Netanyahu vuole disperatamente rimanere al potere mentre è sotto processo e ha usato spesso la sua carica come palcoscenico per raccogliere sostegno e scagliarsi contro la polizia, i pubblici ministeri e i media. Se i suoi avversari non riusciranno a formare un governo, si andrà a nuove elezioni che darebbero un'altra possibilità a Bibi per sperare di avere un Parlamento favorevole a concedergli l'immunità. Altrimenti Netanyahu si troverà nella posizione molto più debole di leader dell'opposizione e potrebbe dover affrontare disordini all'interno del suo stesso partito. 


Il premier libico in Italia a discutere di sicurezza ma anche di affari

 


di Lucrezia Clemente

La questione migratoria e il rilancio dell'economia sono i temi al centro della visita del premier libico Abdul Hamid Dabaiba a Roma, la prima ufficiale in Italia da quando ha assunto la carica di primo ministro. Dabaiba, che è accompagnato da una delegazione di ministri libici, parteciperà questa mattina al Business Forum organizzato dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio, insieme a una rappresentanza di imprese italiane, e proseguirà nel pomeriggio con l'incontro con il presidente del Consiglio Mario Draghi a Palazzo Chigi. Di Maio lo ha accolto ieri sera all'aeroporto di Ciampino.La visita arriva a tre giorni dalla missione di Di Maio a Tripoli con il Commissario Ue per il Vicinato e l'Allargamento Oliver Varhelyi e il ministro degli Esteri di Malta Evarist Bartolo, e a circa un mese di distanza dal viaggio in Libia di Draghi, il primo all'estero del leader italiano. Una delle priorità del governo di Tripoli è quella della sicurezza dei confini meridionali per arginare il flusso di migranti illegali in partenza dalle sue coste.«L'intero problema inizia nel sud», ha affermato nei giorni scorsi la ministra degli Esteri Najla Mangoush trovando appoggio in Di Maio. «È molto importante passare da una logica incentrata esclusivamente sul controllo della frontiera marittima a una strategia più ampia che includa anche la capacità di controllo degli ingressi irregolari dalla frontiera meridionale», ha detto il titolare della Farnesina al termine della sua visita a Tripoli sottolineando che «tutte le attività devono essere svolte nel pieno rispetto degli standard internazionali e dei diritti umani». Di Maio ha poi sottolineato l'impegno dell'Italia e dell'Ue per la pace e la stabilità della Libia a sostegno dell'Autorità unificata transitoria, che guiderà il Paese fino alle prossime elezioni generali in programma per il 24 dicembre.Sebbene la Libia, dopo dieci anni di conflitto, abbia trovato un nuovo equilibrio politico con l'insediamento del governo transitorio, la presenza dei mercenari e l'ingombrante figura del generale Khalifa Haftar, che sabato ha organizzato una parata militare, minacciano gli sforzi di pacificazione.Tema centrale della visita di Dabaiba è anche il rilancio economico del Paese. Al Business Forum partecipano Snam, Saipem, Terna, Ansaldo Energia, Fincantieri, PSCáGroup, Italtel, Leonardo, WeBuild, Gruppo Ospedaliero San Donato, Cnh Industrial, ed Eni. L'ad di Eni Claudio Descalzi aveva già incontrato il premier libico durante il suo viaggio a Tripoli a fine marzo per discutere delle attività nel Paese della società, che rappresenta il primo produttore di gas in Libia e il principale fornitore di gas al mercato locale

Blocco dei licenziamenti Landini chiede al governo di riaprire il confronto



 Il Covid, ovviamente, ma anche la ripresa economica e la lezione insegnata da quest'anno difficile. Oggi il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, terrà le sue considerazioni finali in occasione della relazione annuale: è la sua decima volta ed è la seconda che inevitabilmente al centro c'è la pandemia, che stravolge anche la tradizionale cerimonia. Non più il salone di via Nazionale affollato di personalità ma solo una quarantina di invitati e una diretta streaming per il pubblico e i giornalisti, anche loro costretti a coprire l'evento da remoto. Nessuno del governo, come d'abitudine: quest'anno peraltro nell'esecutivo ci sono due ex colleghi, Mario Draghi - che di Visco è il predecessore, avendo lasciato la Banca d'Italia nel 2011 per andare alla Bce - e Daniele Franco, oggi alla scrivania di Quintino Sella. A Visco il compito anche di commentare le politiche messe in campo per i prossimi mesi e anni, a partire dal Piano nazionale di ripresa e resilienza passando per i sostegni all'economia e le misure di semplificazione appena approvate. Lo scorso anno, nella stessa occasione, Visco si diceva convinto che «insieme ce la faremo» ma con il coraggio di «guardare lontano», di rompere «le inerzie del passato», con un «nuovo rapporto tra Governo, imprese, istituzioni, società civile e reale». Sottolineava che i problemi «non possono essere colmati semplicemente aumentando la spesa pubblica se non se ne accresce l'efficacia e se non si interviene sulla struttura dell'economia» e che l'azione accomodante della politica monetaria «non potrà sostituirsi agli interventi necessari per innalzare il potenziale di crescita». Quest'anno non mancherà l'ottimismo anche perché, come sottolineato sabato dal centro studi di Confindustria, la ripresa è iniziata, e si intravede un «forte rimbalzo» nel terzo e quarto trimestre dell'anno pari a oltre il 4 per cento del Pil, che si consoliderà con l'impatto degli investimenti del Pnrr. È dal piano di ripresa e resilienza, ma non solo, che si dipana una moltitudine di sfide, dalle infrastrutture agli investimenti da fare passando per le riforme, senza dimenticare il nodo del lavoro, con la fine del blocco dei licenziamenti che si avvicina e agita i sindacati. C'è poi la sfida della transizione ecologica, «una sfida globale», l'ha definita il governatore Visco intervenendo al G20 Techsprint, che il sistema finanziario sta iniziando a supportare e per cui anche le banche centrali stanno svolgendo un ruolo crescente, non solo attraverso i loro portafogli finanziari, ma anche attraverso le loro azioni come regolatori e supervisori». 

La settimana della svolta

 



Via il coprifuoco e riaperture anticipate a partire da oggi nelle prime tre regioni che diventano bianche, ovvero a basso rischio contagiosità; possibilità di tornare sia a pranzare che a cenare nei ristoranti anche al chiuso in tutta Italia; da giovedì vaccinazione aperta a tutte le fasce di età senza più limiti. È un quadro positivo come non si presentava dall'anno scorso quello che si apre con questa settimana. E a conferma che l'estate può davvero cominciare sotto i migliori auspici ci sono i dati sul contagio, con numeri - a partire da quello relativo ai decessi - che non si vedevano da molti mesi.GIù I 

CONTAGI

Sono 2.949 i nuovi casi Covid registrati in Italia nelle ultime ventiquattro ore per un totale di 4.216.003: in netto calo il numero dei decessi con 44 vittime contro le 83 di sabato. Salgono così a 126.046 i morti italiani del coronavirus. In lieve risalita il tasso dell'incidenza dei positivi Covid su tamponi rispetto a sabato: con 164.495 test processati in ventiquattro ore il dato di ieri è stato pari all'1,8 per cento contro l'1,4 per cento del giorno prima. Continua inoltre il calo delle ospedalizzazioni per Covid: meno 34 i ricoveri nelle terapie intensive per un totale di 1.061 e 27 nuovi ingressi, meno 209 i ricoveri nei reparti ordinari e 6.591 in totale. Numeri positivi anche per quanto riguarda i guariti (più 6.574 e 3.851.661 in totale) e per gli attuali positivi che continuano a calare: meno 3.670 quelli di ieri che portano a 238.296 gli italiani alle prese con il virus di cui 230.644 in isolamento domiciliare.

TRE REGIONI BIANCHE

Tutto dunque fa ben sperare in vista del passaggio da oggi in zona bianca di Sardegna, Molise e Friuli Venezia Giulia, in attesa che le altre regioni seguano a stretto giro con l'obiettivo di avere a breve tutta la penisola in bianco. La prossima settimana la promozione scatterà per Abruzzo, Liguria e Veneto, lunedì 14 sarà la volta di Emilia Romagna, Lombardia, Lazio, Piemonte, Umbria, Puglia e provincia di Trento, il 21 giugno dovrebbe toccare a tutte le altre.

VACCINI AVANTI TUTTA

Ad aiutare, in vista delle riaperture e della bella stagione, è la campagna vaccinale che procede a pieno ritmo: 34.234.814 le somministrazioni con 11.785.375 persone immunizzate pari al 19,89 per cento della popolazione. Significa che un italiano su cinque è immunizzato. Numeri che, anche in questo caso, potrebbero migliorare al più presto. «Da giovedì prossimo apre la vaccinazione per tutti come era stato detto, la vaccinazione di massa, comprese le farmacia e circa settecento aziende - ha confermato il sottosegretario alla salute Pierpaolo Sileri - ci saranno anche i centri vaccinali: insomma, il vaccino arriverà sotto la porta di casa». 

Liberi il titolare e il direttore «Contenti, si faccia giustizia»

 



Tutti fuori: Luigi Nerini, il gestore dell'impianto, ed Enrico Perocchio, direttore tecnico rimessi in libertà con l'annullamento della misura cautelare e Gabriele Tadini che esce dal carcere e va agli arresti domiciliari. Il gip del tribunale di Verbania, Donatella Banci Bonamici, ha ribaltato le decisioni della Procura e ha di fatto accolto tutte le richieste dei legali dei fermati. La giornata di sabato al carcere di Verbania era cominciata alle 9, con gli interrogatori di garanzia. Il primo ad essere sentito è stato Tadini, che ha confermato le dichiarazioni rilasciate in sede di interrogatorio la notte del fermo, ammettendo di avere utilizzato i cosiddetti "forchettoni". «È distrutto - ha detto al termine dell'interrogatorio il suo legale Marcello Perillo - sono quattro giorni che non mangia e non dorme, il peso di questa cosa lo porterà per tutta la vita». Per l'avvocato «il problema del cattivo funzionamento dei freni», ragione per cui Tadini ha utilizzato il cosiddetto forchettone, «non è in alcun modo collegabile al problema della rottura della fune trainante». Ha, invece, detto di non aver saputo dell'uso delle ganasce il direttore tecnico Enrico Perocchio, che ha spiegato di avere saputo dell'utilizzo dei forchettoni solo alle 12,09 del giorno dell'incidente, quando ha ricevuto da Tadini una telefonata in cui veniva detto: «Ho una fune a terra, avevo i ceppi su». Ultimo ad essere sentito è stato Luigi Nerini, che avrebbe detto che non sarebbe spettato a lui fermare l'impianto. «Il mio assistito - ha spiegato l'avvocato Pasquale Pantano - ha agito in piena trasparenza. Sapeva che c'era un problema di cattivo funzionamento del sistema dei freni di emergenza, ma non è lui che può fermare la funivia: a farlo possono essere solo il direttore del servizio e il direttore tecnico».«Mi riservo di valutare attentamente le motivazioni del gip, e ricordo che esistono anche strumenti di impugnazione»: è stato il primo commento del procuratore della Repubblica Olimpia Bossi. «Una decisione - ha aggiunto - che si è basata sul fatto che non è stata ritenuta credibile la testimonianza di Tadini e di altre persone. Stiamo comunque parlando di una fase cautelare e la nostra strategia non cambia. Gli indagati restano gli stessi, il nostro lavoro va avanti». Soddisfatti i legali che hanno visto accogliere le loro richieste. L'avvocato Perillo, ha commentato: «Avevo chiesto gli arresti domiciliari perché quello che Tadini ha ammesso è molto grave ed è indifendibile». «Non c'erano i presupposti per il fermo dell'ingegner Perocchio», ha detto invece l'avvocato Andrea Da Prato. «Non dobbiamo dare colpe all'accusa - ha aggiunto - il giudice è lì per correggere eventuali errori. Io credo che ci sia stato un errore di impostazione. Noi siamo contenti - ha concluso - l'ingegnere è provato, stanco ma sereno. Va bene così, andiamo avanti». Infine l'avvocato Pantano: «Non si tratta di una vittoria: giustizia è fatta per Nerini, ma non c'è motivo di gioire. Ancora il grosso delle indagini deve essere fatto, bisogna trovare i responsabili». 

Il caposervizio accusato dai colleghi

 



A mezzogiorno di ieri, Stresa si è fermata nel ricordo delle vittime di quella che ormai tutti chiamano «strage del Mottarone». E insieme alla perla del Lago Maggiore, tutto il Piemonte ha vissuto la giornata di lutto proclamata dal presidente della Regione, Alberto Cirio. Ma a tenere banco sono soprattutto le motivazioni con le quali il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Verbania Donatella Banci Buonamici sabato notte ha rimesso in libertà il titolare della società che gestisce la funivia Luigi Nerini e il direttore di esercizio Enrico Perocchio, concedendo gli arresti domiciliari a Gabriele Tadini, il caposervizio responsabile del funzionamento dell'impianto, l'uomo che già nella notte di martedì scorso aveva ammesso di avere posizionato i cosiddetti «forchettoni» sulla cabina numero 3 della Funivia del Mottarone. 


INDIZI SOLO SU TADINI

Secondo il giudice sono le dichiarazioni degli altri dipendenti della società di gestione della Funivia del Mottarone, riportate nel testo dell'ordinanza, ad avere da un lato confermato gli indizi a carico di Tadini e dall'altro fatto venir meno il valore della chiamata in correità a carico di Perocchio e Nerini. Dalle testimonianze dei dipendenti, scrive il gip, «appare evidente il contenuto fortemente accusatorio nei confronti del Tadini», perché «tutti concordemente hanno dichiarato che la decisione di mantenere i ceppi era stata sua, mentre nessuno ha parlato del gestore o del direttore di servizio». E queste dichiarazioni «smentiscono» la «chiamata in correità» di Tadini nei confronti di Nerini e Perocchio. 

LA CHIAMATA IN CORREITà

«Tadini - scrive il gip - sapeva benissimo di avere preso lui la decisione di non rimuovere i ceppi, sapeva perfettamente che il suo gesto scellerato aveva provocato la morte di quattordici persone, e sapeva che sarebbe stato chiamato a rispondere anche e soprattutto in termini civili del disastro causato. E allora - prosegue il giudice - perché non condividere questo immane peso, anche economico, con le uniche due persone che avrebbero avuto la possibilità di sostenere un risarcimento danni? Perché non attribuire anche a Nerini e Perocchio la decisione di non rimuovere i ceppi? Tadini sapeva benissimo che chiamando in correità i soggetti forti del gruppo il suo profilo di responsabilità se non escluso sarebbe stato attenuato. Allora perché non farlo?».

ARRESTI IMMOTIVATI

Il giudice delle indagini preliminari esprime anche una valutazione sull'approccio che la Procura ha tenuto nella prima fase dell'inchiesta. «Palese - scrive Banci Buonamici - è al momento della richiesta di convalida del fermo e di applicazione della misura cautelare la totale mancanza di indizi a carico di Nerini e Perocchio che non siano mere, anche suggestive supposizioni» e parla di «scarno quadro indiziario». Un quadro che a suo parere è ancora «più indebolito» con gli interrogatori di garanzia. Il fermo, infine, era da annullare perché non esisteva il pericolo di fuga degli indagati. 

IL CLAMORE MEDIATICO

È palese la «totale irrilevanza» del riferimento fatto dalla procura al «clamore mediatico nazionale e internazionale» dell'incidente della funivia del Mottarone per sostenere il pericolo di fuga dei tre fermati - conclude il gip - non si può far ricadere su un indagato il «clamore mediatico». 


LE INDAGINI CONTINUANO

Le indagini, in ogni caso, continuano. Come ha ricordato la pm Olimpia Bossi, «gli indagati restano gli stessi» anche se non sono più in carcere, e gli inquirenti devono rispondere alla domanda fondamentale: perché il cavo traente si è spezzato. Una parte di risposta è affidata alla perizia del consulente tecnico d'ufficio nominato dalla Procura, il professor Giorgio Chiandussi del Politecnico di Torino, che nei prossimi giorni dovrebbe depositare i risultati del suo lavoro.

domenica 30 maggio 2021

Il Canada riscopre la sua «vergogna» .La fossa comune dei bimbi indigeni

 



da IL CORRIERE DELLA SERA del 30 maggio 2021.Sara Gandolfi

Il Canada torna a fare i conti con quello che il suo premier, Justin Trudeau, definisce «il capitolo più vergognoso della nostra storia». Un periodo di omertà generalizzata. Tutti sapevano, perché in ogni provincia dello Stato nordamericano, nel secolo scorso, operavano le «scuole residenziali», gestite dalle Chiese cristiane. Il governo di Ottawa sosteneva che fosse il miglior sistema per integrare «gli indigeni». I bambini venivano strappati alle loro famiglie fin da piccolissimi, per essere avviati «all’educazione bianca». Nel giardino di una di queste scuole, la Kamloops Indian Residential School, in British Columbia, è stata scoperta una fossa comune con i resti di 215 bambini.

I resti sono stati trovati con l’aiuto di un radar e ora i leader delle Prime Nazioni, come sono oggi chiamati gli abitanti originari del Canada, sono al lavoro con gli specialisti forensi per stabilire le cause e il periodo dei decessi. «Sono morti senza documenti, alcuni avevano appena tre anni», ha detto Rosanne Casimir, capo della comunità Tk’emlups te Secwépemc. La Kamloops Indian Residential School era la più grande scuola del «sistema residenziale».

Aperta dalla Chiesa cattolica nel 1890, negli anni Cinquanta contava 500 studenti. Nel 1969, il governo di Ottawa ne prese la gestione fino alla sua chiusura definitiva, nove anni dopo.

In totale, tra il 1863 e il 1998, si stima che più di 150.000 bambini indigeni vennero prelevati con la forza per essere chiusi in questi istituti, dove era loro vietato parlare la lingua o praticare la cultura delle proprie comunità, spesso a migliaia di chilometri di distanza dai genitori, che non vedevano per anni, a volte mai più.

Una commissione istituita nel 2008 ha rivelato che un gran numero di bambini indigeni non è tornato a casa. Il rapporto «Verità e riconciliazione», pubblicato nel 2015, ha definito tale sistema come un «genocidio culturale».

Tredici anni fa, il governo canadese ha chiesto scusa ai sopravvissuti e a tutte le Prime Nazioni sul suo territorio. I vertici della Chiesa cattolica non l’hanno mai fatto. Nel 2018, il Papa dichiarò di non essere intenzionato a chiedere perdono, nonostante l’invito formale di Trudeau. La Conferenza episcopale in una lettera ai nativi spiegò che Francesco riteneva di «non poter rispondere personalmente» alla richiesta da loro avanzata, ma incoraggiava i vescovi locali a proseguire il «cammino di riconciliazione e solidarietà».

Il 50% delle denunce presentate alla Commissione per la Verità riguardava forme gravi di abuso fisico e sessuale. Casi di stupro ripetuti, che nella gran parte dei casi hanno portato alla distruzione psicologica della vittima e hanno avuto un impatto di lunghissimo periodo: incapacità di stabilire relazioni interpersonali, psicosi, alcolismo, disoccupazione, incapacità di essere buoni genitori. In alcune comunità il tasso di suicidi è ancora oggi il più alto al mondo, sedici volte superiore alla media del Canada. E, finora, sono stati identificati più di 4.100 bambini deceduti mentre frequentavano una scuola residenziale.

La soppressione o sottomissione degli indigeni seguiva una strategia precisa: prima colonia di cui Gran Bretagna e Francia sfruttavano le risorse, poi Stato nato intorno al mito del «territorio vergine» da popolare, il Canada impedì a chi abitava quelle terre da secoli di partecipare alla costruzione del Paese: nessun diritto di voto, divieto di assembramento per più di tre persone, rimozione forzata dalle terre e dei propri figli.

Il no di Toninelli alle scuse a Uggetti .L’ultima trincea dell’ex ministro che colleziona gaffe



da IL CORRIERE DELLA SERA del 30 maggio 2021.Maria Teresa Meli

Lo chiamano il gaffeur seriale. E lo prendono in giro per quelle che più italianamente si definiscono topiche. Ma Danilo Toninelli, classe 74, nato a Soresina, in provincia di Cremona, ha elevato la gaffe a forma d’arte.

Grillino ortodosso, si è infastidito per quel mea culpa di Luigi Di Maio sul Foglio per il caso Uggetti: «Non c’è da chiedere scusa, prima voglio vedere le carte perché è un problema di moralità, bisogna prima guardare le motivazioni della sentenza», ha puntualizzato. E non ha aggiunto altro o quasi. L’ultima volta che aveva fatto una dichiarazione pubblica così netta era stato altrettanto ultimativo: «Non ci vengano a chiedere i voti per Mario Draghi». Glieli hanno chiesti, al Movimento 5 Stelle, e i grillini glieli hanno dati senza fare troppi problemi.

È lungo l’elenco delle gaffe del fu ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture. Un dicastero mica da ridere, da lui presieduto ai tempi del Conte uno. Quello che chiudeva i porti, per intendersi, con allegata spiega di Toninelli: «Fino a oggi non Salvini da solo, ma Salvini, con il sottoscritto e il presidente del Consiglio Conte abbiamo diminuito di una cifra davvero enorme il numero degli sbarchi».

Ma non è per questa affermazione che l’ex ministro dei Trasporti è diventato famoso: questa frase è stata prontamente dimenticata ai tempi del Conte due. Piuttosto sono altre le affermazioni che lo hanno reso famoso. Nell’esercizio delle sue funzioni, cioè da ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture, una volta, nell’ottobre del 2018, ebbe a spiegare: «Sapete quante delle merci italiane e quanti dei nostri imprenditori utilizzano con il trasporto principalmente ancora su gomma il tunnel sul Brennero?» Era una domanda retorica, almeno nelle sue intenzioni, che l’allora ministro rivolgeva ai giornalisti. Peccato che Toninelli trascurasse il fatto che il tunnel non esisteva.

Ma l’allora ministro dei Trasporti non era un tipo da arrendersi alle prime difficoltà. Quando sono arrivate le seconde, con il ponte Morandi, ha ipotizzato un viadotto a 45 metri di altezza dove «si giochi e si mangi». E per far capire meglio il concetto del «dopo tragedia torna la vita» si è fatto un selfie un po’ di giorni dopo dil crollo del ponte in spiaggia sorridente con un baseball cap. I grillini si sono arrabbiati ma lui ha retto botta. Del resto lo ha fatto anche quando intervistato in tv doveva sponsorizzare gli incentivi alle auto elettriche e ha confessato di avere un simil suv Diesel.

Uomo di partito fino al midollo, Toninelli ha sempre fatto campagna per il Movimento. In Emilia-Romagna, alle ultime regionali,l’intrepido ex ministro dei Trasporti, pur sapendo che era una partita persa, si spese per il Movimento. E un giorno trionfalmente presentò il candidato grillino:«Ecco a voi Daniele Tanichelli». Su «La7» L’aria che tira gli fece tana: il candidato si chiamava Simone Benini. Toninelli aveva sbagliato il nome. E anche il cognome.

Giustizia, Salvini sfida Di Maio

 



da IL CORRIERE DELLA SERA del 30 maggio 2021.Claudio Bozza

La svolta garantista di Luigi Di Maio innesca un duplice effetto politico: da una parte avvia la conta interna tra la vecchia guardia giustizialista grillina e i governisti; dall’altra riaccende gli animi sulla riforma della giustizia. Le scuse per la gogna riservata nel 2016 all’ex sindaco di Lodi Simone Uggetti (Pd) segnano, insomma, uno spartiacque storico nel M5S, avviando un profondo lifting in vista delle alleanze (con il Pd e non solo) per le Amministrative ormai alle porte. Se la mossa del ministro degli Esteri è piaciuta all’ex premier Conte, sul fronte opposto pesa il silenzio, gelido, degli ortodossi.

Uscendo dal recinto grillino, registrato il mea culpa di Di Maio, Matteo Salvini invita il ministro M5S, come passo conseguente, a procedere con la riforma della giustizia, ma non nella sede parlamentare, come aveva esortato a fare il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, bensì sostenendo i referendum sulla giustizia che Lega e Partito Radicale lanceranno la prossima settimana. E Salvini invita pure lo stesso Uggetti a sostenere la stessa consultazione.

Una vera e propria sfida, quella avviata dal leader della Lega, che preoccupa le altre forze della maggioranza, con il segretario del Pd Enrico Letta che — pur tenendo le redini del dialogo — chiede piuttosto di «aiutare» la Guardasigilli Marta Cartabia a portare avanti la mediazione con il Parlamento. «Credo — dice però Salvini — che i tempi siano finalmente maturi per mettere mano a un settore vitale per la nostra democrazia e che non può più andare avanti come se nulla fosse».

Un impegno in sede di commissione Giustizia della Camera dove si sta affrontando la riforma del processo penale? Non proprio, visto l’invito di Salvini: «Propongo a Di Maio di sostenere i referendum che la Lega e il Partito Radicale stanno preparando: mirano prima di tutto a restituire ai magistrati indipendenza». E tra questi c’è quello sulla separazione delle carriere, che però non è nell’agenda della ministra Cartabia, più impegnata semmai con la riforma del Csm.

Dal Nazareno filtra intanto preoccupazione. Perché il segretario Letta, pur dicendo di aver «molto apprezzato» la svolta garantista di Di Maio, rilancia la necessità di sostenere Cartabia a portare avanti la riforma incardinata: «Dobbiamo superare l’attuale sistema di autogoverno della magistratura, che non significa minare l’autonomia delle toghe, ma rafforzarla». E riguardo i roventi rapporti con il Carroccio: «Ho trovato un volto vero in Salvini, tutt’altro che finto — conclude il leader dem —. In politica ci sono molte maschere, è vero. Con lui ho rapporti franchi, sappiamo che rappresentiamo due Italie diverse e contrapposte, ma tutti e due sappiamo che abbiamo una grande responsabilità nella gestione del Recovery».

Superbonus più rapido e meno costi

 



da IL CORRIERE DELLA SERA del 30 maggio 2021.Enrico Marro

Il giorno dopo il varo del decreto legge su governance e semplificazioni i partiti della maggioranza rivendicano ciascuno le proprie conquiste. Un po’ tutti, a partire da Lega, Forza Italia e 5 Stelle, mettono il cappello sull’eliminazione di alcune complicazioni sul Superbonus del 110%: non servirà più la verifica di doppia conformità, ma basterà la Cila, comunicazione di inizio lavori asseverata, come per gli altri bonus edilizi. In questo modo si risparmieranno tempi e risorse. Oggi ci vogliono fino a tre mesi per accedere alla documentazione presso i comuni e anche questo spiega perché a fine aprile erano state presentate appena 12.745 domande per il Superbonus, di cui solo il 10% da parte dei condomini.Il Pd si vanta in particolare delle norme per favorire le assunzioni di giovani e donne nelle imprese che realizzeranno i progetti del Recovery plan. Ancora il Pd,i 5 Stelle e Leu, fanno propri gli articoli che evitano il massimo ribasso sugli appalti e fissano dei paletti sui subappalti. Risultato rivendicato anche dai sindacati.

E ora il dl Brunetta

Ma già si prepara un nuovo braccio di ferro sul prossimo decreto legge, quello sulle assunzioni rapide nella pubblica amministrazione. Si tratta del terzo passo necessario a garantire la realizzazione, entro il 2026, degli investimenti pubblici inseriti nel Pnrr spedito a Bruxelles, condizione per ottenere i circa 200 miliardi di risorse Ue, a partire dall’anticipo, circa 24 miliardi, che dovrebbe arrivare entro l’estate. Del duello, questa volta soprattutto tra i ministri, sulle assunzioni si è avuto un assaggio nei giorni scorsi, quando la pressione congiunta dei titolari di Beni culturali, Innovazione, Transizione ecologica, Infrastrutture, e altri ha indotto il premier Mario Draghi a stralciare dal dl Semplificazioni la norma che autorizzava l’assunzione di 350 tecnici a termine e di una trentina di dirigenti a tempo indeterminato al ministero dell’Economia, rinviandola appunto al decreto sulle assunzioni, la cui «unitarietà» è stata difesa anche dal ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, che lo sta mettendo a punto.

Valanga di assunzioni

Tutti i ministri spingono per rafforzare le proprie strutture, dopo anni e anni di rigido blocco del turn over, ma non tutte le richieste potranno essere accolte. Oltre alle 350 assunzioni previste al Tesoro per il monitoraggio e la rendicontazione dello stato di avanzamento dei lavori del Pnrr, lo stesso piano prevede solo per la giustizia circa 16mila assunzioni a termine, per smaltire gli arretrati, e mille tecnici ed esperti, sempre a tempo determinato, negli enti locali.

Selezione in 100 giorni

Obiettivo del decreto Brunetta è il potenziamento degli organici della pubblica amministrazione attraverso assunzioni qualificate in 100 giorni. Che avverranno non più attraverso i tradizionali concorsi pubblici, che possono richiedere anche 3-4 anni. Ci sarà invece, come prevede il Pnrr, un portale unico di reclutamento, ovvero una piattaforma on line sulla quale incrociare offerta e domanda di lavoro. Le amministrazioni renderanno noti i loro fabbisogni e le persone potranno candidarsi con il loro curriculum. I profili ricercati nell’ambito del Pnrr, trattandosi di incarichi a termine (per esempio, 3 anni più 2, per arrivare al 2026, termine fissato dalla Ue per il completamento degli investimenti del piano) potranno essere convocati dalle singole amministrazioni e selezionati con una procedura rapida: di regola, niente più prove scritte, ma solo orali. Trattandosi di tecnici di alto profilo (ingegneri, manager, esperti delle varie branche del diritto, ecc.) il colloquio sarà decisivo per valutare i titoli e le esperienze professionali, un po’ come avviene nel privato. Sarà infine riformato anche l’accesso alla dirigenza con l’obiettivo di sburocratizzare il processo di selezione e premiare il merito.

Otto grandi opere

Tornando al dl Semplificazioni, una novità è la procedura ultraveloce per 8 grandi opere, con tempi contingentati in tutte le fasi autorizzative e poteri sostitutivi del premier, per supere inerzie e ostacoli che compromettano il rispetto dei tempi. Queste le opere: Av (alta velocità ferroviaria) Salerno-Reggio Calabria; Av Palermo-Catania-Messina; Av Battipaglia-Potenza-Taranto; potenziamento della ferrovia Verona-Brennero; diga di Campolattaro (Campania) ; sistema idrico del Peschiera (Lazio); diga foranea di Genova; potenziamento del porto di Trieste.



MASSIMO GALLI: «Parlai di rischi a riaprire e invece l’Italia migliora molto Dai vaccini svolta permanente»

 


da IL CORRIERE DELLA SERA del 30 maggio 2021.Intervista di Cristina Marrone

Professore, si aspettava che la curva dei contagi da Covid sarebbe migliorata tanto rapidamente?

«Il mio è un compiaciuto stupore — dice Massimo Galli, direttore delle Malattie infettive dell'Ospedale Sacco di Milano — perché in Italia i numeri dell’epidemia sono in netto miglioramento, al di là delle più rosee aspettative. Con le riaperture c'era un 10% di probabilità che le cose seguissero questa via, ma alla fine è andata bene e ne sono davvero felice».

Lei però non era d'accordo con le riaperture di fine aprile. Parlò di «rischio calcolato male».

«È vero, ma io sono un medico, mi baso sui dati, non sulle opinioni. Quando il 26 aprile si sono aperte molte danze, la situazione non faceva presagire che le cose sarebbero andate così bene. I numeri non erano per niente rassicuranti, i contagi e i decessi erano ancora elevati, non era inverosimile pensare che ci sarebbe potuta essere una ulteriore crescita dei contagi. Non avevamo ancora raggiunto la soglia promessa dei 500 mila vaccini al giorno e persisteva l'incognita delle dosi: non avevamo la certezza che davvero ci sarebbero state consegnate quelle promesse».

E invece che cosa è accaduto?

«La campagna vaccinale ha comportato una svolta, che non sarà temporanea. I vaccini stanno facendo da scudo per morti e ricoveri, hanno spostato gli equilibri più velocemente di quanto mi aspettassi e lo zoccolo dei vaccinati sta crescendo ulteriormente. Inoltre l'immunizzazione ha funzionato meglio nel nostro Paese rispetto altrove, in proporzione ai vaccini fatti. Merito anche degli anziani e dei fragili che hanno fatto in modo di esporsi il meno possibile al virus. E mi permetta, merito anche dei costanti inviti alla prudenza, senza assumere posizioni facilone».

Lei è stato sempre considerato un catastrofista, ha cambiato idea?

«Mi perdoni, ma respingo questa definizione. Direi che per motivi molto politici e poco nobili questa etichetta è stata appiccicata addosso a me e ad altri miei colleghi dai giornali di destra. Ma tra l'essere ottimisti per piacere, in assenza di dati (li chiamo riduzionisti), e raccontare come stanno davvero i numeri passando per catastrofisti c'è differenza. In una certa fase i dati non ci spingevano all'ottimismo e c'era la necessità di mantenere ben chiaro che non si poteva abbassare la guardia, soprattutto dopo il precedente dello scorso anno, quando eravamo in pochi a dire che il virus sarebbe tornato a farci visita, come puntualmente è successo».

Siamo protetti dalle varianti?

«Nuove varianti, come quella indiana, sono un'incognita. Tuttavia sappiamo che per ora i vaccini funzionano almeno per evitare la malattia grave. Meno si sa sull'infezione».

Come sarà il nostro futuro con il virus?

«Dovremo imparare a conviverci cercando di contenerlo e nel frattempo proseguire in modo serrato con la campagna vaccinale. Non abbiamo una soluzione completa del problema, ma abbiamo un andamento che rende meno pesante l'ingerenza della malattia sul nostro quotidiano e la prospettiva che la ripresa sia un fatto concreto».

Che cosa dobbiamo ancora fare per evitare errori?

«Vanno vaccinati gli adolescenti per impedire al virus di circolare e riaprire così le scuole con serenità a settembre. I giovani rappresentano un serbatoio importante e, seppur quasi sempre asintomatici, mantengono vivo il problema che va risolto a livello globale, se davvero vogliamo liberarci del coronavirus. Esistono invece enormi disuguaglianze nella campagna vaccinale, con interi Paesi in Africa e Sudamerica che non hanno mai visto neppure un vaccino. Questi Paesi vanno aiutati».

Che autunno dobbiamo attenderci?

«Sono ottimista. Il virus, è vero, sta circolando ancora molto tra le fasce di età più giovani, spesso del tutto asintomatiche e che per questo non fanno il tampone. Ma anche tra queste categorie sta aumentando e crescerà ancora il numero di vaccinati. La gente è stanca, in estate si prenderà la sua libertà, ma i vaccini stanno avendo un impatto tale che non credo possibile una nuova ondata autunnale comparabile a quella che abbiamo subito lo scorso anno. A meno di non imbatterci in una nuova variante talmente cattiva, ma spero proprio di no, da eludere la risposta vaccinale. Oggi sappiamo che si possono aggiornare rapidamente i vaccini, se dovesse essere necessario».

Variante indiana, salgono i contagi Londra frena sul «liberi tutti»

 



Per Boris Johnson è di nuovo dilemma: procedere col piano di riaperture o tirare il freno di fronte al diffondersi della variante indiana del coronavirus?Secondo il calendario per l’uscita dal lockdown, il prossimo 21 giugno dovrebbe essere la data per la fine di tutte le restrizioni: ma intanto i contagi stanno di nuovo salendo e gli esperti fanno a gara nel raccomandare cautela.

Non che la situazione sia drammatica: è vero, questa settimana sono stati registrati un quarto di contagi in più rispetto a quella precedente, ma i numeri assoluti restano molto bassi (ieri hanno contato 3.398 nuovi casi). Soprattutto, i vaccini sembrano aver spezzato il legame tra infezioni, ricoveri e decessi: il numero delle persone in ospedale non è salito e ormai da settimane si contano meno di dieci morti al giorno per Covid in tutta la Gran Bretagna. Un successo dovuto al fatto che adesso circa tre quarti della popolazione adulta ha ricevuto almeno la prima dose di vaccino e quasi la metà è completamente immunizzata.

La variante indiana desta tuttavia preoccupazione: si diffonde molto rapidamente, tanto che ormai rappresenta tre quarti dei nuovi casi. E anche per questo è stata ulteriormente accelerata la campagna di vaccinazione, che ora è aperta anche ai trentenni e prevede un intervallo più breve tra la prima e la seconda dose.

Ma, soprattutto, è sotto riesame l’idea di abbandonare ogni restrizione. Il governo si sta orientando invece verso un compromesso: il 21 giugno verrebbe tolto il limite di sei persone per le riunioni al chiuso e l’obbligo del distanziamento sociale, ma rimarrebbe l’invito a lavorare da casa e l’obbligo di indossare la mascherina al chiuso e sui mezzi pubblici (all’aperto invece la mascherina non è mai stata imposta).

L’obiettivo è quello di sostenere la ripresa economica, eliminando le residue restrizioni per bar e ristoranti, così come ci sarebbe il via libera per discoteche e grandi eventi. Cautela però sul resto: anche perché Boris vuole evitare di commettere errori adesso che è quasi arrivato al traguardo. Nei giorni scorsi il suo ex consigliere principe, Dominic Cummings, lo ha frontalmente attaccato in Parlamento, rinfacciandogli di aver fatto morire l’anno scorso migliaia di persone con le sue esitazioni. Johnson non può permettersi altri sbagli.

«Non sono un delinquente non pensavo a una tragedia»

 



«Lo confermo: ho messo io il forchettone, l'ho fatto anche altre volte» Con queste parole il caposervizio dell'impianto Gabriele Tadini, difeso dal legale Marcello Perillo, ha ribadito la confessione fatta nei giorni scorsi e cioè di aver messo il forchettone anche in passato e ha spiegato che le anomalie manifestate dall'impianto non erano collegabili alla fune ed ha escluso collegamenti tra i problemi ai freni e quelli alla fune. «Non sono un delinquente. Non avrei mai fatto salire persone se avessi pensato che la fune si spezzasse».

IL GESTORE

Luigi Nerini, assistito dal suo avvocato, Pasquale Pantano, si è difeso scaricando su chi materialmente operava sui movimenti della funivia. «Non potevo fermare io la funivia. - ha detto - Ho dato indicazioni importanti su chi doveva fare cosa e su chi doveva occuparsi della sicurezza dei viaggiatori e chi degli affari della società». Il gestore ha confermato che tutti erano a conoscenza dell'esistenza di problemi al sistema frenante e che per cercare di risolverli era stata «chiamata per due volte una ditta». Si dice ignaro della prassi di utilizzare i forchettoni, Quanto alla possibilità di chiudere la ferrovia: « Lui poteva fermarla solo se mancava il direttore di esercizio» ha sottolineato il legale.

 L'INGEGNER PEROCCHI

Anche il direttore di esercizio della funivia del Mottarone, Enrico Perocchio, secondo quanto riferito dal legale Andrea Da Prato , nega ogni coinvolgimento e di non sapere «dell'uso dei forchettoni, non ne ero consapevole». Rigetta quindi quanto riferito da Tadini e cioè che fosse al corrente dell'uso dei forchettoni per bloccare il freno di emergenza «Non salirei mai su una funivia con ganasce, quella di usare i forchettoni è stata una scelta scellerata di Tadini». 

Funivia,il caposervizio confesso

  



Iniziano a rimbalzarsi le colpe i fermati nell'ambito dell'inchiesta sulla strage alla funivia del Mottarone di domenica scorsa.Il gestore Luigi Nerini, il caposervizio Gabriele Tadini e il direttore d'esercizio Enrico Perocchio sono stati sentiti ieri davanti al gip Donatella Banci Buonamici nel carcere di Verbania: quasi due ore l'uno, una giornata intera di interrogatori per l'udienza di convalida del fermo. Se il caposervizio Tadini ha confermato quanto già detto in caserma dai carabinieri, e cioè ha ammesso di aver «più volte» utilizzato i "forchettonI" per inibire il freno di emergenza quando sentiva suoni sospetti, come ha spiegato il suo legale Marcello Perillo, l'avvocato di Nerini, che ha parlato per la prima volta anche davanti alla procuratrice Olimpia Bossi, uscendo dal carcere ha detto che il suo assistito non sapeva. «Per favore smettete di dire che ha risparmiato sulla sicurezza - ha detto Pasquale Pantano -. Il dato di fatto è che ex lege chi si occupa di sicurezza dei viaggiatori sono il caposervizio e il direttore d'esercizio e non il gestore».E cioè, secondo Nerini e la sua difesa, gli altri due fermati. «Non spettava a Nerini lo stop alla funivia» insiste Pantano, nonostante fosse informato di alcuni malfunzionamenti del sistema frenante: spettava a Perocchio e Tadini. Nerini, dice il legale, non sapeva dei 'forchettonì. E non lo sapeva nemmeno Enrico Perocchio, secondo il suo avvocato Andrea Da Prato: Perocchio scopre delle forchette solo alle 12.09 di domenica 23 maggio quando Tadini lo chiama.«In meno di un minuto dice di avergli detto "Ho una fune a terra, una fune nella scarpata, avevo i ceppi sopra"» spiega il legale di Perocchio. E di questo Perocchio voleva informare la procura, inviando una Pec martedì all'ora di pranzo, prima ancora che i tre fossero convocati in caserma. Sul fatto che Tadini sapesse ci sono pochi dubbi, viste le sue dichiarazioni: se nella richiesta di misura cautelare del carcere della procura si leggeva che aveva ricevuto "l'avallo" per inserire i "forchettoni", sembra che però Tadini non abbia mai detto di aver ricevuto un ordine dall'alto preciso: "tutti sapevano" e basta, dice. Ed è per questo che le difese di Nerini e Perocchio insistono: i due non sapevano nulla dei "forchettoni", secondo quanto dichiarano davanti al gip.Il giallo che resta per il momento irrisolto è quello della rottura della fune: Tadini esclude una correlazione con l'anomalia al freno al 100%. Tra l'altro dai documenti sin qui raccolti risulta che Tadini, avrebbe preparato, sia il 23 maggio che il giorno prima, due resoconti parlando di esiti «positivi» dei controlli, quando invece sentiva già da tempo «rumori». E qui resta il mistero. Da una parte c'era un impianto frenante di emergenza, messo di fatto in condizione di non funzionare, dall'alto una fune probabilmente già lesionata che non ha retto. Quanto i due fatti siano collegati è il nucleo centrale dell'indagine. «Non mangia e non dorme da quattro giorni, si è rifugiato nella fede - ripete il suo legale sottolineando lo stato di prostrazione psicologica in cui versa il suo assistito -. Avrà per sempre quelle vittime sulla coscienza». La decisione del gip di confermare il fermo e decidere sulle misure cautelari era attesa nella tarda serata di ieri .Oggi alle 12, come riportiamo qui accanto, in tutto il Piemonte sarà osservato un minuto di silenzio: bandiere a mezz'asta a una settimana dalla strage, mentre tutti continuano a sperare per l'unico sopravvissuto alla strage, il piccolo Eitan, ancora ricoverato al Regina Margherita di Torino. Per lui è appeso uno striscione rosa accanto al carcere di Verbania: rosa come il colore del Giro d'Italia, la cui tappa di sabato è partita proprio da Verbania, a pochi metri dal carcere. 

Cure gratis ma l'oncologo le fa pagare

 


Per somministrare un farmaco che definiva «speciale» chiedeva al paziente malato di tumore tra 1.300 e 1.600 euro a iniezione. Pagamento non dovuto anche perché quella medicina è a carico del Servizio sanitario nazionale e dunque gratis per chi ne ha bisogno. Una vera e propria estorsione, quella che secondo gli inquirenti un medico oncologico di Bari avrebbe compiuto per mesi e mesi nei confronti di Ottavio Gaggiotti, bancario in pensione, arrivando a incassare in totale qualcosa come 130mila euro. È con l'accusa di concussione aggravata e continuata che è stato arrestato dai carabinieri il medico oncologo Giuseppe Rizzi, già in servizio presso l'Istituto Tumori «Giovanni Paolo II» di Bari. La sua compagna, Maria Antonietta Sancipriani, avvocata, è stata denunciata per concorso nello stesso reato.Le indagini dei militari, coordinati dalla Procura della repubblica di Bari, avrebbero permesso di accertare che il medico, abusando della sua posizione, durante lo svolgimento della sua attività professionale (sia in orario di servizio che fuori turno) eseguiva su un suo paziente oncologico affetto da accertata e grave patologia in trattamento all'istituto «Giovanni Paolo II» iniezioni di un farmaco dietro ingenti pagamenti, nonostante fosse appunto un medicinale gratuito. Le iniezioni sarebbero state fatte sia all'interno della struttura ospedaliera che nel patronato caf gestito dalla compagna, adibito illegalmente ad ambulatorio. La coppia, dunque, avrebbe approfittato dello stato psico-fisico della vittima, che aveva ormai riverenza e totale fiducia nel medico, riconosciuto come unico referente in grado di garantirgli la sopravvivenza.L'attività dei militari è partita da segnalazioni arrivate dai familiari del paziente, nel frattempo deceduto per la grave patologia tumorale di cui era affetto.Sia le testimonianze dei parenti dell'uomo, sia la documentazione fornita dall'istituto oncologico e sia le indagini patrimoniali sul medico, hanno consentito di definire il disegno criminoso che sarebbe stato ideato dalla coppia: la vittima, pur di restare in vita, continuava a soddisfare costanti richieste di denaro dilapidando il suo patrimonio. L'uomo, infatti, avrebbe dato al medico denaro contante, chiedendo anche prestiti ad amici e parenti, per un totale di 130mila euro, oltre a regali di ingente valore.L'autorità giudiziaria ha disposto un sequestro preventivo d'urgenza di valori equivalenti a 136mila euro a Rizzi, somma ritenuta profitto del reato. Durante la perquisizione a casa dell'indagato, i carabinieri hanno rinvenuto reperti archeologici (per cui è stato richiesto l'intervento del comando Tutela Patrimonio Artistico), nonché un milione e 900mila euro nascosti all'interno di buste e scatole per calzature.

La salvezza è vaccini per tutti (di Piero Fassino)

 



Ora che in Italia come in Europa la pandemia è in fase recessiva e non si respira più l'opprimente clima emergenziale che ci ha accompagnato per un anno e mezzo, è doveroso guardare a un orizzonte più largo, per comprendere con quali politiche il pianeta può evitare altre sofferenze e tragedie Di fronte a un virus dirompente e sconosciuto la comunità internazionale e le sue istituzioni hanno manifestato non poche difficoltà. La scienza medica non disponeva immediatamente delle conoscenze necessarie, né si avevano ancora terapie e farmaci adeguati. Ma ha certamente pesato anche la difficoltà a comprendere che la pandemia avrebbe rapidamente assunto dimensione globale a cui era necessario dare una risposta globale. Lo si è visto anche alla scala europea, dove è stato assai faticoso coordinare le diverse politiche anti Covid messe in campo in ogni nazione.È perciò di estrema importanza la Dichiarazione di Roma con cui si è concluso qualche giorno fa il Global Health Summit promosso dalla presidenza italiana del G20, affermando che l'immunizzazione da Covid19 è un "bene pubblico globale" e sottolineando in modo inequivocabile che l'immunità di gregge o è globale o non è, così come non esiste l'immunità di gregge in un paese solo, né può esistere il "blocco dei paesi immuni" contrapposto a quello dei "paesi non immuni". Insomma "nessuno è sicuro, se non sono sicuri tutti".Mentre un miliardo di dosi sono state distribuite nei Paesi ricchi, meno dell'1 per cento è la copertura nei Paesi poveri. Una dose di AstraZeneca costa quattro dollari in Europa e in Usa, ma otto dollari in Bangladesh, Nepal e Sudafrica. E il piano Covax delle Nazioni Unite, che ha promesso due miliardi di dosi ai paesi poveri nel 2021-2022, è in ritardo sulla tabella di marcia. Garantire che tutte le nazioni del pianeta possano disporre dei vaccini necessari, e alle stesse condizioni, è dunque una assoluta priorità, tanto più urgente per contrastare i rischi derivanti da varianti di virus particolarmente resistenti che potrebbero vanificare gli immani sforzi in termini scientifici e finanziari compiuti sino a ora. Oltre alla necessità di garantire sufficienti vaccini per gli eventuali richiami annuali.È questa una responsabilità che investe anzitutto le nazioni che hanno già effettuato una vaccinazione di massa, ovvero i Paesi che per capacità scientifica, tecnologica e produttiva sono nelle condizioni non solo di immunizzare la propria popolazione, ma di portare i vaccini in ogni angolo del pianeta o di promuoverne il trasferimento tecnologico in ragione da consentire a ogni Paese una propria produzione. India, Sud Africa e sessanta paesi - con il sostegno dell'Organizzazione Mondiale della Sanità - hanno chiesto la sospensione, almeno temporanea, dei brevetti liberalizzandone la produzione. Un forte impulso in questa direzione è venuto dal presidente Biden che ha anche proposto un negoziato in sede Organizzazione Mondiale del Commercio per una revisione delle regole sui brevetti. Da Macron e Draghi è stata avanzata la proposta di rimuovere ostacoli e divieti alla esportazione dei vaccini. E il Summit G20 ha messo al centro del dibattito internazionale un tema a lungo assente nei quindici mesi di pandemia: il multilateralismo della salute. Chi obietta invoca la salvaguardia della proprietà intellettuale, così come la necessità di non privare le aziende farmaceutiche delle royalties con cui finanziare la ricerca. Si può facilmente rispondere che la proprietà intellettuale non può essere considerato un principio assoluto, tanto più se in gioco c'è il primario diritto alla vita. La nostra Costituzione con somma saggezza parla di "funzione sociale della proprietà", concetto che vale anche per la "proprietà intellettuale". E quanto alle risorse per la ricerca deve essere priorità delle politiche pubbliche di bilancio garantire adeguati e costanti finanziamenti.Serve, dunque, una strategia internazionale condivisa, evitando che la salvaguardia della salute sia subordinata a forme di competizione geopolitica e sfere di influenza. E l'Unione Europea, per i suoi valori liberali, ha il dovere di essere all'avanguardia nella costruzione, insieme alle istituzioni internazionali e a ogni nazione del pianeta, di una "alleanza globale della salute" capace di assicurare la tutela di un diritto fondamentale e incomprimibile di ogni essere umano: il diritto alla vita. 

Giappone in emergenza ombra sulle Olimpiadi

 



TOKYO. A meno di due mesi dall'inizio dei Giochi Olimpici la situazione in Giappone legata alla pandemia resta critica. Tanto da indurre il governo a prorogare lo stato d'emergenza fino al 20 giugno, a poco più di trenta giorni dal via ufficiale della rassegna a cinque cerchi. I casi rimangono alti e i sistemi sanitari di Osaka, l'area più colpita nel Giappone occidentale, sono ancora sovraccarichi, come ha spiegato il primo ministro Yoshihide Suga nell'annunciare la decisione. Gli esperti hanno avvertito che le varianti stanno infettando più persone, facendole ammalare gravemente. Queste zone rappresentano metà dell'economia giapponese e oltre il 40 per cento della popolazione di 126 milioni di abitanti. «I nuovi casi di coronavirus sono in calo a livello nazionale da metà maggio, ma la situazione rimane imprevedibile», ha evidenziato il premier giapponese. Secondo Yasutoshi Nishimura, ministro responsabile nella lotta al coronavirus, è necessario ridurre il numero di infezioni «a un livello gestibile in modo da non vedere un grande rimbalzo» dei contagi. Tuttavia, Suga e il suo governo sono determinati a ospitare le Olimpiadi. «Sono consapevole del fatto che molti sono preoccupati - ha spiegato il primo ministro - continueremo a lavorare per avere delle Olimpiadi sicure e protette». Tra le ipotesi quella di testare regolarmente gli atleti ed evitare il contatto diretto col pubblico. In ogni caso, secondo un sondaggio, il 60 per cento degli intervistati ritiene che i Giochi andrebbero cancellati. 

MARIO DRAGHI: "Vaccinare i paesi poveri, il Covid può mutare pericolosamente

 



«Garantire che i Paesi più poveri abbiano accesso a vaccini efficaci è un imperativo morale. Ma c'è anche una ragione pratica e, se vogliamo, egoistica. Finché la pandemia infuria, il virus può subire mutazioni pericolose che possono minare anche la campagna di vaccinazione di maggior successo». Questo il passaggio centrale dell'intervento del presidente del Consiglio, Mario Draghi, al Global solutions summit, evento a cui ha partecipato anche la Cancelliera tedesca Angela Merkel. Un messaggio, quello lanciato dal presidente del Consiglio, che arriva puntuale nel momento in cui ciò che sta accadendo a livello globale dimostra come sia necessario tenere sempre presente ciò che accade al di là dei propri confini. In Gran Bretagna, malgrado la campagna di vaccinazione straordinariamente rapida che ha consentito al Regno Unito di riaprire prima di tutto il resto di Europa, cresce la preoccupazione per la diffusione della variante indiana. Nell'Estremo Oriente spunta la variante vietnamita, il Giappone è in piena emergenza e perfino in Cina riaffiorano situazioni insidiose. Le autorità cinesi hanno decretato il lockdown in un quartiere della città meridionale di Guangzhou alla luce di un'impennata di casi di coronavirus. La città di quasi 15 milioni di abitanti ha registrato 20 nuovi contagi la scorsa settimana, inducendo i responsabili locali della sanità a ordinare ai residenti di cinque strade nel distretto di Liwan di restare a casa per sottoporsi a uno screening di massa, con tamponi effettuati casa per casa; da mercoledì ne sono stati effettuati già 700 mila. Chiusi mercati, scuole e luoghi di aggregazione pubblica. Il focolaio sembra essere legato a una 75enne, risultata positiva alla variante indiana. Insomma mentre in Europa sembra finalmente sotto controllo, il Covid è sempre pronto a colpire e a diffondersi. Per questo Draghi nel summit di Roma ha evidenziato un insegnamento che deriva dalla pandemia: «All'inizio gli Stati non hanno condiviso le informazioni per un po' di tempo. Ci sono stati problemi fra Stati e non c'è stato abbastanza multilateralismo. Ora il multilateralismo sta ritornando. La crisi sanitaria ci ha insegnato che è impossibile affrontare i problemi globali con soluzioni interne. Lo stesso vale per le altre sfide determinanti dei nostri tempi: il cambiamento climatico e le disuguaglianze globali».