Anglotedesco

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venerdì 14 maggio 2021

Camper, ribellione (e sussidi). Tra gli estremisti della libertà nella Nomadland californiana




 da IL CORRIERE DELLA SERA  del 14 maggio 2021.Massimo Gaggi

La Nomadland californiana nel deserto di Sonora, una comunità isolata tra Coachella, luogo di celebri festival rock e Palm Springs, l’oasi dei ricchi, è un luogo abitato dagli ultimi hippy, da mistici, da persone che fuggono dalla società o cercano la libertà assoluta dallo Stato. Ma abita qui anche povera gente che si sistema in un trailer, in una vecchia roulotte, in uno school bus giallo dismesso o addirittura in tenda, a costo zero. «Qui» mi racconta Miguel Martines, un vecchio messicano che ha raccolto frutta per decenni e ora è in pensione, «gli inverni sono freddi ma brevi e le estati troppo calde. Non hai riscaldamento nè aria condizionata perché non c’è elettricità, nè acqua. Non ci sono nemmeno le fognature. Ma non paghi nulla. Vieni e ti sistemi in un pezzetto di terra bruciata libero. Lo delimiti con una fila di vecchi copertoni d’auto ed entri nella comunità».

L’aspetto è quello di una miseria estrema anche perché Slab City — un villaggio abusivo ma tollerato, nato alcuni decenni fa sul terreno privo di valore di una base militare abbandonata — era stata pensata dai fondatori come un luogo nel quale si vive usando solo materiale di scarto, pezzi abbandonati da altri. Ma gli abitanti — 4.000 negli inverni comunque miti per gli standard americani, un migliaio ora che il sole comincia a picchiare — sono tutti motorizzati e molti vivono qui non perché nullatenenti ma per scelta ideologica o per problemi di disagio sociale.

Lo stesso Martines racconta che rischia di diventare quasi ricco: «I figli lavorano a Los Angeles e San Francisco, restiamo solo io e mia moglie. Non spendiamo quasi nulla mentre ora, oltre a una piccola pensione, sto ricevendo dal governo mille dollari al mese per il Covid».

Peter Passalacqua, resident artist della comunità, dice di essere venuto a vivere qui perché in Oregon era solo uno tra i tanti mentre qui è un personaggio rispettato da tutti. Si è costruito un laboratorio nel quale crea sculture rudimentali che vende. Cura, poi, i restauri e gli ampliamenti della Salvation Mountain: una collina colorata e coperta con messaggi religiosi nell’arco di 25 anni dall’artista folk visionario Leonard Knight, scomparso nel 2014. Peter si definisce italiano ma poi ti spiega che Passalacqua è il nome della famiglia che l’ha adottato. Non ha mai conosciuto i genitori: pare che il padre fosse un greco di Creta. Lui si digonna ce felice nel suo regno a cielo aperto: l’atelier, una grande cucina, perfino una pista da ballo. La camera da letto è una tenda trasparente: «Qui sono davvero libero, posso vestirmi da cowboy o indossare una e nessuno ha da ridire. E dormo sotto le stelle».

Ovunque la gente parla e scrive di culto della libertà, che si tratti di artisti gay o di veterani repubblicani che si portano dietro i traumi delle guerre: issano orgogliosamente la bandiera americana, ma non vogliono più avere niente a che fare con lo Stato. Ma, anche se all’ingresso di questo luogo polveroso, pieno di cani nomadi come i loro padroni (amorevolmente sepolti, quando muoiono, in un cimitero nel villaggio), campeggia la scritta «L’ultimo luogo libero d’America», c’è anche chi non si fa troppe illusioni: «La libertà ha un costo» ammette Andra Dakota che gestisce un piccolo centro per il salvataggio degli animali domestici abbandonati e, nell’anno della pandemia, è diventata la coordinatrice non ufficiale degli sforzi di vaccinare gli abitanti di Slab City. Andra è diventata una fan dei vaccini dopo aver visto la loro efficacia nel prevenire i virus canini. Ma, in una comunità abusiva, tollerata ma ignorata, ha fatto fatica a recuperare i sieri. E quando li ha avuti, ha faticato a persuadere i suoi concittadini: spesso anziani vulnerabili ma ostili a ogni autorità, condizionati dalla mentalità anti-establishment. «Molti si sono convinti e sono stati vaccinati, ma tanti altri no. Magari non oppongono un rifiuto netto, ma mi dicono che preferiscono aspettare, un rinvio dopo l’altro».

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