Anglotedesco

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domenica 30 maggio 2021

La salvezza è vaccini per tutti (di Piero Fassino)

 



Ora che in Italia come in Europa la pandemia è in fase recessiva e non si respira più l'opprimente clima emergenziale che ci ha accompagnato per un anno e mezzo, è doveroso guardare a un orizzonte più largo, per comprendere con quali politiche il pianeta può evitare altre sofferenze e tragedie Di fronte a un virus dirompente e sconosciuto la comunità internazionale e le sue istituzioni hanno manifestato non poche difficoltà. La scienza medica non disponeva immediatamente delle conoscenze necessarie, né si avevano ancora terapie e farmaci adeguati. Ma ha certamente pesato anche la difficoltà a comprendere che la pandemia avrebbe rapidamente assunto dimensione globale a cui era necessario dare una risposta globale. Lo si è visto anche alla scala europea, dove è stato assai faticoso coordinare le diverse politiche anti Covid messe in campo in ogni nazione.È perciò di estrema importanza la Dichiarazione di Roma con cui si è concluso qualche giorno fa il Global Health Summit promosso dalla presidenza italiana del G20, affermando che l'immunizzazione da Covid19 è un "bene pubblico globale" e sottolineando in modo inequivocabile che l'immunità di gregge o è globale o non è, così come non esiste l'immunità di gregge in un paese solo, né può esistere il "blocco dei paesi immuni" contrapposto a quello dei "paesi non immuni". Insomma "nessuno è sicuro, se non sono sicuri tutti".Mentre un miliardo di dosi sono state distribuite nei Paesi ricchi, meno dell'1 per cento è la copertura nei Paesi poveri. Una dose di AstraZeneca costa quattro dollari in Europa e in Usa, ma otto dollari in Bangladesh, Nepal e Sudafrica. E il piano Covax delle Nazioni Unite, che ha promesso due miliardi di dosi ai paesi poveri nel 2021-2022, è in ritardo sulla tabella di marcia. Garantire che tutte le nazioni del pianeta possano disporre dei vaccini necessari, e alle stesse condizioni, è dunque una assoluta priorità, tanto più urgente per contrastare i rischi derivanti da varianti di virus particolarmente resistenti che potrebbero vanificare gli immani sforzi in termini scientifici e finanziari compiuti sino a ora. Oltre alla necessità di garantire sufficienti vaccini per gli eventuali richiami annuali.È questa una responsabilità che investe anzitutto le nazioni che hanno già effettuato una vaccinazione di massa, ovvero i Paesi che per capacità scientifica, tecnologica e produttiva sono nelle condizioni non solo di immunizzare la propria popolazione, ma di portare i vaccini in ogni angolo del pianeta o di promuoverne il trasferimento tecnologico in ragione da consentire a ogni Paese una propria produzione. India, Sud Africa e sessanta paesi - con il sostegno dell'Organizzazione Mondiale della Sanità - hanno chiesto la sospensione, almeno temporanea, dei brevetti liberalizzandone la produzione. Un forte impulso in questa direzione è venuto dal presidente Biden che ha anche proposto un negoziato in sede Organizzazione Mondiale del Commercio per una revisione delle regole sui brevetti. Da Macron e Draghi è stata avanzata la proposta di rimuovere ostacoli e divieti alla esportazione dei vaccini. E il Summit G20 ha messo al centro del dibattito internazionale un tema a lungo assente nei quindici mesi di pandemia: il multilateralismo della salute. Chi obietta invoca la salvaguardia della proprietà intellettuale, così come la necessità di non privare le aziende farmaceutiche delle royalties con cui finanziare la ricerca. Si può facilmente rispondere che la proprietà intellettuale non può essere considerato un principio assoluto, tanto più se in gioco c'è il primario diritto alla vita. La nostra Costituzione con somma saggezza parla di "funzione sociale della proprietà", concetto che vale anche per la "proprietà intellettuale". E quanto alle risorse per la ricerca deve essere priorità delle politiche pubbliche di bilancio garantire adeguati e costanti finanziamenti.Serve, dunque, una strategia internazionale condivisa, evitando che la salvaguardia della salute sia subordinata a forme di competizione geopolitica e sfere di influenza. E l'Unione Europea, per i suoi valori liberali, ha il dovere di essere all'avanguardia nella costruzione, insieme alle istituzioni internazionali e a ogni nazione del pianeta, di una "alleanza globale della salute" capace di assicurare la tutela di un diritto fondamentale e incomprimibile di ogni essere umano: il diritto alla vita. 

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