Anglotedesco

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mercoledì 30 giugno 2021

La nuova normalità è drogata

 


di Gianmarco Maotini

L’alleanza tra Mosca e Caracas è non allineata

 


di Jeff Hoffman

Emergenza militarizzazione del Pacifico

 


di Gionata Chatillard

Anche Mosca denuncia cyber attacchi

 


di Gionata Chatillard

Lapid negli Emirati .Con Israele parte la corsa al business

 



da LA REPUBBLICA del 30 giugno 2021.Sharon Nizza

«Israele vuole la pace con tutti i suoi vicini. Il Medioriente è casa nostra, siamo qui per rimanere: chiediamo a tutti nella regione di riconoscere questo fatto. Venite a parlarci». Guarda ben oltre Abu Dhabi il messaggio di Yair Lapid durante l’inaugurazione dell’ambasciata israeliana nella capitale emiratina. Il neoministro degli Esteri è atterrato ieri negli Emirati per la prima, storica visita ufficiale di un membro di governo israeliano dalla firma degli Accordi di Abramo a settembre. L’invito degli emiratini è giunto poco dopo gli 11 giorni di conflitto tra Israele e Hamas e testimonia la tenuta degli Accordi al primo test diplomatico tra i due Paesi. Oggi Lapid inaugurerà il consolato a Dubai, il padiglione Israele all’Expo e terrà incontri con imprenditori e comunità ebraica locale, cresciuta sostanzialmente dalla firma dell’intesa estesa poi anche a Bahrein, Sudan e Marocco. «Siamo felici di mostrare al ministro come siamo stati accolti dalle autorità e dalla gente», dice a Repubblica Alex Peterfreund, vicepresidente del Consiglio ebraico degli Emirati, parte dell’Associazione delle Comunità ebraiche del Golfo (Arabia Saudita e Qatar comprese), un altro frutto degli Accordi che costituiscono il fiore all’occhiello della politica estera di Trump e Netanyahu, che Lapid ha ringraziato nel suo discorso. Nel faccia a faccia tra Lapid e l’omologo Abdullah bin Zayed Al Nahyan, l’Iran è stato uno degli argomenti, mentre a Washington Biden garantiva al presidente Rivlin in visita «che sotto la sua guardia non ci sarà mai un Iran nucleare». Ma l’economia è il vero motore di questa intesa: i due ministri hanno siglato un nuovo accordo quinquennale di cooperazione economica e commerciale. Cooperazione in realtà consolidatasi senza attendere le formalità della diplomazia già nei dieci mesi trascorsi da quel 13 agosto in cui l’emiro Mohammad bin Zayed ha cambiato la rotta della tradizionale politica araba per cui «non c’è normalizzazione con Israele senza una risoluzione del conflitto con i palestinesi». A oggi, oltre 200.000 israeliani hanno visitato Dubai sorvolando lo spazio aereo saudita per non scontata concessione di Riad. All’Università di Herzelia, il primo studente emiratino ha inaugurato la stagione degli scambi accademici. Il commercio tra i due Paesi ha già superato i 300 milioni di dollari. Settori leader: cyber, salute e rinnovabili. Asher Fredman, Ceo di "Gulf-Israel Green Ventures", dice a Repubblica che nei prossimi cinque anni sono previsti 480 milioni di dollari di investimenti in energie verdi, in primis tecnologie per il riciclo delle acque e agricoltura in condizioni climatiche estreme.

Il Segretario di Stato Antony Blinken si è congratulato per la «storica visita», sottolineando che gli Usa lavorano per estendere la cerchia delle normalizzazioni e «creare un futuro più pacifico, sicuro e prospero per tutti i popoli del Medioriente». Per smarcarsi dall’eredità trumpiana degli Accordi, la nuova amministrazione sa che deve incassarne di nuovi. Ci sono lavori in corso: tra i nomi più papabili l’Oman — che di fatto è quasi dentro, Netanyahu aveva visitato Mascate nel 2018 — e la Mauritania, che dal 1999 al 2009 ha avuto rapporti diplomatici con Israele. Il complesso rapporto Biden- Mbs fa pensare che Riad non sarà la prossima. Diverse fonti credono che la vera scommessa sia sul Pakistan, dove l’erede al trono saudita vorrebbe testare la reazione dell’opinione pubblica di un altro grande Stato sunnita prima di tendere la mano allo Stato ebraico.

Cina e Russia snobbano il G20.Di Maio rilancia:patto anti povertà


da LA REPUBBLICA del 30 giugno 2020.Alessandro Oppes

Si parla di "multilateralismo" alla riunione dei ministri degli Esteri del G20 a Matera, ma ci sono due assenze di peso che rischiano di svuotare di significato questa parola. Non è una defezione completa, quella di Cina e Russia, ma una presenza di basso profilo, proprio mentre i due leader, Xi Jinping e Vladimir Putin, sceglievano forse non a caso la giornata di lunedì, in coincidenza con l’avvio ufficiale dell’appuntamento tra le grandi economie del pianeta sotto la presidenza italiana, per celebrare in un summit in collegamento video il rinnovo del loro patto di stretta collaborazione. Un avvertimento per l’Occidente, rafforzato dalle parole dure usate in un editoriale su Kommersant dal ministro degli Esteri russo Serghej Lavrov, grande assente a Matera (sostituito dal vice Aleksandr Pankin), secondo il quale l’Ue e la Nato vogliono «soggiogare altre regioni del mondo e lanciare una missione messianica globale autoproclamata ». Una reazione stizzita, quella del capo della diplomazia di Mosca, al fallimento dell’iniziativa Merkel-Macron per un incontro tra i vertici Ue e Vladimir Putin. Una proposta «sepolta prima della nascita da una minoranza russofoba aggressiva».

Il ministro cinese Wang Yi non era presente di persona, ma ha partecipato in videoconferenza, non risparmiando una stoccata allo spirito della riunione: ha sollecitato il G20 ad aderire al «vero multilateralismo », che «non è uno slogan altisonante e tantomeno può essere uno strumento per l’attuazione di azioni unilaterali». Pechino propone di «costruire un’economia mondiale aperta e prevenire la frammentazione internazionale e la politicizzazione dei meccanismi di cooperazione».

La risposta più dura viene dal ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas, quando attacca la "diplomazia vaccinale" con cui Cina e Russia portano vaccini nel mondo, sostenendo che sia «un piano per ottenere vantaggi geostrategici di breve termine», non certo per salvaguardare la salute globale.

A credere in modo convinto nello spirito del summit tenuto sotto la presidenza italiana è Luigi Di Maio, parlando di un «forte segnale di sostegno a un multilateralismo efficace e un ordine internazionale basato sulle regole, con le Nazioni Unite al centro». Il capo della Farnesina riconosce le «differenze e distanze tra alcuni Paesi al tavolo del G20», ma «siamo tutti d’accordo che sull’emergenza climatica dobbiamo cooperare». Di Maio celebra poi l’adozione della "dichiarazione di Matera sulla sicurezza alimentare", per contrastare la fame «che sta colpendo 850 milioni di persone nel mondo ». A Roma, il 7-8 ottobre prossimi, si svolgerà una grande conferenza sull’Africa. Dal G20 arriva un invito all’azione per tutta la comunità internazionale.

Alitalia, arrivano 100 milioni per rimborsare i biglietti

 



da LA REPUBBLICA del 30 giugno 2021.Claudio Tito

La nuova Alitalia, o meglio la nuova Ita, non è vicina. Il battesimo del volo slitta almeno in autunno. E il governo italiano deve correre ai ripari. Per tenere in sesto la vecchia compagnia ed evitare che quella nuova nasca già fiaccata. E soprattutto per offrire l’ultima rassicurazione alla Commissione europea. In particolare alla responsabile della Concorrenza Margrethe Vestager. Perchè il presupposto per il via libera europeo è composto di una sola parola: «Discontinuità». E nell’incontro che ci sarà oggi pomeriggio a Bruxelles in videoconferenza, il ministro dell’Economia Franco e quello dello Sviluppo Economico Giorgetti, metteranno sul tavolo le loro ultime garanzie. Che non saranno fatte di parole, ma di una legge approvata proprio poche ore prima del colloquio bruxellese. Stamattina, infatti, il Consiglio dei ministri approverà un decreto che - nei propositi di Roma dovrebbe sostanzialmente mettere la parola fine a questa estenuante trattativa sulla compagnia di bandiera italiana.

Cosa prevederà il provvedimento? In sintesi tre misure. La prima riguarda la proroga al 31 dicembre del cosiddetto prestito-ponte di 400 milioni. La "vecchia" Alitalia va avanti almeno fino a ottobre: non potrebbe continuare la sua attività senza quell’aiuto. Secondo: la proroga dei commissari straordinari, esattamente per lo stesso motivo.

Ma è il terzo fattore che sarà portato a Bruxelles come uno scalpo da presentare alla Vestager. E riguarda i biglietti già emessi da Alitalia per il futuro. Che fine faranno? Cosa accadrà a chi, ad esempio, ne ha già comprato uno per un volo da effettuare a novembre o a dicembre? La Commissione chiede anche per questo «discontinuità ». Quei biglietti dovrebbero essere cancellati e persi. La soluzione italiana, allora, è quella di istituire un fondo ad hoc di 100 milioni di euro con il quale tutti coloro che possiedono un titolo per un viaggio futuro potranno scegliere se farselo rimborsare (ipotesi già prevista) oppure insistere nell’usufruire della tratta. In quest’ultimo caso la nuova Ita potrà "ricoprire" il viaggiatore su altre compagnie per effettuare lo stesso percorso.

Questa soluzione, secondo il governo italiano, dovrebe tutelare i viaggiatori, non esporre Alitalia a un crollo di acquisiti fin da ora e nello stesso tempo accontentare Bruxelles. Anche perchè la vicenda sta diventando una sorta di telenovela e i rappresentanti dell’esecutivo Draghi non hanno nascosto un certo fastidio per la rigidità mostrata da Vestager anche negli ultimi giorni. Persino dopo l’incontro di qualche settimana fa in cui erano state concordate le linee guida della costituenda compagnia. La Commissaria, infatti, è stata irremovibile sul nodo dei biglietti e anche su quello dei punti Millemiglia. Che, appunto, andranno persi e non verranno salvati da Ita.

Gli altri aspetti della trattativa che, però, ormai sono già stati definiti, riguardano il logo e il nome, la manutenzione e le rotte. Sul primo capitolo, l’intesa è stata raggiunta contemplando la gara pubblica, ma senza vietare la possibilità a Ita di parteciparvi, per avvalersi del marchio "Alitalia". Anche la manutenzione in maggioranza sarà messa a gara e quindi non potrà essere gestita dalla nuova azienda. Stesso discorso per gli slot aerei.

Oggi a Bruxelles dovrebbe esserci l’ultimo via libera o comunque quello sostanziale. Non si parlerà invece del personale. Questo aspetto è già stato definito. I dipendenti saranno più che dimezzati. Scenderanno sotto quota cinquemila. Il dilemma cui si trova davanto l’esecutivo italiano è come gestire questa riduzione. Una grana che riguarda solo l’Italia e non la Commissione. L’idea è di gestire gli esuberi secondo tre linee. La prima è il ricorso a prepensionamenti o pensionamenti. Una parte - quella più specializzata - potrebbe essere ricollocata in altre aziende. Ma per la quota più consistente si sta valutando di introdurre nella riforma degli ammortizzatori sociali - che dovrebbe essere pronta per la fine dell’anno - uno strumento valido anche per affrontare questa crisi.

I video delle violenze. Detenuti in ginocchio, pugni e manganellate



da IL CORRIERE DELLA SERA del 30 giugno 2021.Fulvio Bufi

 Le scene sono descritte per centinaia e centinaia di pagine nell’ordinanza di custodia cautelare contro i ventisei tra agenti e funzionari di polizia penitenziaria del carcere di Santa Maria Capua Vetere arrestati lunedì con l’accusa di tortura nei confronti dei detenuti per i pestaggi avvenuti il 6 aprile del 2020 nel reparto Nilo dell’istituto di pena, all’indomani di una protesta dei reclusi che chiedevano dispositivi di protezione contro il Covid. Il gip riporta tutti gli episodi che le indagini dei carabinieri e della Procura di Santa Maria hanno ricostruito. Ma nessuna descrizione, per quanto dettagliata e inevitabilmente cruda, può avere l’orribile impatto dei video registrati dalle telecamere di sorveglianza interna del carcere. Telecamere che quel giorno, nell’evidente certezza delle propria impunità, gli agenti lasciarono accese, salvo poi tentare (inutilmente) di manometterle quando cominciarono le indagini e prima che gli inquirenti acquisissero i filmati.Il quotidiano Domani ha pubblicato sul proprio sito web quei video (visibili ora anche su corriere.it), e sin dal primo frame appare in tutta la sua ferocia quella «orribile mattanza indegna di un Paese civile» di cui parla il gip nella misura cautelare.

Ci sono agenti penitenziari in tenuta anti-sommossa che appartengono al Gruppo di supporto agli interventi, una struttura alle dipendenze del provveditore regionale del Dap (il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia) che il 6 aprile 2020 viene mobilitata a sostegno del personale del carcere di Santa Maria. Picchiano forte, questi venuti da fuori, soprattutto con i manganelli, ma nonostante le immagini non è stato possibile individuare le responsabilità personali di nessuno di essi, perché i detenuti non li conoscevano e non hanno saputo riconoscerli, anche perché avevano il volto protetto dai caschi. Ma i manganelli li impugnano anche gli agenti interni, e chi ne è sprovvisto usa pugni, calci, schiaffi. O ginocchiate. Qualcuno si limita a colpire i detenuti che gli passano davanti, altri invece si accaniscono anche di più. Ce n’è uno che chiamano «penna bianca», a proposito del quale un detenuto straniero, vittima dei pestaggi, riferisce agli inquirenti che «tutti noi detenuti abbiamo paura di lui». E infatti le immagini lo mostrano tra i più feroci. Lo scrive anche il gip: «Si distingueva tra quelli che colpivano con maggiore foga i detenuti».

Al giovane straniero tocca anche l’umiliazione di camminare in ginocchio perché dopo averlo picchiato, gli intimano di andare a mettersi con la faccia contro il muro, ma lui non riesce più a stare in piedi, e dal centro della stanza è costretto praticamente a strisciare fino a dove gli hanno ordinato di mettersi. Il racconto che fa il gip, basandosi sull’incrocio tra le immagini e la testimonianza del detenuto, può essere considerato la sintesi dell’inferno vissuto dai reclusi del reparto Nilo. «Dal minuto 19,20 al minuti 44,26 — scrive il giudice facendo riferimento al timer della videoregistrazione — il detenuto veniva costretto a rimanere in ginocchio e veniva ripetutamente colpito con manganelli, calci e schiaffi». L’uomo, aggiunge il gip, «rimaneva in balia delle sevizie e dei soprusi» di due agenti, «ai quali si univano in sequenza altri colleghi, fino a raggiungere il numero complessivo di sei».

«Partito unico? No, federazione» Stop di Salvini al piano di Berlusconi




da IL CORRIERE DELLA SERA del 30 giugno 2021.Paola Di Caro

Silvio Berlusconi avanza, Matteo Salvini indietreggia, gli altri partiti della coalizione si sfilano o frenano. Va avanti a stop and go ormai da settimane il dibattito sul futuro del centrodestra, ma un punto di approdo ancora non si vede. Il leader di Forza Italia al Corriere della Sera ha ribadito la sua intenzione di arrivare per il voto del 2023 a un partito unico del centrodestra, che potrebbe chiamarsi Cdu, Centrodestra unito, con un richiamo ben visibile alla storica formazione tedesca di Angela Merkel, baricentro del Ppe ai cui valori Berlusconi vorrebbe che la creatura si ispirasse. Un partito con tutto il centrodestra, Giorgia Meloni compresa, che però continua a dirsi non interessata al progetto.

Nemmeno Matteo Salvini però sprizza entusiasmo. Mentre Gianfranco Rotondi, che è «proprietario» del nome Cdu in Italia avendolo depositato da tempo, lo mette a disposizione del Cavaliere, il leader della Lega appare molto freddo: «Il partito unico non è all’ordine del giorno, è un dibattito che interessa molto i giornalisti. Ne riparleremo più avanti, non è nella mia agenda», dice con fermezza. Il timore è quello di far apparire il centrodestra di governo impegnato in definizioni interne che — come ripete Meloni — poco interessano agli elettori. Rischio che Salvini non vuole correre. Ecco perché il capo del Carroccio resta freddo: «Il 2023 è lontano. Propongo al centrodestra di unirsi nei fatti. Da venerdì noi siamo nelle piazze per raccogliere le firme per i referendum sulla giustizia, mi aspetto che il centrodestra si dimostri non partito unico, perché non nascono dalla sera alla mattina, ma che nelle piazze ci siano tutte le forze che compongono la coalizione». Proposta accolta da FI, lo stesso Berlusconi fa sapere che il suo partito «parteciperà» alla raccolta di firme per il referendum sulla giustizia: «La riforma della giustizia, del fisco e della burocrazia, è condizione necessaria per far ripartire il Paese. Siamo al lavoro con il presidente Draghi e con il ministro Cartabia». E Salvini rilancia il suo invito a Enrico Letta a incontrarsi per parlare di riforme, della «burocrazia, del fisco, della giustizia».

È così FI a tenere vivo il tema. Roberto Occhiuto, presidente dei deputati azzurri e candidato per la Calabria, spiega che «Berlusconi è il più grande federatore della politica nazionale, si rende conto che non è una prospettiva realizzabile nell’immediato. Ma se nessuno inizia a parlarne, il partito unico non si farà mai». E la presidente dei senatori di FI Anna Maria Bernini aggiunge che «l’arretramento del populismo estremista in Europa, con l’affermazione in Francia e in Germania dei partiti che fanno riferimento al Ppe, è un’indicazione che abbiamo il dovere di cogliere, perché dopo il Covid nulla sarà più politicamente come prima», si deve quindi partire «da una federazione sulle cose concrete».

Ma a dire no proprio partendo dallo stesso presupposto è Cambiamo: «Forze genuinamente europeiste e non europeisti alla mattina e antieuro alla sera. Se una federazione oggi ha senso — dice Osvaldo Napoli — è fra forze affini per sentire politico, per metodo liberale nella pratica quotidiana, atlantiste ed europeiste, a distanza siderale dagli Orban di turno. Tutto ciò che esula da questo contesto appartiene al velleitarismo



A Milano un pediatra .La nuova carta per la sfida a Sala

 


da IL CORRIERE DELLA SERA del 30 giugno 2021.Marco Cremonesi

Il centrodestra non vuole farsi trovare impreparato. Non più. Se a Milano Andrea Farinet, il docente bocconiano indicato da Matteo Salvini come sfidante di Beppe Sala, dovesse dire no alla candidatura per «questioni personali molto delicate», il nome che prende sempre più quota è quello di Luca Bernardo, pediatra molto conosciuto a Milano, responsabile della Casa Pediatrica del Fatebenefratelli e direttore del dipartimento della medicina dell’infanzia e adolescenza dell’ospedale. Il suo nome non rimbalza solo nelle stanze dei partiti, ma trova sponda anche in diversi settori della società civile, dove Bernardo è stimato e apprezzato.Prematuro fare scommesse, mancano ancora alcuni tasselli. A partire dal fatto che i tre big del centrodestra non hanno ancora preso contatto con il pediatra e non c’è nessuna convocazione ufficiale per il vertice che dovrebbe finalmente mettere fine alla caccia all’uomo. Ma la macchina sembra in moto.Ieri, il leader della Lega, Matteo Salvini da una parte ha assicurato che si chiuderà entro la fine della settimana, dall’altra ha ribadito che presenterà una squadra. «Ci stiamo lavorando e abbiamo quasi finito, perché non vince il singolo. L’Italia degli Europei di calcio lo dimostra. Nei prossimi giorni vorrei proporre ai milanesi non il candidato sindaco ma una squadra con uomini e donne che si sono messi a disposizione dalla società civile, senza tessere in tasca. Ci sono tante adesioni: ci sarà il sindaco, il vicesindaco, qualcuno che si occuperà di disabilità, qualcuno che si occuperà di periferie». Una squadra dove Gabriele Albertini giocherà un ruolo fondamentale, accompagnando nella corsa contro Giuseppe Sala il candidato «civico» meno noto: già ci sarebbero stati contatti tra Bernardo e l’ex sindaco di Milano. Apprezzamento sulla figura del pediatra arrivano dalla vice capogruppo azzurra al Senato, Licia Ronzulli: «Conosco Bernardo da quando mia figlia Vittoria ha mosso i primi passi, è il suo pediatra. Non potrei che essere contenta perché conosco le qualità umane e professionali di Luca, ma servirà ancora un approfondimento collegiale». Anche Ignazio La Russa si rimette alla decisione della coalizione: «Ne parlano tutti bene anche se non siamo noi ad averlo proposto. So che molti lo apprezzano, ma noi siamo rispettosi dell’istruttoria di Salvini». Un po’ meno rispettosi su altri due temi cari al leader della Lega: il candidato civico e la squadra. «Abbiamo scelto di presentare un candidato sindaco “civico” per Milano, ma — insiste La Russa — se non c’è l’adesione di tutti, non è che il “politico” sia maledetto da Dio….». La stessa cosa che aveva detto Silvio Berlusconi al Corriere. «Da elettore milanese dico che la discussione sul candidato civico o politico è un falso problema. Conta che il futuro sindaco sia competente, preparato, onesto».Dichiarazioni che sono una nuova apertura di credito nei confronti di Maurizio Lupi che gode di grande notorietà e buoni sondaggi. L’altra critica riguarda la squadra: «Stiamo lavorando a un tridente come a Roma — conclude La Russa — e non a una squadra a otto o dieci. Più è ristretta la squadra e più ha valore. Altrimenti si annacqua tutto».Se la Lega punta al civico, a Napoli dovrebbe essere soddisfatta: il possibile candidato Catello Maresca — il magistrato noto per le operazioni contro il clan dei Casalesi — addirittura non vorrebbe le liste dei partiti. Resta la prima scelta leghista: «A Napoli — dice Salvini — spero si trovi l’unità di tutta la coalizione su un magistrato anti-camorra d’eccellenza come Catello Maresca». Non molto meglio va a Bologna, dove il possibile candidato Andrea Cangini, apprezzato giornalista ma anche senatore azzurro, gode sì della «massima stima» di Salvini. Che però lo blocca: «È un collega di assoluto spessore. Ma stiamo cercando a Bologna come in tutte le altre città candidati al di fuori del circuito parlamentare».

martedì 29 giugno 2021

Dalla Campania alla Lombardia Come avanza la variante Delta

 



I più preoccupati sono i campani: nella Regione più popolosa del Sud, i 94 casi registrati fanno balzare l’incidenza della variante Delta al 30 per cento. Andrebbe peggio al Friuli-Venezia Giulia che conta il 70 per cento di virus variati, con un campione però davvero contenuto: 17 tamponi sospetti, 12 «indiani». I più ottimisti sono i veneti: restii a fornire dati «non statisticamente significativi», con 39 casi, sono comunque certi di avere una media più bassa di quella italiana, al momento stimata poco sotto il 17 per cento ma in forte accelerazione. I più fortunati sono sicuramente i residenti di Basilicata e Valle d’Aosta: le uniche regioni che per il momento non si sono imbattute nella variante indiana.

Il nodo delle percentuali

A parte i numeri assoluti, c’è chi preferisce affidare la comunicazione all’incidenza percentuale. In Lombardia l’assessora alla Sanità e vicepresidente Letizia Moratti, informa che i 130 casi già censiti la tengono comunque ben sotto la media italiana: il 6 per cento. Nelle Marche, l’assessore Filippo Saltamartini stima, con i cinque casi conclamati, che la variante incida per il 10-12 per cento.

L’efficacia e la prudenza

In attesa del report ufficiale dell’Istituto superiore di sanità, tecnici e dirigenti delle Regioni cercano di migliorare numeri e tempi del sequenziamento: Lazio, Lombardia ed Emilia-Romagna hanno già annunciato che la caccia alle varianti da ora in avanti si condurrà esaminando il 100 per cento dei campioni positivi. Ma in tanti presidenti di Regione sembra esserci il timore che un eccesso di informazioni possa compromettere la ripartenza appena avviata. L’imperativo, condiviso, è monitorare sì, ma senza fornire numeri che possono avere scarso valore scientifico: un calcolo affidabile dell’incidenza della variante Delta può essere eseguito soltanto a livello centrale fissando parametri comuni, dicono, più o meno, con le stesse parole tutti coloro che governano le sanità regionali di Sicilia, Veneto, Emilia-Romagna, Molise. Tanti tra dirigenti di task force regionali e capi degli istituti che eseguono il sequenziamento, però, ammettono che la variante Delta sta diventando prevalente ovunque, e finiscono per domandarsi: perché proprio noi dovremmo salvarci?

Contagio istantaneo

Le notizie che arrivano dall’altra parte del mondo, dove la nuova variante è già prevalente, non confortano. Fino a ieri si era parlato di trasmissibilità superiore del 60 per cento, rispetto al ceppo inglese (o Alfa). Ieri dall’Australia hanno tradotto la proporzione in modo allarmante la premier del Galles del Sud, e la scienziata a capo della sanità del Queensland. La prima, Gladys Berejiklian, ha dichiarato che il cluster di Bondi, vicino a Sydney, si è originato da un incontro «spaventosamente fugace» tra due non vaccinati e senza mascherina, che si sono incrociati per 5-10 secondi in un centro commerciale. La seconda, Jeannette Young ha calcolato: «A inizio pandemia, 15 minuti di stretto contatto erano un tempo cui prestare attenzione. Ora sembra bastino da 5 a 10 secondi». Una stima sulla base dei tracciamenti, certo. Ma il dilagare della variante in Australia fornisce anche alcuni elementi certi: la trasmissione domestica, che nei ceppi precedenti era del 25%, è vicina al 100; la tosse è rara, ancora di più lo è la perdita dell’olfatto. Non è un bene: caratteristica del Covid, l’anosmia aiutava ad accorgersi tempestivamente di essere stati contagiati.

I virologi: bisogna isolare i focolai della variante Delta

 



di Claudio Maddaloni

Resta ancora basso il numero dei nuovi contagi in Italia, ma la variante Delta (ex indiana) preoccupa. E i virologi avvertono: per evitare di avere una recrudescenza come nel Regno Unito vanno tracciati tutti i contagi e isolati i focolai. Ieri, intanto, è lievemente risalito il numero delle vittime - sono 42 - e dei nuovi contagi - che ammontano a 679 - con un tasso di positività allo 0,35 per cento rispetto ai 190.635 test effettuati nelle ultime 24 ore. E cala ancora la pressione sugli ospedali: sono 270 posti di terapia intensiva occupati da pazienti Covid (meno 19) e 1.676 nei normali reparti, 47 meno del giorno precedente. Ma in un quadro di relativa stabilità, ora la variante Delta potrebbe arrivare a sconvolgere i programmi di graduale ritorno alla normalità. «Gli elementi che abbiamo indicano la maggiore contagiosità della variante delta, così come tempi più stretti, di pochi secondi, per la trasmissibilità. Anche i diversi focolai in diversi Paesi del mondo lo dimostrano: è questo il nuovo fronte della battaglia contro il Covid», spiega Fabrizio Pregliasco, virologo dell'università Statale di Milano. «L'elemento di preoccupazione - spiega Paolo Bonfanti, professore di Malattie infettive all'università di Milano Bicocca - è legato alla maggior contagiosità della variante Delta rispetto alla variante alfa, la variante inglese. La maggior parte di queste informazioni ci giungono dal Regno Unito. «Il dato positivo - conclude Bonfanti - è che, sempre gli inglesi, hanno potuto dimostrare che le persone completamente vaccinate sono protette dall'infezione e soprattutto dalle forme gravi di malattia. Anche in Gran Bretagna l'impatto sugli ospedali è molto inferiore, e da loro sta interessando soprattutto le persone non vaccinate o vaccinate con una sola dose, in particolare i giovani. Tra i giovani ha però una scarsa pericolosità». 

Ora potranno arrivare 28 milioni di turisti

 



Il passaporto vaccinale europeo (green pass)è un'opportunità per il turismo italiano: ora potranno arrivare in Italia i 28 milioni di turisti europei che, prima della pandemia, erano venuti in vacanza durante l'estate. Ma, adesso, c'è voglia di ripartire. Parola di Coldiretti che, sulla base dei dati di Bankitalia, interviene sull'entrata in vigore - da domani - del dpcm attuativo delle norme comunitarie firmato dal presidente del Consiglio, Mario Draghi. «Un appuntamento atteso dai turisti stranieri ma anche - sottolinea Coldiretti - da 1,5 milioni di italiani che intendono trascorrere le vacanze estive all'estero». «Per l'Italia - continua Coldiretti - si tratta di una svolta importante dopo che la scorsa estate gli arrivi dai Paesi europei sono crollati del 43 per cento con pesanti effetti sull'economia e sull'occupazione». «Il ritorno dei vacanzieri dall'estero in Italia è infatti strategico per l'ospitalità turistica nelle mete più gettonate - continua la Coldiretti - anche perché i visitatori da questi Paesi stranieri hanno tradizionalmente un'elevata capacità di spesa che ammonta, per il periodo estivo, a 11,5 miliardi per alloggio, alimentazione, trasporti, divertimenti, shopping e souvenir». E, di questi, circa un terzo è destinato ad alimentazione, negozi, bancarelle, pizzerie e ristoranti che sono stati gli esercizi più colpiti dalla pandemia. Ma non solo: il passaporto vaccinale europeo è importante anche per le vacanze degli italiani. Che, perlopiù, hanno deciso di non oltrepassare i confini del nostro Paese. Al massimo quelli della regione di residenza o domicilio. «La stragrande maggioranza degli italiani ha deciso di rimanere nei confini nazionali, ma c'è addirittura un italiano su tre (33,3 per cento) che - continua Coldiretti - sceglie di fare una vacanza a chilometri zero restando all'interno della propria regione con il passaggio in zona bianca dell'intera penisola». Un'opportunità che consente, grazie al green pass, di accedere a servizi e attività che sono state per lungo tempo precluse dalle misure adottate per fermare il contagio. 

Passaporto vaccinale,si parte



di Martina Trivigno

Che si viaggi da soli o in famiglia (anche con bambini a seguito), da domani bisognerà tenere conto del passaporto vaccinale europeo (il cosiddetto green pass) per spostarsi da un Paese dell'Unione europea all'altro. E se i bambini al di sotto dei sei anni - provenienti da uno dei Paesi dell'Unione - sono esentati dal passaporto vaccinale, sopra quell'età bisognerà dimostrare di tenere alla larga il Covid-19. Soprattutto ora che la variante Delta (ex indiana) preoccupa, facendo salire il numero dei contagi in diversi Stati. 

le condizioni

Sono tre le condizioni per ottenere il passaporto: aver completato il ciclo vaccinale (non basta una sola dose a meno che non si tratti del vaccino monodose prodotto da Johnson&Johnson) da almeno 14 giorni oppure essere guariti dal Covid da almeno sei mesi. O, in alternativa, avere eseguito un tampone molecolare nelle 72 ore precedenti (o rapido entro 48 ore) alla partenza e, dunque, prima dell'ingresso nel Paese di destinazione. 

come ottenerlo

Quando si viaggerà fuori dai confini nazionali, in sostanza, bisognerà tenere di conto il passaporto vaccinale che dovrà diventare nostro fidato compagno di viaggio. Per ottenere il certificato è possibile collegarsi al sito nazionale www. dgc. gov. it, ma anche con il Fascicolo sanitario elettronico (www. fascicolosanitario. gov. it) e tramite le applicazioni "Io" e "Immuni". Ma niente paura per chi non abbia dimestichezza con gli strumenti digitali: può chiedere aiuto a medici di base, e farmacisti, portando con sè la tessera sanitaria. i bambiniI piccoli al di sotto dei sei anni d'età possono entrare nel territorio italiano con i loro genitori (purché muniti di passaporto vaccinale)senza dover dimostrare nulla. Ogni Paese, poi, imporrà le sue regole: ad esempio, possono accedere in Francia (non serve neppure un test rapido) i bambini fino a undici anni. Oltre la soglia d'età indicata dal governo di ogni singolo Stato, anche i bambini (in mancanza di vaccino) dovranno sottoporsi a un tampone.

 

da uno stato all'altro

Lo abbiamo detto: è in possesso del passaporto vaccinale chiunque abbia concluso il ciclo vaccinale (anche con J&J) da almeno due settimane. Ma chi non abbia ancora ricevuto il vaccino (o non possa riceverlo) può viaggiare lo stesso? Sì, purché dimostri la sua negatività al coronavirus. Per farlo, prima dell'ingresso in uno Stato europeo, dovrà eseguire un tampone con esito negativo entro le 48 o 72 ore precedenti (a seconda del test) all'ingresso nel Paese di destinazione. Ma non solo: ogni volta che, nel corso del viaggio, si oltrepassino i confini, il tampone dovrà essere ripetuto. Così prima del rientro in Italia. Ma - fa sapere il ministero della Salute - non sono previste convenzioni con i laboratori d'analisi nei Paesi europei. E i costi del tampone sono a carico dei turisti. 

Maggioranza spaccata sul cashback

 



Maggioranza spaccata sul cashback, il meccanismo introdotto dal secondo governo Conte per incentivare i pagamenti non in contanti con la restituzione di una percentuale della somma spesa negli ultimi sei mesi. La Cabina di regia del governo ha deciso uno stop di sei mesi per rodare la macchina della norma. Se per alcune forze politiche che sostengono l'esecutivo Draghi la pausa è temporanea - vedi M5s - non così è per Forza Italia. «La sospensione del cashback è un errore, l'ho detto e ripetuto ieri in cabina di regia. Mi auguro si possa tornare indietro su questa decisione» scrive su Twitter a M5s il ministro delle Politiche agricole Stefano Patuanelli.Gli fa eco Michele Bordo del Partito democratico: «Non condivido la scelta di sospendere il cashback per il prossimo semestre. Una cosa è correggere ciò che non ha funzionato del meccanismo, altra cosa è sospenderlo. Il cashback ha consentito in questi mesi un maggiore utilizzo della moneta elettronica, un migliore tracciamento dei pagamenti, la riduzione del nero e dell'evasione fiscale. Per tutte queste ragioni, è un errore tornare indietro. Spero che ci sia spazio per rivedere la decisione assunta ieri dalla cabina di regia riunitasi a Palazzo Chigi».Di tutt'altro avviso gli "azzurri" di Silvio Berlusconi: «La sospensione del cashback nel secondo semestre dell'anno - scrive la capogruppo al Senato Anna Maria Bernini - è una decisione di buonsenso che farà risparmiare più di mezzo miliardo alle casse dello Stato, e il nostro auspicio è che si tratti di uno stop definitivo, perché si tratta di una misura demagogica i cui costi hanno ampiamente superato i benefici. E pensare che il governo Conte lo aveva perfino inserito nel Piano nazionale di ripresa e resilienza nonostante la Banca centrale europea, oltre che le associazioni dei commercianti, avesse espresso critiche molto circostanziate a un provvedimento che ha innescato tra l'altro la corsa di migliaia di furbetti intenti a frazionare lo stesso pagamento in più operazioni per avere diritto al maxi rimborso finale. Con il super premio di fine giugno calerà dunque il sipario sul cashback, ed è il finale che Forza Italia auspicava da tempo».E Licia Ronzulli, sempre di Forza Italia, rincara: «Con lo stop del cashback si manda in soffitta una misura inutile e molto dispendiosa il cui effetto più immediato è stato quello di favorire i tanti che, nella corsa al rimborso, per mesi hanno suddiviso in più tranche il pagamento dei propri acquisti per effettuare quante più operazioni possibile». 

Cassa integrazione gratuita al posto dei licenziamenti

 


Confronto no stop tra governo e sindacati per trovare l'ennesima mediazione sullo sblocco dei licenziamenti.A ventiquattro ore dalla scadenza del blocco - da domani le imprese, tranne quelle di alcuni settori in crisi, potranno chiudere i rapporti di lavoro - il presidente del Consiglio Mario Draghi, il ministro del Lavoro Andrea Orlando e il titolare dell'Economia Daniele Franco hanno incontrato a Palazzo Chigi i segretari generali di Cgil, Maurizio Landini, Cisl, Luigi Sbarra, e Uil, Pierpaolo Bombardieri dopo la cabina di regia di lunedì. Oltre sei ore di confronto intenso con almeno quattro momenti di rottura e ripartenza del dialogo per valutare le istanze delle parti sociali, con tanto di interlocuzione on line con Confindustria, che da tempo spinge per sbloccare per tutti i licenziamenti. L'obiettivo dei sindacati era allargare le maglie dello sblocco selettivo che prolunga lo stop per il tessile e i settori ad esso collegati (calzaturiero, moda). Alla fine è stata trovata una mediazione.

ACCORDO AL FOTOFINISH

Le parti sociali hanno siglato un'intesa che prevede 13 settimane di cassa integrazione gratuita per tutte le aziende che hanno tavoli di crisi aziendali aperti al ministero dello Sviluppo economico, nelle Regioni e nelle Prefetture, con l'impegno per chi le richiede di non licenziare. Previsto inoltre un tavolo di monitoraggio a Palazzo Chigi per governare e seguire eventuali emergenze sociali.«Le parti sociali - si legge nell'avviso comune sottoscritto dal presidente del Consiglio Draghi e dal ministro Orlando insieme a Cgil, Cisl, Uil, Confindustria, Alleanza delle Cooperative, Confapi - alla luce della soluzione proposta dal Governo sul superamento del blocco dei licenziamenti, si impegnano a raccomandare l'utilizzo degli ammortizzatori sociali che la legislazione vigente e il decreto legge in approvazione prevedono in alternativa alla risoluzione dei rapporti di lavoro. Auspicano e si impegnano, sulla base di principi condivisi, a una pronta e rapida conclusione della riforma degli ammortizzatori sociali, all'avvio delle politiche attive e dei processi di formazione permanente e continua», si legge nell'avviso.

SINDACATI SODDISFATTI

Soddisfatti Cgil, Cisl e Uil che hanno definito un «segnale importante» l'accordo appena siglato. «Il governo si è speso con le associazioni datoriali per firmare questo avviso comune e far accettate la nostra proposta - ha detto il segretario Uil Pierpaolo Bombardieri - quella di utilizzare gli ammortizzatori sociali disponibili prima di avviare qualsiasi procedura di licenziamento. C'è un passo in avanti nella direzione del rispetto delle persone e del lavoro».«È un primo passo importante» ha aggiunto il segretario della Cisl Luigi Sbarra sottolineando che i sindacati hanno chiesto al governo di «attivare un tavolo di confronto permanente per affrontare la sfida della ripartenza, della ricostruzione del Paese, in un clima di vera coesione sociale». ««Si tratta di un risultato che risponde alla mobilitazione che c'è stata sabato - ha concluso il leader della Cgil Maurizio Landini - l'unità sindacale lo ha prodotto. In questa dichiarazione è previsto l'impegno per avviare il confronto per la riforma degli ammortizzatori e delle politiche attive». 

Timori per la tenuta del governo :«Non danneggino il Paese»



E ora che Beppe Grillo si è ripreso il Movimento cinque stelle che succederà in parlamento? E, di conseguenza, quali ripercussioni potrebbero esserci per il governo? Fino ad ora sia Giuseppe Conte che il fondatore del M5s hanno tenuto una posizione di sostegno netta e chiara nei confronti dell'esecutivo guidato da Mario Draghi. Ma se i gruppi parlamentari grillini dovessero spaccarsi, cosa può accadere? È questa la preoccupazione che serpeggia un po' in tutte le forze politiche di maggioranza dopo la clamorosa rottura tra il garante del movimento e l'ex presidente del Consiglio. Il Partito democratico, dice il segretario Enrico Letta, guarda a quello che sta avvenendo nel movimento con «profondissimo rispetto e un po' di preoccupazione», anche se sulla tenuta del governo crede che non ci saranno conseguenze. «Con la situazione in cui siamo, tra vaccini, varianti e Piano nazionale di ripresa - dice Letta - nessuno farà sì che queste difficoltà finiscano per ripercuotersi sul governo». Preoccupata anche Forza Italia. «Mettere in difficoltà Draghi in questo momento significherebbe fare un danno agli italiani - è il commento del coordinatore nazionale Antonio Tajani - che invece chiedono stabilità ed efficienza al governo per sconfiggere definitivamente il coronavirus sia sul fronte sanitario che su quello economico». Tagliente Matteo Salvini: «Non so se ha ragione Grillo o se ha ragione Conte, secondo me hanno torto tutti e due e prima si allontanano dal governo del Paese, tutti e due, meglio è per l'Italia. Però da democratico chi prende i voti è legittimato a governare». «Ora evitiamo che la guerra tra grillini faccia danni a Draghi - scrive su Twitter il sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova - lavoriamo subito a un soggetto federativo di europeisti e LibDem». 

Lo spettro scissione ormai è dietro l'angolo

 



«Ancora e di nuovo Rousseau? Ma anche no». Si può condensare in questo sfogo la "rivolta" che serpeggia in alcuni settori del Movimento 5 stelle dopo la decisione di Beppe Grillo di tornare a votare sulla piattaforma di Davide Casaleggio. E questo dopo mesi di tensioni e di tentativi di accordi. «Io così non ci sto, mi disiscrivo», arriva a paventare qualche parlamentare. Nel frattempo, starebbe crescendo il pressing, anche se ancora non formalizzato, perché Giuseppe Conte faccia nascere un nuovo partito. Un'ipotesi che se non su tutti eserciterebbe un forte fascino sulla maggior parte degli eletti M5s, dice chi la partita la segue da vicino. E fa notare che Conte ha un suo seguito nel Paese. Bisogna farlo ora, dopo sarebbe troppo tardi, si dice. Sul rischio scissione però incombe una serie di appuntamenti politici e legali, dalle amministrative alla certificazione delle liste da presentare per il prossimo autunno. Un'assemblea dei deputati sarebbe prevista per oggi. Intanto, bocche cucite a Montecitorio e tanta amarezza. E c'è anche chi sottolinea che dopo l'annuncio di Grillo di votare on line per il Comitato direttivo deciso dagli Stati generali, «chi ha vinto è Casaleggio». Sull'altro fronte però c'è già chi si muove sperando di rinverdire i vecchi tempi. Come Nicola Morra - presidente della commissione Antimafia e ormai ex M5s - per annunciare la sua candiatura al comitato direttivo del Movimento, lanciato da Beppe Grillo. «Il Movimento ha scelto di eleggere un Comitato direttivo eletto dagli iscritti, ho sempre condiviso questa direzione. C'ero, ci sono e ci sarò» ha scritto su Facebook. 

Grillo da il benservito a Conte

 



"Tsunami Grillo" sul Movimento 5 stelle. Dopo la conferenza stampa di Giuseppe Conte, arriva infatti dal Garante una risposta che - secondo fonti di rilievo - finisce per mettere a rischio non solo i gruppi parlamentari ma anche la tenuta del governo. «Vanno affrontate le cause per risolvere l'effetto - ha scritto Grillo sul suo blog- ossia i problemi politici, idee, progetti, visione, e i problemi organizzativi, merito, competenza, valori e rimanere movimento decentralizzato, ma efficiente. E Conte, mi dispiace, non potrà risolverli perché non ha né visione politica, né capacità manageriali. Non ha esperienza di organizzazioni né capacità di innovazione. Io questo l'ho capito, e spero che possiate capirlo anche voi. Non possiamo lasciare che un Movimento nato per diffondere la democrazia diretta e partecipata si trasformi in un partito unipersonale governato da uno statuto seicentesco», è l'affondo.ritorno a casaleggioQuindi il fondatore del M5s torna alle decisioni assunte dagli Stati generali che hanno mandato in soffitta la figura del capo politico e si accorda con Davide Casaleggio: «Indico la consultazione in rete degli iscritti al Movimento 5 Stelle per l'elezione del Comitato direttivo, che si terrà sulla Piattaforma Rousseau». Il «voto su qualsiasi altra piattaforma, infatti, esporrebbe il Movimento a ricorsi in Tribunale per la sua invalidazione, essendo previsto nell'attuale statuto che gli strumenti informatici attraverso i quali l'associazione si propone di organizzare le modalità telematiche di consultazione dei propri iscritti sono quelli di cui alla Piattaforma Rousseau (articolo 1) e che la verifica dell'abilitazione al voto dei votanti e il conteggio dei voti sono effettuati in via automatica dal sistema informatico della medesima Piattaforma Rousseau (articoli 4 e 6). Ho, pertanto chiesto a Davide Casaleggio di consentire lo svolgimento di detta votazione sulla Piattaforma Rousseau e lui ha accettato. Chiederò, poi, al neo eletto Comitato direttivo di elaborare un piano di azione da qui al 2023. Qualcosa di concreto, indicando obiettivi, risorse, tempi, modalità di partecipazione vera e, soprattutto, concordando una visione a lungo termine, al 2050», spiega.come tossicodipendentiL'attacco della replica non è meno irruento: «Mi sento così: come se fossi circondato da tossicodipendenti che mi chiedono di poter avere la pasticca che farà credere a tutti che i problemi sono spariti e che dia l'illusione, almeno per qualche mese, forse non di più, che si è più potenti di quello che in realtà si è davvero, pensando che Conte sia la persona giusta per questo. Ma Conte può creare l'illusione collettiva, e momentanea, di aver risolto il problema elettorale, ma non è il consenso elettorale il nostro vero problema». E avverte: «il consenso è solo l'effetto delle vere cause, l'immagine che si proietta sullo specchio. E invece vanno affrontate le cause per risolvere l'effetto ossia i problemi politici, idee, progetti, visione, e i problemi organizzativi, merito, competenza, valori e rimanere movimento decentralizzato, ma efficiente. E Conte, mi dispiace, non potrà risolverli perché non ha né visione politica né capacità manageriali». 

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Ddl Zan, conta in aula si vota dal 13 luglio Scontro Salvini-Letta

 



da LA REPUBBLICA del 29 giugno 2021.Concetto Vecchio

Sulla legge Zan tutto sembra rotolare verso la conta in aula, il 13 luglio. Domani, convocato dal relatore al Senato, il leghista Andrea Ostellari, si terrà un vertice con tutti i capigruppo per tentare di giungere a una mediazione tra le parti. Il fronte pro legge, Pd, M5S, Leu, Italia viva, autonomisti da un lato, e dall’altro il centrodestra che invece chiede modifiche, facendosi forte della nota verbale della Santa sede. Ma nel centrosinistra in pochi sono ottimisti sull’esito, nessuno ci crede davvero. «La trattativa è stata proposta da chi in questi mesi ha fatto soltanto muro », ragiona amaro il capogruppo pd in Commissione Giustizia, Franco Mirabelli. «Sarà complicato trovare un compromesso sulle modifiche, ad ogni modo andremo ad ascoltare».

Il Pd chiede che la legge venga approvata così com’è uscita dalla Camera, il 4 novembre scorso; il centrodestra reclama la riformulazione di almeno tre articoli: 1, 4 e 7. «La rigidità di Enrico Letta – avvisa Licia Ronzulli, vicepresidente di Forza Italia al Senato – porterà all’affossamento: avvisatelo che nemmeno i suoi senatori lo seguiranno ». In questo contesto di muro contro muro il capogruppo di Italia viva Davide Faraone tenta a sua volta un negoziato, «nella convinzione che la Lega non è solo Pillon, e che se non allarghiamo la maggioranza al momento del voto rischiamo di naufragare».

Ma qual è il punto di caduta per i renziani? Faraone cita il presidente emerito della Consulta Giovanni Maria Flick, che ha suggerito di modificare l’articolo 1, perché «in sede penale elenchi e casistiche non funzionano troppo», ed «è difficile capire dove finisce la legittima scelta, decisione ed espressione di un pensiero e dove invece inizi un atto discriminatorio». «Dobbiamo puntare ad avere 50-60 voti di scarto, altrimenti è un terno a lotto», sostiene Faraone. Ma è un proposito realistico?

Il Pd preferisce morire sul campo, addossando ad altri l’eventuale fallimento di una legge che definisce la sua identità di partito dei diritti, piuttosto che finire impelagato nella palude di una riformulazione, visto che poi il testo tornerebbe a Montecitorio.

«Siamo nel punto di equilibrio più avanzato, il frutto di lunghe mediazioni, ma se la cambiamo non vedrà più la luce», preme il padre della riforma, il pd Alessandro Zan. «Sono convinto che anche i renziani alla fine la voteranno». Ivan Scalfarotto, Italia viva, condivide la fretta di Zan: «Corriamo il rischio di fare la fine della mia legge contro l’omofobia. Siamo seri: qui c’è chi la vuole e chi non la vuole, tutto il resto è strumentale. Voglio ricordare che sulle unioni civili Renzi mise la fiducia. E l’introduzione del concetto di identità di genere, nell’articolo 1, nasce per tutelare dalle discriminazioni anche i transessuali. Non la penso come Flick, le sue obiezioni mi sembrano debolissime ». E quindi Italia viva è divisa? «Con Faraone siamo d’accordo sul fatto che si rischia grosso in aula, ma non credo affatto che la Lega voglia una legge migliore».

Il sentiero è strettissimo. «Quello che noi, come tante associazioni e la Santa Sede abbiamo contestato, è l’introduzione di nuovi reati d’opinione e il fatto che alcuni temi arrivino sui banchi di scuola dei bambini di sei anni», ha ribadito Salvini, a proposito di un altro punto criticato dalla destra: l’istituzione della giornata nazionale contro l’omofobia anche nelle scuole. Ho mandato un messaggio a Letta la scorsa settimana e manco mi ha risposto ». «Gli scriverò su whatsapp », ha replicato Letta, «e gli dirò che il luogo del confronto è il Parlamento. Mi auguro che sia nel merito, ma le dichiarazioni della Lega sono per affossare tutto». In aula quindi. «I numeri ci sono», giura Mirabelli.

«È una fase critica». In Australia ritornano strette e lockdown

 



da IL CORRIERE DELLA SERA del 29 giugno 2021.Alessandra Muglia

Da Sydney arrivano immagini di una città spettrale, strade deserte anche in pieno centro. Sembra di fare un tuffo nel passato, nelle nostre metropoli deserte di un anno fa. Ma quanto sta accadendo nell’altro emisfero getta piuttosto uno squarcio sul futuro prossimo se dovesse dilagare la variante Delta del virus. «Stiamo entrando in una nuova fase di questa pandemia, con il ceppo Delta più contagioso, siamo in una fase critica» ha avvertito il ministro delle Finanze australiano Josh Frydenberg. Le autorità sanitarie locali hanno definito i contagi «spaventosamente rapidi», possibili addirittura dopo un’esposizione di 5-10 secondi. Inquietano i risultati di uno studio condotto con i dati raccolti dalle telecamere a circuito chiuso in un centro commerciale di Sydney, prima del lockdown, scattato lo scorso weekend per due settimane. «Il virus è passato tra due persone che sono state nello stesso spazio per pochi secondi, senza nemmeno sfiorarsi» ha reso noto la virologa Lara Herrero della Griffith University.

L’Australia è stato uno dei Paesi che è riuscito a domare meglio la pandemia nelle prime due ondate con restrizioni e lockdown. Misure riproposte all’inizio di questa terza fase, dopo i primi 80 nuovi casi. Le limitazioni interessano 18 milioni di persone, il 70% della popolazione. Questa volta però, ormai lo si è capito, potrebbero non bastare: il baluardo più efficace contro il rafforzarsi del virus è il vaccino. Ma in Australia non è immunizzato nemmeno il 5% degli abitanti, una delle peggiori perfomance tra i Paesi sviluppati. A gennaio l’obiettivo era di vaccinare la popolazione entro ottobre, ora si punta alla prima dose entro dicembre. Principali cause del ritardo: la difficoltà di approvvigionamento (la campagna puntava soprattutto su AstraZeneca) e la diffidenza dopo i casi di trombosi. Molti abitanti all’inizio non sentivano nemmeno la necessità del vaccino, sentendosi sufficientemente protetti dalla politica dei confini chiusi in un Paese che ha avuto solo poco più di 30 mila casi e 910 morti.

Ora però il premier Scott Morrison, al termine di un vertice di emergenza con i leader dei diversi Stati, ha annunciato un cambio di passo: finalmente la campagna si apre agli under-40 e il vaccino diventa obbligatorio per i lavoratori delle Rsa e dei Covid hotel (con prima dose entro settembre). Inoltre viene rimosso il limite dei 60 anni per ricevere AstraZeneca. «La variante Delta presenta nuove sfide rispetto a quelle affrontate in passato» ha detto preoccupato Morrison.Nello stato di Sydney in due settimane i casi sono arrivati a 130, ma la premier locale, Gladys Berejiklian, ha avvertito: «Prepariamoci, i numeri cresceranno sensibilmente». Tenere il passo con il virus è arduo: parte in vantaggio e corre più veloce dei vaccini.

Vaccini a quota 50 milioni: «A settembre una dose a tutti»





da IL CORRIERE DELLA SERA del 29 giugno 2021.Adriana Logroscino

Toccata quota 50 milioni di dosi somministrate, soglia (anche) psicologicamente significativa, si tira il fiato e si guarda avanti. All’obiettivo dell’immunità di gregge da raggiungere entro fine settembre. Con fiducia. Ma anche con una certa circospezione perché il risultato dipende da almeno due fattori difficili da controllare: la puntualità di consegna da parte dei produttori e, soprattutto, la risposta alla chiamata di chi ancora non si è vaccinato affatto o è tentato dal rinviare il richiamo a dopo le vacanze.

«I numeri puntualmente forniti dal commissario Figiuolo — rassicura il ministro alla Salute, Roberto Speranza — ci consentono di continuare questa battaglia e provare a offrire una dose di vaccino a tutti gli italiani che la chiedono entro la fine di settembre, come era previsto. Bisogna impiegare ogni energia». I numeri, per ora, sono dalla parte del commissario per l’emergenza, Francesco Paolo Figliuolo, e non giustificano gli allarmi in arrivo dalle Regioni: venerdì 590 mila somministrazioni, ma domenica, giorno in cui fisiologicamente gli hub sono meno frequentati, comunque 420 mila. Significa tenersi al di sopra di quella media delle 500 mila iniezioni al giorno, dalla quale dipende il risultato dell’80 per cento degli italiani vaccinati dopo l’estate. Complessivamente, per ora, ad aver completato il ciclo vaccinale, anche con il richiamo, sono stati in 18 milioni, quelli che hanno ricevuto la prima dose sono oltre 32 milioni.

A preoccupare, e molto, però è la diffusione della variante Delta, destinata a diventare prevalente in Italia già a metà luglio, secondo la «stima molto preliminare» del matematico Giovanni Sebastiani del Cnr. E se il sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri, invita non a preoccuparsi ma a «correre con le seconde dosi tra i meno giovani», il vicepresidente della Commissione europea Margaritis Schinas, sembra sollecitare alla massima prudenza: «Non possiamo riposarci sugli allori, non improvvisiamo. Le consulenze scientifiche dell’Ecdc (Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, ndr) ci dicono che la situazione non è buona, il 75 per cento dei nuovi contagi a inizio agosto sarà dovuto alla variante Delta e il 90 per cento entro fine agosto. Dobbiamo tenere alta l’attenzione. Alleggerire le misure non è consigliabile». Del resto Andrea Ammon, direttrice dell’Ecdc, proprio ieri ha detto che forse, con la variante Delta in crescita e tantissimi cittadini ancora non immunizzati del tutto, «sarebbe più prudente mantenere la mascherina ancora per un po’».

La risposta italiana, sul fronte vaccinale, è quella nuova strategia a doppio binario istruita da qualche giorno: su uno, quello delle somministrazioni di AstraZeneca e Johnson & Johnson agli ultrasessantenni, si deve accelerare, dopo un paio di settimane di numeri bassissimi (380 mila su 3 milioni e 800 mila vaccini somministrati tra il 21 e il 27); sull’altro binario, quello
su cui marciano Pfizer e Moderna, si può solo mantenere il ritmo, visto che la massima velocità che le dosi in arrivo consentono è stata raggiunta.

E nel Lazio, infatti, parte la campagna J&J ad accesso diretto, quindi senza prenotazione, tramite camper. A Napoli, dove la vaccinazione segna il passo tanto che ieri sono rimasti chiusi due hub, De Luca invoca le dimissioni di Speranza e Figliuolo, e intanto programma open day con AstraZeneca e J&J per il primo e il 2 luglio. L’accordo di reciprocità vaccinale tra Liguria e Piemonte oggi si allarga alla Lombardia. Ora, del resto, il sottosegretario Sileri non esclude che il Green pass scatti solo con la completa immunizzazione anche in Italia, come già previsto per il pass europeo in vigore da giovedì. Insomma si potrebbe non aver diritto al passaporto vaccinale con una sola dose. Un altro incentivo a non rinviare i richiami.

Licenziamenti: resta il blocco per tessile e moda Cashback sospeso

 



da IL CORRIERE DELLA SERA del 29 giugno 2021.Enrico Marrò Querzè

Stop ai licenziamenti fino alla fine di ottobre per tessile, calzaturiero e moda. Per gli altri settori, che hanno consumato la cassa integrazione, altre tredici settimane aggiuntive, ma col vincolo di non licenziare. E dal primo luglio il cashback sarà sospeso.

Il divieto di licenziare sarà prorogato con un decreto legge fino alla fine di ottobre per il tessile e i settori collegati (calzaturiero, moda). Nel frattempo questi comparti potranno utilizzare, a partire dal primo luglio, altre 17 settimane di cassa integrazione Covid gratuita. Per le aziende in crisi degli altri settori, che hanno consumato tutta la cassa integrazione, ci sarà invece la possibilità di ricorrere ad altre 13 settimane di cassa straordinaria, a patto di non licenziare. Con queste misure, che il Consiglio dei ministri dovrebbe approvare domani, il governo limiterà lo sblocco dei licenziamenti, che altrimenti sarebbe scattato per tutta l’industria e le costruzioni dal primo luglio.

Il governo dovrebbe illustrare oggi ai sindacati i contenuti del decreto. Col quale arriverà anche un’altra grossa novità: la sospensione, sempre dal primo luglio, del cashback, il meccanismo inventato dal governo Conte per incentivare l’uso di bancomat e carta di credito, prevedendo la restituzione sul conto corrente fino a 150 euro ogni sei mesi per chi, nello stesso periodo, avesse effettuato almeno 50 pagamenti elettronici. Ovviamente, verrà pagato il cashback relativo al primo semestre 2021.

La soluzione sui licenziamenti è arrivata dopo un braccio di ferro nella « cabina di regia», ieri pomeriggio, a Palazzo Chigi. Attorno al tavolo, convocato dal presidente del Consiglio, Mario Draghi, tutti i ministri interessati o comunque coinvolti in rappresentanza dei partiti della maggioranza (alcuni in presenza e altri in video): il ministro del Lavoro, Andrea Orlando (Pd), quello dell’Economia, Daniele Franco, il titolare dello Sviluppo, Giancarlo Giorgetti (Lega), Stefano Patuanelli (Agricoltura) per i 5 Stelle, Renato Brunetta (Pubblica amministrazione) per Forza Italia, Elena Bonetti (Famiglia) per Italia viva, Roberto Speranza (Salute) per Leu. Orlando, Patuanelli, Brunetta e Speranza hanno provato a spingere per una proroga generalizzata, ma Giorgetti e Bonetti si sono opposti. Draghi ha mediato. Lo sblocco dei licenziamenti dal primo luglio resta, ma ne sono esclusi, fino alla fine di ottobre, il tessile e i settori collegati mentre alle aziende in crisi degli altri comparti viene data la possibilità di tenere ancora i lavoratori in cassa (fino alla fine di settembre) anziché licenziarli.

Prima del vertice la mossa più forte l’aveva fatta il presidente della Campania Vincenzo De Luca (Pd), che ha prima incontrato una delegazione dei lavoratori della Whirlpool e poi ha lanciato un ultimatum a Palazzo Chigi a bloccare i licenziamenti. La soluzione trovata ieri, osservano i tecnici del governo, consente di evitare i licenziamenti anche nelle aziende oggetto dei tavoli di crisi (circa 85) al ministero dello Sviluppo, come appunto Whirlpool.Il governo infine ha adottato un Dpcm che proroga al 20 luglio il termine di versamento del saldo 2020 e del primo acconto 2021 delle imposte sui redditi e dell’Iva per i contribuenti soggetti agli Isa.

SILVIO BERLUSCONI:"Il centrodestra sia unito.Oggi i valori del Ppe sono vincenti in Europa"

 



da IL CORRIERE DELLA SERA del 29 giugno 2021.Intervista di Tommaso Labate

Il centrodestra unito non si può creare in «poche settimane» ma deve essere un lavoro «che coinvolga militanti, eletti e opinione pubblica». Silvio Berlusconi detta i tempi: «Penso alle elezioni del 2023». E indica il nome: «Il nuovo partito potrebbe chiamarsi Cdu». Meloni resta fuori? «Non condivido, ma rispetto».

Presidente Berlusconi, il partito unico del centrodestra, secondo lei, diverrà realtà prima della fine dell’anno?

«Per la verità nessuno ha mai parlato della fine dell’anno. Come orizzonte temporale realistico ho indicato le elezioni del 2023. Nel frattempo, ovviamente, Forza Italia va avanti — fin dalle prossime amministrative — con il suo simbolo, con le sue bandiere, con le sue liste. I nostri ministri e i nostri parlamentari continuano l’ottimo lavoro che stanno svolgendo. È grazie all’apporto di idee di Forza Italia che il governo sta ottenendo i suoi migliori risultati. Il partito unico non è una “fusione fredda” imposta dall’alto, che si possa realizzare in poche settimane. Anzi, dobbiamo fare il contrario: un grande lavoro che coinvolga i militanti, gli eletti e soprattutto l’opinione pubblica di centrodestra, le categorie, donne e uomini della società civile vicini alle idee, ai valori e ai legittimi interessi che noi rappresentiamo. Solo così, da un grande lavoro sulle idee, sui programmi e sulle regole, può nascere per gradi un’aggregazione nella quale le diverse soggettività siano esaltate, non annullate. Negli Stati Uniti il Partito Repubblicano e quello Democratico ospitano al loro interno sensibilità diverse. Donald Trump ha una cultura e un linguaggio molto diversi dal mio amico George Bush, il presidente Biden esprime una linea molto differente da Bernie Sanders o da Alexandria Ocasio-Cortez».

Le voci che danno lei come possibile presidente e Salvini come segretario indicano una strada percorribile?

«Questo è davvero l’ultimo dei problemi. Significa partire dalla fine del processo e non dall’inizio. Tenga comunque conto che la mia proposta è rivolta sia a Matteo Salvini che a Giorgia Meloni e alle altre forze di centrodestra».

Il Centrodestra italiano è un buon nome?

«Ha il pregio della chiarezza, e il richiamo all’Italia, il Paese che amiamo, mi pare utile. Non mi dispiace neppure Centrodestra Unito, la cui sigla, Cdu, avrebbe il pregio di richiamare quello che per noi è un modello di riferimento, i nostri partner tedeschi nel Partito popolare europeo. Il centro-destra ha bisogno di un forte aggancio ai principi liberali, cristiani, europeisti, garantisti che noi di Forza Italia rappresentiamo. Sono i valori del Ppe, ai quali non rinunceremo mai. Del resto, i partiti espressione del Ppe stanno tornando a vincere in tutt’Europa, proprio ieri in Francia alle regionali, poche settimane fa a Madrid e in Germania, presto accadrà anche in Italia».

Lavorate per togliere problemi al governo Draghi e semplificare il quadro politico. Ma Giorgia Meloni rimane fuori.

«Rispetto anche se non condivido la scelta nei nostri amici di Fratelli d’Italia, che comunque saranno come sempre con noi alle prossime elezioni amministrative. Del resto dall’opposizione spesso manifestano sensibilità simili alle nostre».

Forza Italia sosterrà la campagna referendaria promossa dai radicali, dall’Udc e da Matteo Salvini sulla giustizia?

«La riforma della giustizia è certamente, come quella del fisco e quella della burocrazia, una delle condizioni necessarie per far ripartire il Paese. Per questo stiamo lavorando attivamente in seno al governo con il presidente Draghi e il ministro Cartabia. I referendum, che riprendono temi da noi sempre sostenuti, possono essere un’utile sollecitazione al Governo e Parlamento per la riforma. In questo spirito, il nostro coordinatore Antonio Tajani ha dato indicazione agli azzurri di partecipare alla raccolta di firme».

Mercoledì scade il provvedimento sul blocco dei licenziamenti. Lei è favorevole a una proroga?

«Ovviamente non si può rischiare di lasciare da un giorno all’altro per strada migliaia di lavoratori e di famiglie. Ma non si poteva neppure pensare di risolvere il problema disoccupazione solo con il rinvio indiscriminato del blocco dei licenziamenti. Credo che la «cabina di regia» abbia adottato una soluzione equilibrata. Ora serve una vera strategia per l’occupazione e per la tutela dei lavoratori: da un lato lo stanziamento di risorse per un rafforzato sistema di ammortizzatori sociali, per la formazione, per la digitalizzazione, dall’altro ridare al sistema delle imprese la possibilità di tornare a fare utili e quindi a conservare ed anzi allargare l’occupazione. Questo si ottiene con la riforma fiscale che noi abbiamo proposto, che taglia in modo importante le aliquote e lascia più risorse a famiglie e imprese, di conseguenza fa ripartire consumi e investimenti e con essi l’occupazione».

Capitolo amministrative: il candidato di Milano alla fine sarà un civico o un politico?

«Lo dico da elettore milanese, questo è un falso problema. Quello che conta è che il futuro sindaco sia competente, preparato, onesto. Che abbia una visione del futuro della città. Che sappia ridare a Milano la spinta innovativa e propulsiva che la città ha conosciuto con le giunte di centrodestra, Albertini e Moratti, culminata con l’assegnazione a Milano dell’Expo. Milano non si governa tagliando nastri, disegnando sull’asfalto piste ciclabili inutili e pericolose, dimenticandosi le periferie».

Ha sentito la conferenza stampa di Conte? Guardandoli dall’esterno chi ha ragione secondo lei nel braccio di ferro fra lui e Grillo?

«L’ho seguita attraverso le agenzie. Sinceramente non è mio costume commentare le vicende interne di altre forze politiche. Voglio però aggiungere una considerazione: la crisi dei Cinque Stelle non dipende dalle singole figure, è la conseguenza del loro “vizio d’origine”. Sono una forza politica nata per dare sfogo a un sentimento di malcontento diffuso che hanno usato come trampolino per prendere il potere. Non avendo né un vero progetto né dei valori unificanti era ovvio che chiamati alla prova dell’agire implodessero. Ora guardo con rispetto al loro travaglio, sperando che non crei difficoltà all’esecutivo e che — per il bene della democrazia — trovino un loro ruolo e una loro identità, ovviamente lontanissima dalla nostra».

Letta adesso teme «l’assist alla destra»: se si sfaldano a rischio il voto sul Colle


da IL CORRIERE DELLA SERA del 29 giugno 2021.Maria Teresa Meli

Sono le cinque e mezzo del pomeriggio, Enrico Letta (come mezzo gruppo dirigente del Pd, del resto) ascolta le parole di Giuseppe Conte. E non si tranquillizza. Per niente: «Sono preoccupato per gli effetti di una potenziale deflagrazione dei gruppi parlamentari dei Cinque Stelle nell’elezione del presidente della Repubblica. Così si complicherebbe la vicenda del Quirinale. Si darebbe un assist alla destra».Già, non sono le regionali calabresi a impensierire il leader del Partito democratico. E nemmeno le elezioni amministrative, dal momento che i grillini hanno deciso di correre sia a Napoli che a Bologna per un candidato del Pd. Esattamente ciò che voleva Letta :i dem sono «la guida» della coalizione anti-destra che verrà.

I suoi timori riguardano un’altra partita, quella del Quirinale, quella che conta sette anni e vale per questa e per la prossima legislatura. Il segretario dem non ama lasciare nulla (o, meglio, troppo) al caso. Sa bene che quella è la partita con la P maiuscola.Sognava, per l’elezione del capo dello Stato, una maggioranza Ursula che prefigurasse i contendenti delle prossime elezioni: togliere Forza Italia al centrodestra sarebbe un’operazione vincente. Che però presuppone una falange armata: Pd e Cinque Stelle uniti, Italia viva e Leu di complemento. Ma il fatto è che il Movimento è spaccato, e tale rimarrà a prescindere dall’esito del braccio di ferro tra Conte e Grillo.

E questo, affermano i parlamentari dem, la dice lunga sul Movimento: «Non hanno capito che la partita più importante è sul Colle». Per questa ragione Enrico Letta, pur tenendo fermo il principio di non ingerenza, auspica un happy end per i Cinque Stelle: «Io spero che trovino un accordo sotto il segno dell’unità e della responsabilità». E ancora: «È importante — dice il segretario pd — che i 5 Stelle si chiariscano una volta per tutte. Il fattore tempo è sempre più dirimente perché se le fibrillazioni trascinano ancora i 5 Stelle nella loro lotta interna, a farne le spese è la stabilità del sistema nel suo complesso». E quindi il governo Draghi. La cui agenda il Partito democratico ha deciso di sposare.Quello che il segretario proprio non si augura è i Cinque Stelle si dividano. Ne ragiona così con alcuni parlamentari: «Una scissione o una crisi permanente del Movimento aiuterebbe solo la destra che è, comunque divisa». Per questa ragione Letta decide di andare avanti nel suo progetto a prescindere dai 5 Stelle, «che tanto prima o poi arriveranno», sostiene un autorevole esponente dem. «Prima dobbiamo dare un’identità al Pd, questo è il nostro obiettivo», esorta Letta. Ed è la sua missione, senza se e senza ma, e anche senza i 5 Stelle alla peggio.Per il resto il Pd, e Letta ancora più del suo partito, preferisce non addentrarsi nei meandri grillini. Piuttosto il segretario pensa al futuro. E ripete: «Rafforziamo l’identutà del partito, costruiamo un campo largo con le altre forze del centrosinistra e poi dialoghiamo con i 5 Stelle, ma finché non sappiamo chi avrà la leadership siamo cauti». Tanto cauti che oramai da giorni Letta parla più con Luigi Di Maio che con Conte...

«Beppe? Ho raccolto alcuni suggerimenti altri proprio non posso Ma non voglio fare un partito personale»



da IL CORRIERE DELLA SERA del 29 giugno 2021.Monica Guerzoni

La conferenza stampa al Tempio di Adriano è finita da pochi minuti, l’ex presidente del Consiglio raggiunge a piedi la sua casa nel centro di Roma e trova ad aspettarlo un gruppetto di fan. Una ragazza pugliese con la t-shirt delle «bimbe di Conte» chiede un autografo e una signora di Genova con la figlia per mano si mette in posa per un selfie: «Presidente mi raccomando, non ci abbandoni, non lasci la politica». Il ragionamento del leader in pectore del Movimento parte da qui, dalla promessa che, comunque vada, lui resterà in campo: «Io ci sono. Una mano l’ho sempre data e continuerò a darla, in qualsiasi veste».

Giuseppe Conte si dice «sereno», ma tra una foto e una dedica ai passanti la delusione e l’amarezza vengono fuori. Più volte ripete di aver lavorato quattro mesi alla rifondazione del Movimento e di aver risolto il nodo intricato del rapporto con Casaleggio e «le ambiguità con Rousseau». Traguardi che sperava gli venissero riconosciuti, mentre in cambio ha avuto da Beppe Grillo giudizi per nulla lusinghieri che, per quanto si dica «dotato di ironia», di certo lo hanno offeso.

È deluso il giurista pugliese, amareggiato, ma anche determinato a tenere il punto su quelli che ritiene argomenti e valori non negoziabili: «Lei mi chiede se ci siano in corso mediazioni e trattative, ma qui non è questione di compromessi, stiamo parlando di principi, di cose serie, di passaggi cardine. Su cosa dovremmo trattare?». Ha sentito Beppe Grillo? «Oggi no, ma ieri ho avuto con lui un fitto scambio — ricorda Conte alludendo alla burrascosa telefonata di domenica —. Dopo che gli ho consegnato la bozza del mio progetto, ci siamo confrontati tante volte. Onestamente posso dire che ho raccolto alcuni dei suoi suggerimenti, ma altri proprio non possono essere accolti. Per questo ho rimandato a Grillo la palla. E io spero anche che la comunità del Movimento 5 Stelle voglia uscire da questa incertezza». Verso il fondatore, l’ex premier in conferenza stampa ha scolpito concetti duri, ammorbiditi però da parole di rispetto e persino di affetto. E anche a microfoni spenti Conte parla di Beppe Grillo come di «un pilastro», dice che «è il garante, rimane garante e sarà garante a vita». Lo scontro nasce perché l’ideatore dei Cinque Stelle vuole mantenere il potere e continuare a dettare la linea? «Io non lo so, chiedete a lui, vi prego di non attribuirmi interpretazioni». È ottimista sulla possibilità di arrivare a un accordo? «Ottimista o no, mi avete visto sereno. Io sono per i passaggi trasparenti, la gente ha bisogno di chiarezza».

Insomma per Conte, che rifiuta la diarchia con Grillo, non essere un «leader dimezzato» o un «prestanome» vuol dire indicare la linea politica e assumersi l’onere e l’onore delle decisioni fondamentali, come il sostegno a un governo, le alleanze, la politica estera e le liste elettorali. Ecco perché è convinto che serva un «passaggio chiarificatore», per quanto doloroso e difficile come quello che il Movimento sta vivendo: «È un trauma necessario, un passaggio fondamentale per arrivare all’approvazione del progetto. Non c’è nessuna riflessione sottobanco da parte mia. Ma al di là della questione statutaria, il punto è che io non entro in casa tua se questa è la logica». Ha detto che la «casa» del Movimento va demolita e ricostruita... «Io non sono un imbianchino. L’ho detto dall’inizio, al primo incontro all’hotel Forum, quando ho fatto parlare tutti e poi ho parlato io, per un sacco di tempo. Inutile imbiancare una casa che ha bisogno di una profonda ristrutturazione». Sbaglia Grillo a temere che lei voglia fare una piccola Democrazia cristiana? «Il Movimento non sarà mai un calderone come la Dc, perché è portatore di una carica radicale e se il mio progetto sarà accettato saremo più intransigenti di prima sui principi. A quel punto, lo dico con la canzone di Giorgia, ci metterò tutta l’anima che ho».

In cuore suo Conte non ha mai smesso di credere che alla fine la riappacificazione ci sarà, perché il Movimento ha bisogno di lui, più di quanto lui abbia bisogno del Movimento. Chi potrebbe essere il nuovo leader, se non lui? Quale forza contrattuale avrebbe un 5 Stelle della prima ora, dopo quello che è successo? A decifrare le dichiarazioni pubbliche, Conte non sembra temere nemmeno Luigi Di Maio.Se invece si arriva alla rottura, fonderà un suo partito? «Io non voglio fare un nuovo partito. Tutti i partiti personali nati finora si sono rivelati partiti di plastica». Sulla carta le elezioni politiche sono tra due anni e sbagliare i tempi sarebbe fatale, per questo Conte davanti ai giornalisti ha escluso di avere un piano B. Ma quando la ragazza di Foggia di nuovo si avvicina e giura che «un partito di Conte io lo voterei subito», l’ex presidente fa capire che a lasciare il campo proprio non pensa: «Io sono uno che in questi mesi non è andato più nei territori perché c’era il Covid. Ma se vuoi costruire un partito forte, che metta radici nei territori, hai bisogno di tempo».

lunedì 28 giugno 2021

La sfida di Conte a Grillo.Di Maio: confido nell'intesa



da IL CORRIERE DELLA SERA del 29 giugno 2021.Monica Guerzoni

 Una frattura che non si ricompone quella tra Beppe Grillo e Giuseppe Conte. Non faccio il prestanome e nemmeno un leader a metà, sottolinea l’ex premier. Rifiuta una diarchia e invita gli iscritti del M5S a votare la sua proposta. «Ho raccolto alcuni suggerimenti da Beppe — dice Conte in un colloquio con il Corriere — ma altri proprio non posso. Non voglio fare un partito personale». E spiega che «questo passaggio è un trauma necessario». L’ira del garante: ha esagerato. Di Maio: confido nell’intesa.

Al Tempio di Adriano, Giuseppe Conte è venuto a dettare le sue condizioni. La sala è la stessa che lo vide al debutto da aspirante ministro del Movimento Cinque Stelle ed è anche quella in cui Luigi Di Maio si tolse la cravatta davanti alle telecamere, per dire addio al ruolo di capo politico. Quello dell’ex presidente del Consiglio invece non è un addio, ma un rilancio. Una sfida da pari a pari a Beppe Grillo, al quale sottoporrà oggi stesso i documenti con le «imprescindibili condizioni» del suo impegno. La fiducia del fondatore non gli basta. Conte vuole «il vero, sano entusiasmo di Grillo in questo progetto».

Non è, giura Conte, una «questione personale». Non gli ha mai chiesto pubbliche scuse e certo non lo preoccupano «una battuta irriverente o sgradevole oppure un moto di nervosismo corrivo». Il problema sono le idee, i valori, i principi. Nel riconoscere il «grande carisma visionario» di Grillo, Conte respinge alcune osservazioni al suo progetto, che «alterano il disegno e creano confusione di ruoli e funzioni». Parla di lui con rispetto, eppure gli chiede di decidere «se essere il genitore generoso che lascia crescere la sua creatura in autonomia o il genitore padrone, che ne contrasta l’emancipazione».

Conte dunque non arretra e circoscrive le funzioni del garante, «custode dei principi e dei valori fondamentali del Movimento». Per sé ritaglia un ruolo di guida piena, non «una leadership politica dimezzata». Su questo punto, l’uomo delle mediazioni non è disposto a mediare: «Una diarchia non sarebbe funzionale. Una forza politica che vuole recitare un ruolo da protagonista non può affidarsi allo schema di un leader ombra affiancato da un prestanome». Nel suo Statuto il leader sarà dotato di «adeguati poteri e facoltà» e avrà il pieno controllo della comunite». cazione. Paletti che Conte pianta con forza nel terreno franoso del Movimento, al quale chiede di «esprimersi al più presto con un voto».

Il duello continua, ma Conte non ha scandito ultimatum e la reazione dei vertici del M5S fa capire che si tratta ancora, prova ne sia la notizia, filtrata in serata, di un video di Grillo destinato ad approdare sul web. Il presidente Roberto Fico a La7 si mostra ottimista: «Troveremo la soluzione migliore per il bene del Movimento». Luigi Di Maio è fiducioso: «Confido nell’intesa. Stiamo remando tutti nella stessa direzione, il Movimento è pronto a evolversi. Coraggio». E Danilo Toninelli definisce Grillo e Conte «la coppia migliore che la politica possa avere, un visionario con i piedi ben piantati nel M5S e una persona capace e competenAlessandro Di Battista si limita invece ad augurare in bocca al lupo ai suoi ex colleghi: «Conte o Grillo? Io mi sono già schierato quattro mesi fa».

Nelle nove pagine di testo che l’ex premier appoggia sul leggio non ci sono concessioni o cedimenti e c’è la puntigliosa rivendicazione di tutti i passaggi. Da quando, il 4 febbraio scorso, uscì da Palazzo Chigi, lanciò un appello a sostenere il governo di Mario Draghi e poi si rivolse «agli amici» del Movimento: «Io ci sono e ci sarò». Poi Grillo che gli chiede di diventare leader politico, lui che rifiuta «una investitura dall’alto e a freddo» e si impegna a riformarlo dalle fondamenta.

Finché Grillo ha bocciato il progetto, ha detto che Conte è «inadeguato» e «deve studiare» e che lui è il garante «ma non un cogl...». È a quelle accuse che l’ex premier risponde quando dice «in questi quattro mesi ho studiato tanto sulle origini e la storia del Movimento». Non è bastato, perché tra lui e il fondatore è emerso un «equivoco di fondo». Conte vuole ristrutturare la casa e respinge una «mera operazione di facciata», mentre per Grillo «tutto va bene così com’è, salvo alcuni moderati aggiustamenti». E così il giurista pugliese ha scelto l’operazione trasparenza: parlare in pubblico con «una franchezza che non nasconde arroganza», spiegare perché non può impegnarsi in un progetto in cui non crede, perché non vuole prestarsi a una «operazione politica che nasce, già all’origine, invischiata tra vecchie ambiguità e diffusi timori di abbracciare questa svolta». Insomma, la sua proposta è prendere o lasciare? «La comunità 5 Stelle ormai non ce la fa più, è sfibrata — è la conclusione di Conte —- Dobbiamo mettere un punto fermo». Con lui o senza di lui, ora sta al M5S (e al fondatore) decidere.