Anglotedesco

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sabato 29 maggio 2021

Il disincanto di Roma nella guerra tra Pd e 5S E da destra ora incombe il candidato che non c’è


da LA REPUBBLICA del 29 maggio 2021.Annalisa Cuzzocrea

Alessandro Gassmann ha negli occhi il disincanto. Così, l’unica cosa che si sente di dire delle prossime elezioni è che no, «non si può decidere dalle faccine dei candidati senza capire cosa c’è dietro ». E che «Roma ha bisogno di tanto, merita tanto, e deve fare uno scatto anche d’orgoglio per uscire da una decadenza che parte da lontano e che è ora drammatica». Non si tratta di dire di chi è la colpa, quanto di invocare «un cambiamento in tutti noi. Ci vorrebbe partecipazione. Una cosa che qui non si vede da decenni».Sono tutti d’accordo, su questo. In ogni programma, in ogni discorso di quelli fin qui proferiti da chi è in corsa, c’è l’idea del riscatto e della ripartenza. Perfino in quelli di Virginia Raggi, che rivendica i conti in ordine, i 750 nuovi autobus, il manto stradale rifatto — soprattutto negli ultimi mesi — in parte della città, le piste ciclabili e la mobilità elettrica, ma lancia, anche lei, nuovi sogni: fino a candidare la capitale all’Expo 2030.

«Sapete come si chiama questo? Si chiama buttare la palla in tribuna », dice Roberto Gualtieri. A Testaccio, per lui, c’è quasi tutto il Pd romano. Le primarie del 20 giugno sembrano una formalità da sbrigare, un modo per richiamare partecipazione e attenzione sui temi messi in luce dai partecipanti, ma tutto è già deciso e sarà dell’ex ministro dell’Economia la corsa. «È cresciuto in Fgci, andava ad attaccare i manifesti alle feste dell’Unità, Roberto non è l’uomo grigio che qualcuno vuole dipingere», dice chi di candidati se ne intende come Goffredo Bettini. Che stavolta — dopo la decisione di Nicola Zingaretti di restare alla presidenza della Regione — si è tirato fuori dalla mischia.

Gualtieri ha un’aria mite. Lo sono il suo sguardo, i suo i modi. Ma quando prende la parola davanti all’ex mattatoio di Roma, alla città dell’Altra Economia, che «per noi è casa», dice la consigliera dem in Campidoglio Giulia Tempesta, non risparmia critiche sulla gestione degli ultimi cinque anni. Il vento batte improvviso sul microfono, l’ex europarlamentare, deputato e poi ministro dem, alza la voce: «Roma è davanti a un degrado e a un declino drammatici. Il giudizio su questa amministrazione è inappellabile».

Su una torretta abbandonata alle sue spalle c’è un graffito urbano che sembra un monito: «Se rubate i nostri sogni diventeremo il vostro incubo». Gualtieri continua, con ancora addosso l’abito del ministro dell’Economia: «La capitale non può permettersi di perdere i fondi del Recovery e se non progetta sarà così. L’emblema più drammatico è il crollo degli investimenti pubblici. Roma ha investito un quarto pro capite di quanto hanno fatto Milano e Napoli. E poi ci stupiamo se gli autobus prendono fuoco, se non c’è lavoro, se si aprono le voragini e inghiottono macchine». E ancora, «la sindaca sta facendo campagna elettorale con una spruzzata di lavori facili e tardivi. Qui si dice che fa la “romanella” elettorale dopo che per anni non si è occupata della città».

Sono andati a vederli, i segni del degrado, i candidati. Tra le prime tappe di Gualtieri c’è stata Villa Celimontana, a due passi dal Colosseo, dove un tempo si andavano a sentire i concerti jazz: chiusa per guano da 5 mesi. Ma ci sono le tragedie, anche. Come quella che si è consumata al parco della Madonnetta di Acilia. Un “punto verde qualità”, con attrezzature sportive all’avanguardia, che l’abbandono e l’incuria hanno trasformato in un covo di marginalità e pericolo. Finché un ragazzino di sedici anni, Riccardo Pica, non è morto di paura, letteralmente di paura, mentre correva a perdifiato inseguito da un senzatetto con un machete in mano. Ci sono andati tutti, a parlare con la madre. Lei aveva messo sul posto una maglietta della Roma, la squadra del cuore di Riccardo. Qualcuno ha rubato anche quella.Virginia Raggi non ha avuto — nei consensi testati finora — il crollo su cui i suoi avversari contavano. Le piccole opere nelle periferie, pubblicizzate e fatte diventare virali su tutti i canali social del Campidoglio, la capacità di ammettere gli errori dei primi due anni, la svolta a sinistra da quando ha capito che il campo avverso era saturo, hanno tenuto in piedi una ricandidatura rafforzata dalla capitolazione di tutto il Movimento. Anche della parte che la aveva tenuta a distanza.Non sarà così facile, quindi, espugnare le periferie che come mostrano nelle loro mappe Lorenzo Pregliasco e Giovanni Forti di You-Trend, la sindaca può considerare ancora roccaforti. Si tratta di buona parte delle zone più esterne di Roma tanto a Est, come Lunghezza, Borghesiana, che a Ovest, con Pantano e Ottavia. Mentre a nord quartieri come Grottarossa o Prima Porta sembrano oggi contendibili dal centrodestra. E il centrosinistra cerca il suo riscatto a Tor Pignattara, Casilino, Montesacro, dove il presidente di municipio è Giovanni Caudo, il candidato alle primarie pd sostenuto da Ignazio Marino.

Non è semplice, in tutto questo, capire come si posizionerà Carlo Calenda. L’outsider del centrosinistra ha dalla sua un passato da ministro dello Sviluppo, che potrebbe valergli il favore del mondo delle imprese. Cui ora guarda anche Raggi, a dire il vero, visto che pochi giorni fa ha perfino fatto gli auguri per la riconferma a Giovanni Malagò, con cui si scontrò duramente quando decise di far fallire la candidatura alle Olimpiadi di Roma. «La città ha una situazione degli impianti da terzo mondo — dice oggi il presidente del Coni — un problema che quelle Olimpiadi avrebbero certamente risolto. Lo stadio Olimpico è l’unico di una grande città europea che non è né di enti locali né delle società che ci giocano. Le condizioni dello stadio Flaminio e del palazzetto di Viale Tiziano sono sotto gli occhi di tutti. Il Palazzo dello Sport è un’eredità di Roma gestita dall’ente Eur. Tutte le realtà che si potevano creare o non sono partite o non sono andate avanti». E quindi, per Malagò, «sono stati sprecati cinque anni».

Tornando a Calenda, quel che sembra fare a ogni tappa è cercare di portare dalla sua pezzi di Pd. Nel giro delle periferie è accompagnato da Dario Nanni, autore di mille battaglie per i dem quando a Roma il sindaco era Gianni Alemanno. E Giuseppe Lobefaro, che il consigliere comunale lo ha fatto con Rutelli sindaco, poi presidente di municipio con Veltroni, consigliere provinciale con Zingaretti. «Ma dobbiamo convincere Maria», si rammarica Calenda a Montespaccato. Maria che per ragioni sentimentali “il partito” non lo vuole lasciare.

Non è solo Maria, a temere un centrosinistra che corre diviso — con tre candidati che guardano allo stesso elettorato — in una gara alla quale il centrodestra finirà per arrivare unito. Col paradosso che, alla fine, il vincitore possa essere il candidato che ancora non c’è. L’uomo del mistero che Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega non hanno ancora scelto (ultimi nomi messi in pista l’avvocato — speaker Enrico Michetti e la giudice Simonetta Matone).

Roma guarda. «Stenta a trovare una direzione», dice lo scrittore Nicola Lagioia, che ci vive da oltre vent’anni. «Non ha reagito male alla pandemia, a differenza di posti più dinamici come Milano. La sua indolenza l’ha protetta, ma ora che si riparte serve una bussola. Milano ce l’ha, Roma no. Sono state fatte cose importanti, come la riqualificazione dei giardini di Piazza Vittorio, con poco, grazie a un’architetta bravissima, un quartiere è tornato ad abitare i suoi spazi. Ma quanto si potrebbe fare, per la cultura, in un posto dove nel raggio di 300 metri vivono Paolo Sorrentino e Goffredo Fofi? In un posto in cui Francesco Piccolo organizza una serie di incontri in una libreria che vanno benissimo su base totalmente volontaria. Adesso c’è una maratona di poesia e la fanno in un centro sociale al Brankaleone. La politica degli sgomberi al Teatro Valle, al Cinema Palazzo ha ferito un tessuto salutare per i quartieri. Quel che resta è lo sballo, la somministrazione alcolica, i bar che proliferano con spesso, dietro, interessi oscuri. Lo dicono, a proposito dell’occupazione finita del cinema Palazzo, Gigliola Cultrera e Giannina Grecco della Libera Repubblica di San Lorenzo.

Lo dicono perché in un quartiere storico, bombardato durante la seconda guerra mondiale, l’investimento sembra essere quello che farà nascere un Soho Hotel, albergo di superlusso non accessibile ai comuni mortali, con sul tetto la piscina che il quartiere chiede — per sé — da anni. Lo spiegano mostrando l’ex fonderia Bastianelli, ora un obbrobrio architettonico in costruzione che dovrebbe dar vita a un residence di lusso. E indicando Villa Mercede, il fazzoletto verde di San Lorenzo, chiusa — da anni — per il crollo di un muro vicino all’area giochi. «I bambini di qui, per prendere aria, vanno al Verano. Corrono in bicicletta sui viali. Giocano a nascondino dietro le tombe».

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