Anglotedesco

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mercoledì 16 giugno 2021

Messico e Venezuela aggirano le sanzioni USA

 


di Gianmarco Maotini

Francia: neo colonialismo in Egitto

 


di Margherita Furlan e Gianmarco Maotini

USA-GB: la bestia vien dal mare

 



di Jeff Hoffman

Cina e Russia: G7 e NATO sono il passato

 


di Fabio Belli

Accordo Airbus-Boeing Così Europa e Usa firmano la pace sui dazi

 



da LA REPUBBLICA del 16 giugno 2021.Federico Rampini

Dopo la retorica sul rilancio delle democrazie arriva la sostanza: Joe Biden lascia Bruxelles chiudendo una guerra commerciale durata 17 anni. La tregua transatlantica sui dazi è il risultato concreto e palpabile dell’offensiva della seduzione che il presidente americano ha lanciato sul Vecchio continente. «Insieme, americani ed europei rappresentiamo 780 milioni di persone che condividono valori democratici e hanno la più grande relazione economica del mondo». Il comunicato finale rilancia un’armonia che non era scontata: da molto tempo l’Atlantico era turbato da conflitti mercantilisti, non tutti di origine trumpiana. Da ieri si volta pagina, vengono sospesi per cinque anni quei dazi che colpivano vini, formaggi e prodotti industriali europei, come rappresaglia per i sussidi pubblici al gruppo aeronautico Airbus. L’annuncio è stato dato dalla rappresentante di Biden per il Commercio estero, Katherine Tai, e dal commissario europeo che ha la stessa competenza, Valdis Dombrovskis, poco prima che Biden partecipasse al summit bilaterale fra Stati Uniti e Unione europea.

Il contenzioso Airbus-Boeing durava da 17 anni e si era sviluppato a due livelli: da una parte la battaglia legale davanti al tribunale della World Trade Organization, dove gli uni e gli altri erano stati condannati per l’uso illecito dei sussidi pubblici ai colossi aeronautici. D’altra parte, in virtù di quelle vittorie incrociate in tribunale, sia Washington sia Bruxelles avevano introdotto dazi compensativi- punitivi, su settori non collegati all’aeronautica, ma passibili di infliggere un danno proporzionale. La tregua scongiura il rischio di dazi su 12 miliardi di dollari annui di interscambio. Questo gesto distensivo porta le impronte digitali di Biden, della sua volontà di ricucire la relazione transatlantica, anche per concentrare gli sforzi contro la Cina. Infatti la tregua ha la minaccia cinese come sottofondo. Se le due maggiori economie occidentali hanno deciso di sospendere ogni ostilità sul fronte dei sussidi all’aeronautica, lo si deve al nuovo clima che Biden porta nelle relazioni tra Washington e Bruxelles. Ma un acceleratore di questa pacificazione sta nel fatto che la Cina ha avviato la costruzione del suo polo aeronautico, e lo fa come sempre col sostanzioso contributo dei sussidi di Stato.

Il jet passeggeri cinese si chiama C919 ed entrerà in servizio alla fine di quest’anno. Per adesso si prevede che avrà una quota di mercato modesta, e la Cina deve ancora comprare i reattori da General Electric (Usa). Ma in prospettiva nessuno vuole sottovalutare quel che la Cina saprà fare nell’aeronautica civile. In passato sottovalutare le capacità cinesi è sempre stato un errore. È il terzo incomodo che ha costretto all’armistizio i due attori dalla presenza consolidata. Questa è la ragione forte dietro il compromesso tra i referenti governativi di Airbus e Boeing, che vogliono concordare fra loro il limite accettabile degli aiuti pubblici.

Per quanto americani ed europei abbiano tutti sostenuto i propri “campioni” con denari pubblici, quando scende in campo il governo di Pechino si può essere certi che la mole di sussidi erogati fa impallidire gli altri. Perciò l’intesa maturata in occasione della visita di Biden va vista su uno sfondo più generale. Un’altra decisione importante è la creazione di un Consiglio Usa-Ue per il Commercio e la Tecnologia. Questo dovrebbe essere un organismo tecnico bilaterale che funga da camera di compensazione per prevenire i conflitti commerciali, ma anche molto di più: un luogo dove americani ed europei concordino gli standard tecnici globali per le nuove tecnologie, per esempio l’intelligenza artificiale, prima che sia la Cina a farlo. Saper imporre gli standard tecnici universali è sempre stato un segnale di egemonia sul fronte dell’innovazione, e oggi l’Occidente non può dare per scontato che questo primato gli appartenga. In parallelo nasce una task force comune tra Stati Uniti e Unione europea per “la sicurezza delle catene industriali, di produzione logistica e trasporto”. Il tema è di rovente attualità, dopo che pandemia e lockdown hanno fatto emergere tanti anelli deboli della globalizzazione: prima l’Occidente si è scoperto dipendente dall’Asia per mascherine e tute protettive, poi per certi principi attivi dei medicinali, infine per i semiconduttori la cui penuria penalizza trasversalmente tanti altri settori industriali. Senza invocare apertamente un “decoupling” dalla Cina o una ri-localizzazione, americani ed europei vogliono studiare insieme le strade per essere meno vulnerabili, meno esposti a catene di rifornimento troppo dilatate. Dietro la concretezza dei risultati riaffiora l’ispirazione di Biden: «Bisogna dare sicurezza ai nostri cittadini, altrimenti è in agguato il populismo».

Recovery, tutto esaurito per il primo bond europeo

 



da LA REPUBBLICA del 16 giugno 2021.Roberto Petrini

Stappa lo champagne Ursula von der Leyen che tiene a battesimo la prima emissione degli eurobond destinati a finanziare la sua creatura, il Next Generation Eu, il piano da 750 miliardi, lanciato lo scorso anno in piena pandemia, destinato a risollevare l’Europa dalla crisi. Gli eurobond decennali hanno riscosso uno strepitoso successo tra gli investitori, istituzionali e privati: a fronte di una offerta per 20 miliardi sono giunte richieste per 142, sette volte superiori alla disponibilità.

La presidente della Commissione, accompagnata dalle parole del commissario al Bilancio Johannes Hahn, ha definito l’evento «storico ». Il primo successo è politico perché fino a qualche anno fa l’idea di titoli europei garantiti dall’intera Unione era una semplice chimera. Il secondo attiene alla grande reputazione dell’Europa come emittente perché gli eurobond decennali, offerti per 20 miliardi, sono stati richiesti anche in Asia. Con la conseguenza che si crea un embrione di mercato europeo alternativo ai T-Bond americani che oggi dominano le emissioni planetarie (con tassi ben sopra l’1 per cento). Naturalmente in futuro non mancherà la competizione: anche gli Usa dovranno finanziare il programma di aiuti Biden da 1.900 miliardi e lo faranno con i tassi più alti di quelli europei.

Per ora l’operazione parte a gonfie vele con l’obiettivo di collocare ogni anno 100-150 miliardi di eurotitoli per arrivare a quota 800 miliardi nel 2026. I tassi di aggiudicazione sono assai bassi, sotto lo 0,1 per cento, come ha comunicato il commissario Hahn. Si tratta, rilevano gli operatori, di rendimenti che stanno un po’ sotto alla media europea e un po’ sopra ai bund tedeschi (ragione per cui la Germania non attingerà agli eurobond).

Per l’Italia è una buona notizia. I tassi sono notevolmente più bassi dei nostri Btp che stanno poco sotto l’1 per cento. Ma, soprattutto, la prima tranche dell’emissione di ieri sarà utilizzata per finanziare gli anticipi del Recovery Fund del 13 per cento che dovrebbero essere erogati ai vari governi prima dell’estate. Per il nostro paese, che con 191,5 miliardi (circa 69 di sovvenzioni e circa 122 di prestiti) è tra i maggiori beneficiari, si tratta di una boccata d’ossigeno da 25 miliardi.

Resta l’incognita dell’affollamento di paesi per riscuotere la prima rata legata ai sussidi, per i quali hanno optato la maggior parte degli stati membri: si tratta complessivamente di 45 miliardi su 338. I fondi secondo la Commissione saranno sufficienti, ma in caso contrario saranno avvantaggiati i paesi che riceveranno per primi il semaforo verde da Bruxelles. Possono già considerarsi approvati, come ha riferito la von der Leyen, i programmi di Portogallo, Spagna, Grecia e Danimarca mentre l’Italia dovrà attendere la prossima settimana.

Fa parlare, infine, il caso sollevato ieri dal Financial Times, e confermato dalla Commissione europea: dieci banche sono state escluse dal consorzio di collocamento, tra queste c’è Unicredit, in buona compagnia con Nomura, Deutsche Bank, Credit Agricole, Jp Morgan e Citigroup. Hahn ha spiegato che queste banche in passato hanno violato le regole europee antitrust. Dunque ferme finché non correggeranno i propri comportamenti.

Di Maio rassicura Palazzo Chigi: posizione personale

 


da LA REPUBBLICA del 16 giugno 2021.Annalisa Cuzzocrea

Il blog di Beppe Grillo non è nuovo a prese di posizioni filocinesi. Ospita interventi che negano la persecuzione degli uiguri, fa scrivere professori universitari - quasi sempre antropologi - che narrano le magnifiche sorti e progressive del regime comunista di Pechino, e insomma, anche a Palazzo Chigi una posizione di questo tipo non appare sorprendente. Quel che preoccupa è il tempismo. Il fatto che il Garante dei 5 stelle si sia preoccupato di difenddere la Cina e sparare contro la Nato subito dopo un G7 in cui gli americani hanno posto con forza, come assolutamente prioritaria, la questione degli interessi e delle mire espansionistiche cinese in Europa. Trovando in Mario Draghi un interlocutore più che sensibile a queste istanze. Per storia personale, oltre che per convinzioni politiche, il presidente del Consiglio ha sempre lavorato con gli Stati Uniti e mai con l’est Europa né tanto meno con la Cina. L’atlantismo insomma non è un abito, ma una presa di posizione convinta.Anche per questo, ha chiesto e ottenuto rassicurazioni dal Movimento 5 stelle. E tutti, dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio ai più contiani tra i rappresentanti M5S nel governo e in Parlamento, gli hanno assicurato che quella di Beppe Grillo è «una posizione personale e non politica ». Quindi non riguarda l’azione del Movimento, almeno non più, visto che durante il primo governo Conte la firma dell’accordo sulla Via della Seta era andata proprio in quella direzione, complice anche il legame con la Cina e la Russia di una parte della Lega di Matteo Salvini.

L’importanza commerciale di quell’accordo è stata rivendicata ancora pochi giorni fa dal ministro degli Esteri, ma è un fatto che Di Maio sia ormai - lo dicono i suoi colleghi nel governo - il più atlantista tra i 5 stelle. Colui che più di tutti ha cercato in questi anni un rapporto fruttuoso con l’amministrazione americana, prima ancora di andare al governo, nella sua prima visita a Washington da candidato premier del M5S. E quindi è di certo il più in imbarazzo, perché il lavoro di ricollocamento delicato e difficile che tenta di fare da tempo è continuamente messo in pericolo da uscite come queste. Che la Farnesina tenta di derubricare non commentandole, ma che di certo non possono passare inosservate agli occhi degli osservatori internazionali.Del resto, nel Movimento raccontano che sia stato proprio Di Maio a spiegare a Giuseppe Conte che quella di accettare l’invito dell’ambasciatore cinese a Roma durante il G7 in Cornovaglia non era assolutamente una buona idea né per il leader di un partito che fa parte del governo né per un ex premier. E chi conosce entrambi, è pronto a scommettere che il lavoro che Di Maio sta facendo al fianco di Mario Draghi sarà usato da Conte per assumere - come sempre una sorta di posizione di mediazione.

L’incontro all’ambasciata è stato annullato per motivi personali non spiegati. Conte ha parlato di «polemiche strumentali», dicendo che non è la prima volta che incontra ambasciatori e che «è normale che un leader esponga la propria proposta al le altre nazioni». Poi ha aggiunto: «Il fatto di poter dialogare anche con asiatici importanti come la Cina è di utilità per tutti, ovviamente nel contesto dell’unità atlantica e dell’Ue».

Grillo, però, la cui conversione cinese risale a qualche anno fa e le cui ragioni risultano ai più misteriose, dice e fa dire attraverso il suo blog cose ben più nette. Che trovano eco nelle posizioni di parlamentari ancora dentro il Movimento 5 stelle: uno è il presidente della commissione Esteri del Senato Vito Petrocelli, che pochi giorni fa ha firmato un appello proprio sul blog di Grillo sostenendo che la situazione sociale e politica nella Xinjiang sarebbe «più complessa del sensazionalismo della stampa generalista occidentale». Dimenticando forse che alla Camera la stessa commissione Esteri ha approvato una risoluzione che sostiene il contrario e che impegna il nostro governo a esprimere una presa di posizione netta davanti alle autorità cinesi. Un altro è Gianluca Ferrara, secondo cui bisogna pensare alla Cina «in un’ottica di multilateralismo » senza precluderci alcun rapporto. Ma con più forza di tutti, queste posizioni - riferite a Cina, Russia, Iran e soprattutto sempre in contrasto con la Nato e le sue politiche, passate e attuali, le ha espresse Alessandro Di Battista. Che adesso sarà pure in Bolivia, ma che molti - a partire da Conte - vorrebbero ancora dentro il Movimento. Le “questioni personali”, insomma, per Draghi non sono da poco. Perché una cosa resta certa: se mai il Movimento ponesse su questi temi una questione politica, troverebbe la porta del premier chiusa.