Anglotedesco

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domenica 30 maggio 2021

Funivia,il caposervizio confesso

  



Iniziano a rimbalzarsi le colpe i fermati nell'ambito dell'inchiesta sulla strage alla funivia del Mottarone di domenica scorsa.Il gestore Luigi Nerini, il caposervizio Gabriele Tadini e il direttore d'esercizio Enrico Perocchio sono stati sentiti ieri davanti al gip Donatella Banci Buonamici nel carcere di Verbania: quasi due ore l'uno, una giornata intera di interrogatori per l'udienza di convalida del fermo. Se il caposervizio Tadini ha confermato quanto già detto in caserma dai carabinieri, e cioè ha ammesso di aver «più volte» utilizzato i "forchettonI" per inibire il freno di emergenza quando sentiva suoni sospetti, come ha spiegato il suo legale Marcello Perillo, l'avvocato di Nerini, che ha parlato per la prima volta anche davanti alla procuratrice Olimpia Bossi, uscendo dal carcere ha detto che il suo assistito non sapeva. «Per favore smettete di dire che ha risparmiato sulla sicurezza - ha detto Pasquale Pantano -. Il dato di fatto è che ex lege chi si occupa di sicurezza dei viaggiatori sono il caposervizio e il direttore d'esercizio e non il gestore».E cioè, secondo Nerini e la sua difesa, gli altri due fermati. «Non spettava a Nerini lo stop alla funivia» insiste Pantano, nonostante fosse informato di alcuni malfunzionamenti del sistema frenante: spettava a Perocchio e Tadini. Nerini, dice il legale, non sapeva dei 'forchettonì. E non lo sapeva nemmeno Enrico Perocchio, secondo il suo avvocato Andrea Da Prato: Perocchio scopre delle forchette solo alle 12.09 di domenica 23 maggio quando Tadini lo chiama.«In meno di un minuto dice di avergli detto "Ho una fune a terra, una fune nella scarpata, avevo i ceppi sopra"» spiega il legale di Perocchio. E di questo Perocchio voleva informare la procura, inviando una Pec martedì all'ora di pranzo, prima ancora che i tre fossero convocati in caserma. Sul fatto che Tadini sapesse ci sono pochi dubbi, viste le sue dichiarazioni: se nella richiesta di misura cautelare del carcere della procura si leggeva che aveva ricevuto "l'avallo" per inserire i "forchettoni", sembra che però Tadini non abbia mai detto di aver ricevuto un ordine dall'alto preciso: "tutti sapevano" e basta, dice. Ed è per questo che le difese di Nerini e Perocchio insistono: i due non sapevano nulla dei "forchettoni", secondo quanto dichiarano davanti al gip.Il giallo che resta per il momento irrisolto è quello della rottura della fune: Tadini esclude una correlazione con l'anomalia al freno al 100%. Tra l'altro dai documenti sin qui raccolti risulta che Tadini, avrebbe preparato, sia il 23 maggio che il giorno prima, due resoconti parlando di esiti «positivi» dei controlli, quando invece sentiva già da tempo «rumori». E qui resta il mistero. Da una parte c'era un impianto frenante di emergenza, messo di fatto in condizione di non funzionare, dall'alto una fune probabilmente già lesionata che non ha retto. Quanto i due fatti siano collegati è il nucleo centrale dell'indagine. «Non mangia e non dorme da quattro giorni, si è rifugiato nella fede - ripete il suo legale sottolineando lo stato di prostrazione psicologica in cui versa il suo assistito -. Avrà per sempre quelle vittime sulla coscienza». La decisione del gip di confermare il fermo e decidere sulle misure cautelari era attesa nella tarda serata di ieri .Oggi alle 12, come riportiamo qui accanto, in tutto il Piemonte sarà osservato un minuto di silenzio: bandiere a mezz'asta a una settimana dalla strage, mentre tutti continuano a sperare per l'unico sopravvissuto alla strage, il piccolo Eitan, ancora ricoverato al Regina Margherita di Torino. Per lui è appeso uno striscione rosa accanto al carcere di Verbania: rosa come il colore del Giro d'Italia, la cui tappa di sabato è partita proprio da Verbania, a pochi metri dal carcere. 

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