Anglotedesco

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domenica 16 maggio 2021

I giovani e la sfida del lavoro:«Quattro su dieci costretti a restare a casa con i genitori»

 


da IL CORRIERE DELLA SERA del 16 maggio 2021.Elisabetta Soglio

Non chiamateli bamboccioni. Stanno in famiglia, sì, e sempre più a lungo: ma quasi mai per scelta. E la pandemia ha colpito soprattutto loro, i giovani che anche dopo i 30 anni non riescono a progettare il futuro perché non hanno un lavoro o ne hanno uno precario. E così, quattro su dieci confessano di restare a casa con i genitori perché altrimenti non sarebbero in grado di sostenere le spese di una vita in autonomia. Non solo: la frustrazione è tanto alta che la maggior parte di loro (il 41,7 per cento dei 30-34enni con una situazione economica insoddisfacente) è disposta ad accettare qualsiasi impiego a qualsiasi condizione, anche senza contratto insomma.

Il quadro che emerge dal nuovo Rapporto Giovani 2021 dell’Istituto Toniolo ha tinte fosche: «Emerge il rischio di una bomba sociale», sintetizza Alessandro Rosina, demografo dell’Università Cattolica e coordinatore scientifico dell’Osservatorio giovani del Toniolo. L’indagine è stata realizzata lo scorso novembre, su oltre 7 mila interviste a campione. Ed è evidente che le giovani generazioni sono tra i gruppi maggiormente colpiti «da condizioni di vulnerabilità e fragilità psicologica».

Fra i diversi capitoli del rapporto, quello sulle «scelte di vita» parla chiaro: fra chi vive ancora con i genitori, il 26 per cento sta ancora studiando, il 20 per cento «sta bene così», mentre il 25 «non trova un lavoro stabile» e il 35 «non può sostenere le spese di una casa». L’analisi delle risposte (che a questa domanda potevano essere multiple) dimostra che il 40 per cento dei giovani sono bloccati in casa da difficoltà oggettive ad uscirne.

Vale la pena ricordare che secondo i dati Istat del 1998, la risposta «sto bene così» a giustificare la scelta della vita con mamma e papà arrivava dal 48 per cento dei giovani, percentuale che si era progressivamente ridotta fino a dimezzarsi. Il bisogno di autonomia è dunque cresciuto, ma «la sicurezza del reddito, data dal lavoro stabile, è considerata dalla maggior parte degli intervistati un prerequisito indispensabile per poter progettare una propria famiglia, che in mancanza di questa vedono bloccate le loro aspirazioni», insiste Rosina.

Ovviamente i più in difficoltà sono i Neet, quelli che non studiano e non lavorano: l’Italia continua a detenere questo infelice primato in Europa e la pandemia ha aggravato la situazione soprattutto nella fascia 25-34 anni: dal 28,9 per cento del 2019 al 30,7 dell’ultima indagine, con un divario dalla media europea passato da 11,6 a 12,3 punti percentuali secondo i dati Eurostat.

Vogliamo proseguire? Il 42,1% segnala una non buona situazione economica personale e il 25% dà la stessa valutazione della famiglia in cui vive. Il livello di insoddisfazione di vita è dunque elevatissimo e, spiega il rapporto, «questi giovani presentano un alto rischio di esclusione sociale permanente, con rinuncia definitiva a solidi progetti di vita».

Soluzioni? Il nostro Paese aveva avviato il programma «Garanzia Giovani» nel 2004 come leva di contrasto proprio al fenomeno dei Neet, ma i numeri di numerose indagini non danno il segno della controtendenza, anzi. In più, Rapporto Giovani racconta che quasi due su tre degli intervistati (e diventano tre su quattro fra gli under 25) non ha mai sentito parlare, o solo vagamente, di questa possibilità.

Rosina ribadisce l’analisi: «Se l’Italia non riparte dai giovani non va da nessuna parte. I giovani non possono essere per il nostro Paese uno svantaggio competitivo nel confronto con gli altri Paesi, devono diventare la risorsa principale per essere protagonisti di un Paese che cresce con loro».

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