Anglotedesco

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venerdì 14 maggio 2021

«Non accetto più i bitcoin». Musk affossa le criptovalute e "spinge" la sua Tesla

 


L'onda di Elon Musk torna a travolgere il mondo delle criptovalute. Un nuovo tweet dell'eccentrico e visionario creatore di Tesla ha fatto precipitare le quotazioni delle principali valute digitali come il Bitcoin, l'Ethereum e il Dogecoin. Musk ha annunciato che la sua casa d'auto non accetterà più il bitcoin come mezzo di pagamento. Improvvisamente il fondatore di Tesla si è detto preoccupato per l'impatto negativo che il "mining" dei Bitcoin avrebbe sull'ambiente. Il "mining" è il procedimento di creazione di criptovalute, che richiede una notevole quantità di energia in quanto avviato da super calcolatori. Il ceo ha aggiunto che tornerà ad accettare i pagamenti in Bitcon solo «nel momento in cui ci sarà una transizione dal mining a una forma di energia più sostenibile». Immediato l'effetto dell'ultimo tweet sui prezzi delle criptovalute, con il Bitcoin e l'Ethereum arrivati a perdere oltre l'11%. Il tweet appare come un clamoroso dietrofront di Musk nei confronti del Bitcoin, al cui rally il ceo di Tesla ha contribuito in modo significativo: è stata proprio Tesla a rinfocolare la fase rialzista della moneta digitale numero uno al mondo a inizio febbraio, quando, da un file depositato presso la Sec, è emersa la decisione del colosso di aggiornare la sua politica di investimento, acquistando Bitcoin per un valore di 1,5 miliardi di dollari. «Non è possibile che una persona competente come lui non sappia già da tempo che il bitcoin abbia bisogno di energia per essere creato», commenta Eugenio Sartorelli, trader e vicepresidente di Siat, Società Italiana Analisi Tecnica dei mercati finanziari. Di energia, in effetti, ne serve molta. L'Università di Cambridge ha calcolato che il Bitcoin consuma circa 121,36 terawattora all'anno. Il consumo annuale di elettricità di Bitcoin lo pone al limite dell'equivalente di uno dei primi 30 paesi al mondo. «Ci vuole energia, del resto, anche per estrarre l'oro. Sarebbe interessante fare un confronto», prosegue però Sartorelli ricordando che «dopo aver raggiunto quota 21 milioni di Bitcoin non se ne potranno produrre più. Molti non lo ricordano. Ci sarà quindi meno bisogno di energia». L'esperto spiega quindi che «le criptovalute non hanno colpa. La questione riguarda piuttosto il modo in cui questa energia è prodotta». Il vero problema secondo l'esperto è infatti che i principali "miners" al mondo di Bitcoin (minatori, ovvero chi si occupa della creazione del bitcoin ndr) sono in Cina. «Pechino produce soprattutto energia non pulita. Il Paese vieta l'utilizzo di criptovalute, ma non ferma il mining», aggiunge.La soluzione, per Sartorelli, potrebbe essere quella di lanciare Bitcoin certificati come "green". «Si potrebbe creare un sistema - continua - in cui viene certificato che il mining viene fatto con energia pulita». E la Cina «rimarrebbe fuori mercato, oppure dovrebbe spingersi verso una produzione di energia più pulita».Intanto la mossa di Musk viene letta da alcuni analisti come un tentativo di allentare la pressione sul mercato dei chip - necessari per la produzione di Bitcoin - di cui c'è forte carenza sul mercato. La mossa di Musk, «mi sembra quasi fatta apposta». Sartorelli ricorda che «anche Tesla subisce la crisi legata ai chip. Se c'è bisogno di meno microchip per il mining si allenta a pressione sui chip che riguarda soprattutto l'automotive». 


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