Anglotedesco

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giovedì 27 maggio 2021

Freni manomessi:tre arresti

 


La funivia si bloccava continuamente, da oltre un mese. Il freni d'emergenza scattavano troppo spesso. Per questo sono stato disattivati: deliberatamente. Per farla funzionare comunque, a discapito della sicurezza. Fino alla strage. È l'ipotesi della procura di Verbania che ha impresso una svolta alle indagini sull'incidente alla funivia del Mottarone in cui sono morte 14 persone. Tre uomini sono stati fermati nella notte tra martedì e mercoledì: Luigi Nerini, titolare della società che gestisce l'impianto, Gabriele Tadini, caposervizio della funivia ed Enrico Perocchio, direttore dell'esercizio e dipendente della ditta costruttrice Leitner. A parlare per primo dei problemi sull'impianto sarebbe stato Tadini, convocato in caserma dai carabinieri di Stresa come testimone e poi indagato: la chiave nel "forchettone" lasciato nel freno di emergenza per impedirne il funzionamento. Un divaricatore che impedisce alle ganasce di chiudersi. «Per quello che ci risulta oggi il "forchettone" è stato inserito più volte. Non sono in grado di dire se in maniera costante o soltanto quando si verificavano questi difetti", ha spiegato la procuratrice capo di Verbania, Olimpia Bossi. La scelta di lasciarlo inserito sarebbe stata compiuta, secondo gli inquirenti, per «bypassare le anomalie» della funivia, che portavano le cabine a bloccarsi e il freno di emergenza ad attivarsi continuamente. Problemi che si sarebbero ripetuti per oltre un mese.«Una scelta consapevole, non un'omissione o una dimenticanza», ha aggiunto Bossi.Secondo la procuratrice anche Nerini e Perocchio sapevano della decisione di lasciare inserito il "forchettone": «Abbiamo ritenuto che necessariamente fosse la scelta non di un singolo ma condivisa e soprattutto non limitata a quel giorno». Due gli interventi di manutenzione nel mirino degli inquirenti, definiti dalla procuratrice «non risolutivi»: uno sarebbe quello del 3 maggio, effettuato dalla Leitner di Vipiteno, che avrebbe rilevato l'anomalia. Anomalia che però non sarebbe stata risolta. Se il giallo del freno sembra risolversi nel modo più sconcertante, non è chiara la ragione per la quale la fune si è spezzata. «Era un evento prevedibile in astratto» ha detto la procuratrice, riferendosi al rischio che si sono assunte le persone che avrebbero deciso di "disattivare" i freni. «Già questa è un'ipotesi di delitto non a titolo di colpa. È una rimozione consapevole». «Poi gli omicidi sono colposi. A questo punto il reato per il quale è stato disposto il fermo è l'articolo 437 del codice penale»: la rimozione dolosa di sistemi di sicurezza. Se deriva il disastro la sanzione è aggravata. Reato che prevede una pena fino a 10 anni, a cui si aggiungono l'omicidio colposo plurimo e le lesioni gravissime.Il secondo "forchettone" è stato ritrovato sul luogo del disastro dai carabinieri e dal soccorso alpino durante un sopralluogo: giaceva tra le lamiere. Per il momento la carcassa della cabina crollata resta in vetta: difficile il suo spostamento per via della zona impervia. Ma sulle ragioni della rottura della fune le indagini proseguono. Non sarebbe tranciata di netto ma sfilacciata e spezzata. «Non ci sono elementi per il momento per collegare i due eventi», cioè la rottura della fune e il non funzionamento del freno, ha spiegato la procura. Intanto i tre fermati si trovano nel carcere di Verbania. Non è ancora stata fissata la data degli interrogatori, perché la richiesta di convalida del fermo dovrebbe essere depositata oggi, entro le 48 ore previste per legge. Tra i loro legali è cominciato già lo scontro delle responsabilità. Se Tadini avrebbe ammesso l'uso dei forchettoni, i legali di Perocchio negano che il loro assistito li abbia autorizzati. In ogni caso l'elenco degli indagati si potrebbe adesso allungare, anche in vista degli accertamenti tecnici irripetibili necessari per avere un quadro completo dell'accaduto. 

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