Anglotedesco

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giovedì 13 maggio 2021

Così il presidente turco per il popolo palestinese è diventato il "re di Gaza"




Che il presidente turco Recep Tayyip Erdogan fosse anche il "re di Gaza" è un dato di fatto ben chiaro ai palestinesi. Ci sono cariche che si assumono attraverso la vittoria alle elezioni, altre, simboliche, che si acquisiscono sul campo, attraverso uscite pubbliche, azioni diplomatiche, rivendicazioni a nome di altri, compiute in un ambito in cui Erdogan si è inserito sfruttando un vuoto lasciato da altri. Un vuoto che gli ha permesso di assumere una leadership politica all'interno del mondo islamico.Per capire come Erdogan sia diventato il campione della causa palestinese è necessario compiere dei passi indietro. Il primo ci riporta al World Economic Forum di Davos del gennaio 2009. Al termine di un incontro pubblico l'allora premier turco (diventerà presidente solo nel 2014) stoppa il moderatore chiedendo ripetutamente «one minute», prima di partire con un attacco frontale a Israele e allo stesso presidente israeliano Shimon Peres, seduto al suo fianco: «In Israele sapete bene come si uccide. So benissimo come avete ucciso quei bambini sulla spiaggia di Gaza. Avete due premier che si sono detti felici della morte di questi bambini. Premier che hanno fatto carriera entrando a Gaza dentro carri armati, uccidendo civili hanno avuto il plauso del vostro Paese. Non c'è niente di peggio che gioire per la morte di qualcun altro». Parole al veleno, un attacco diretto a un presidente dello Stato ebraico senza precedenti, ma soprattutto per i palestinesi la conferma che la loro causa non era stata del tutto dimenticata dalla politica. In un mondo islamico in cui la voce di Egitto e Arabia Saudita si era fatta sempre più flebile fino a quasi sparire, era Erdogan il nuovo leader cui affidarsi per far valere i propri diritti in ambito internazionale. Poco più di un anno più tardi, a marzo 2010 una flottiglia umanitaria turca fu presa d'assalto dall'esercito israeliano mentre tentava di forzare il blocco imposto su Gaza. Nell'attacco morirono dieci persone, nove delle quali cittadini turchi (quasi tutti residenti negli Usa). Un bagno di sangue che diede il via a una serie di accuse e invettive e al rientro in patria dei rispettivi ambasciatori, «persone non gradite». Celebre il momento in cui l'allora ministro degli Esteri, Ahmet Davutoglu, normalmente pacato, sbatté i pugni sul tavolo in faccia all'allora Segretario di Stato americano, Hillary Clinton. Erdogan non farà alcun passo indietro rispetto all'attacco della Mavi Marmara, cogliendo anzi l'occasione per denunciare le tremende condizioni di vita a Gaza imposte dal blocco israeliano. Un'intransigenza che alla lunga piegò il premier Benjamin Netanyahu, che nel 2013 chiese scusa alla Turchia. Serviranno altri tre anni per una ripresa delle relazioni. Il 27 giugno 2016 l'annuncio dell'accordo che segna la normalizzazione dei rapporti tra i due Paesi. Alla base della ripartenza motivi economici ed energetici, tuttavia Erdogan non dimentica la gente di Gaza e si impone affinché nell'accordo venga inserito un pacchetto umanitario che comprende la costruzione di un ospedale, di un impianto per la produzione di energia elettrica e per la desalinizzazione dell'acqua.In Turchia intanto sbarca il nuovo ambasciatore israeliano Eitan Naeh, la cui missione, di per sé complicata, durerà meno del previsto. Naeh lascia Ankara nel 2018 in seguito alle polemiche esplose dal riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele da parte di Trump. Erdogan non aspetta neanche 24 ore per ribellarsi a una decisione che ritiene «nulla e inaccettabile». Nasce una polemica che segnerà i rapporti tra Erdogan e Trump e una interruzione dei rapporti diplomatici tra Ankara e lo Stato ebraico che dura ancora oggi. Per i palestinesi la conferma che è Erdogan il megafono perfetto della loro voce. 

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